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Cronaca

Tenta di impiccarsi in cella, salvato per un soffio: un agente evita l’ennesimo morto nel carcere di Torino

Padiglione C, intervento disperato durante la chiusura delle sezioni. L’OSAPP: “Eroi lasciati soli, la Polizia Penitenziaria è senza uomini e senza mezzi”

Tenta di impiccarsi in cella, salvato per un soffio: un agente evita l’ennesimo morto nel carcere di Torino

Tenta di impiccarsi in cella, salvato per un soffio: un agente evita l’ennesimo morto nel carcere di Torino

Un intervento rapido, lucido, decisivo. È così che nel primo pomeriggio di ieri, venerdì 17 gennaio 2026, all’interno della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, una tragedia annunciata è stata evitata per un soffio grazie alla prontezza di un giovane agente della Polizia Penitenziaria.

Sono circa le 15 quando, durante le consuete operazioni di chiusura della quinta sezione del Padiglione C, un detenuto tenta di togliersi la vita. L’uomo, cittadino italiano di origine brasiliana, condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione per omicidio e violenza sessuale, si impicca alle grate della cella utilizzando una corda rudimentale.

Una scena che, purtroppo, nelle carceri italiane non è affatto rara. Questa volta, però, qualcosa cambia. Un agente di turno si accorge immediatamente di ciò che sta accadendo e interviene senza esitazioni. Libera il detenuto dal cappio, si rende conto che è già privo di sensi e, senza attendere rinforzi, avvia le manovre di massaggio cardiaco. Sono secondi interminabili, ma decisivi. Il detenuto riprende a respirare e viene salvato.

Un gesto che va ben oltre il semplice adempimento del dovere. A sottolinearlo è l’OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, che in una nota ufficiale parla apertamente di intervento “eroico” e “di straordinaria professionalità”.

«Esprimiamo il nostro più vivo apprezzamento per l’eroismo e la freddezza dimostrati dal giovane collega ...- commenta il Segretario Generale Leo Beneduci - È solo grazie alla sua professionalità se oggi non piangiamo un altro morto in cella. Ci aspettiamo che l’Amministrazione sappia riconoscere ufficialmente questo encomiabile intervento con un adeguato riconoscimento premiale».

Leo Beneduci

Leo Beneduci

Parole che rendono il giusto merito al singolo agente, ma che diventano anche l’ennesima occasione per denunciare una situazione strutturale ormai fuori controllo.

«Nonostante questi atti di eroismo quotidiano, non possiamo chiudere gli occhi sulla realtà», prosegue Beneduci, «la Polizia Penitenziaria è ormai abbandonata a se stessa. Operiamo in condizioni di estremo disagio, sotto organico e senza mezzi adeguati. Questo salvataggio è il frutto del sacrificio dei singoli, che sopperiscono alle gravi mancanze di un sistema che sembra aver dimenticato chi garantisce la legalità e la sicurezza tra le mura delle carceri».

Un sistema che regge sempre più spesso sul sangue freddo di uomini e donne lasciati soli, a fronteggiare emergenze continue: sovraffollamento, disagio psichico dei detenuti, carenza cronica di personale, turni massacranti. E mentre la politica discute, nelle sezioni si combatte ogni giorno una battaglia silenziosa, fatta di gesti concreti come quello di ieri.

Insomma, un detenuto è vivo grazie all’intervento di un agente. Ma la domanda resta aperta, ed è la stessa che l’OSAPP pone da tempo: quante tragedie servono ancora perché qualcuno si accorga che le carceri italiane sono al limite e che chi vi lavora non può continuare a essere lasciato solo?

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