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20 Gennaio 2026 - 10:07
Bobine d’acciaio fantasma e 670 mila euro spariti, al Tribunale di Torino il confine sottile tra affare mancato e truffa
Una nave che forse non è mai salpata, un carico di bobine d’acciaio dal valore di 672.750 euro e una trattativa che, almeno all’inizio, sembrava solida e priva di rischi. È questa la cornice del processo aperto al Tribunale di Torino, dove si discute di una vicenda che intreccia commercio internazionale, promesse disattese e un interrogativo centrale: si è trattato di una truffa studiata a tavolino o di una inadempienza contrattuale maturata in un mercato fuori controllo.
Secondo l’impianto accusatorio, tutto inizia nei primi mesi del 2022, quando un’azienda lombarda decide di acquistare un ingente quantitativo di acciaio da una società torinese. La merce viene presentata come già disponibile o comunque in arrivo dalla Turchia, trasportata via nave container. Le parti si confrontano più volte, fissano scadenze e modalità di pagamento: un acconto del 20% all’ordine, il saldo alla consegna prevista per la primavera. Un’operazione che, almeno sulla carta, rientra nella normalità del settore.
La consegna, però, non avverrà mai. L’acciaio non arriva, la nave resta un punto interrogativo e le comunicazioni, inizialmente fluide, iniziano a incrinarsi. È su questo passaggio che si concentra l’udienza del 19 gennaio, quando in aula viene ricostruita la sequenza dei contatti e delle rassicurazioni che hanno preceduto il blocco definitivo dell’operazione.
A prendere la parola è il responsabile degli acquisti della società lombarda, che racconta di una trattativa portata avanti con più interlocutori. In particolare, riferisce di aver incontrato personalmente “due signori”, anche a pranzo, e di aver avuto scambi costanti via mail e telefono con una donna che forniva aggiornamenti considerati puntuali. Un quadro che, almeno all’inizio, trasmetteva affidabilità. Poi, a partire da maggio 2022, qualcosa cambia: alle richieste di chiarimento sullo stato della spedizione arrivano risposte vaghe, rinvii, spiegazioni che non sciolgono il nodo principale. La domanda resta sospesa ancora oggi: quella nave dalla Turchia è mai partita davvero.

Per la Procura, il sospetto è che l’operazione fosse viziata fin dall’origine. Tre gli imputati chiamati a rispondere di truffa: l’amministratrice della società torinese, 37 anni, il referente dell’impresa, 53 anni, e un consulente commerciale tedesco di 63 anni. Tutti hanno scelto il rito ordinario. Le difese, affidate agli avvocati Alberto Giorgis, Stefano Antonio Freilone, Stefano Caniglia e Mauro Bondi, respingono l’impostazione accusatoria e tracciano una linea netta tra inganno e difficoltà operative.
In particolare, la posizione dell’amministratrice è quella di una totale estraneità ai rapporti con l’azienda che si ritiene danneggiata: secondo i suoi legali, non avrebbe mai interloquito direttamente con la controparte. Il referente, dal canto suo, esclude qualsiasi artificio e parla di un semplice inadempimento contrattuale, maturato in un contesto economico eccezionalmente instabile.
Ed è proprio il contesto a pesare come un macigno sulla vicenda. Il periodo della compravendita coincide con una fase di fortissima tensione nel mercato dell’acciaio. La guerra in Ucraina, le sanzioni internazionali e le difficoltà logistiche hanno fatto schizzare i prezzi e reso fragili le catene di approvvigionamento. Ritardi, carichi bloccati e contratti saltati non erano episodi isolati. Un elemento che potrebbe incidere sulla valutazione del dolo, distinguendolo da una gestione commerciale inadeguata o travolta dagli eventi.
Il nodo giuridico è sottile ma decisivo. Perché si configuri la truffa, sarà necessario dimostrare che l’inganno fosse presente fin dall’inizio, finalizzato a ottenere l’acconto senza alcuna reale possibilità o volontà di consegnare la merce. Se invece emergerà che l’affare è naufragato per cause sopravvenute, disservizi o errori di gestione, il perimetro penale potrebbe restringersi fino a lasciare spazio al solo profilo civile. Fondamentali saranno i documenti di spedizione, la tracciabilità del carico dalla Turchia e l’intera corrispondenza intercorsa tra le parti.
Il processo riprenderà ad aprile, quando sarà la volta degli imputati fornire la loro versione dei fatti. Fino ad allora, resta il peso di un carico mai arrivato e una lezione che il settore conosce bene: in tempi di volatilità estrema, le garanzie contrattuali sono l’unico acciaio che non si piega.
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