Una richiesta apparentemente insignificante, «Mi date una sigaretta?», e una serata di primavera al Comala, centro culturale di corso Ferrucci a Torino, che prende una piega inattesa fino a finire davanti a un giudice. È su questa sequenza di pochi minuti, accaduti nel maggio 2023, che oggi si misura il processo per lesioni a carico di tre giovani, accusati di aver aggredito un uomo con disabilità all’esterno dello spazio sociale.
Nell’udienza del 16 gennaio, uno degli imputati ha scelto di parlare, provando a scardinare la ricostruzione dell’accusa. In aula ha negato di aver picchiato la persona offesa, sostenendo che chi lo afferma «dice una bugia». Ha ammesso al massimo un gesto isolato, ridimensionandone la portata: «Posso avergli tirato un calcio, ma niente di più. Forse siamo caduti a terra insieme». Una versione che tenta di spostare l’asse del giudizio dalla violenza volontaria a un episodio confuso, privo – nelle sue parole – di piena consapevolezza.
L’imputato ha aggiunto di non essersi accorto della disabilità dell’uomo e di aver avuto l’impressione che fosse «sotto l’effetto di sostanze». Un passaggio che introduce un ulteriore elemento di contrasto tra le versioni: da un lato la difesa personale che insiste sull’equivoco e sull’assenza di dolo, dall’altro la Procura che contesta un’aggressione vera e propria ai danni di una persona fragile.
Secondo l’impianto accusatorio, quella sera tre persone avrebbero colpito l’uomo dopo il rifiuto di offrirgli una sigaretta. L’episodio si sarebbe consumato all’esterno del Comala e avrebbe causato alla persona offesa una ferita al labbro, con sette giorni di prognosi. In un secondo momento la vittima ha ritirato la querela, ma il procedimento è proseguito ugualmente, segno che la magistratura ha ritenuto necessario accertare i fatti fino in fondo, indipendentemente dalla volontà sopravvenuta della persona offesa.
Il processo mette così a confronto ricostruzioni inconciliabili. Da una parte il racconto di chi si dice aggredito, dall’altra la versione dell’imputato che riduce l’episodio a un contatto minimo e accidentale. In mezzo restano i riscontri oggettivi, le testimonianze e la valutazione complessiva della dinamica, chiamata a chiarire se si sia trattato di una caduta fortuita o di un atto di violenza consapevole.
La vicenda giudiziaria non è ancora chiusa. La giudice Giulia Maccari è attesa a pronunciarsi con la sentenza nel mese di febbraio. Alla prossima udienza potrà parlare anche il secondo imputato, attualmente detenuto per un altro episodio non collegato a questa vicenda, mentre il terzo risulta irreperibile e, secondo quanto emerso, avrebbe lasciato l’Italia dopo quei fatti.
Resta sullo sfondo una questione che va oltre il singolo processo: come valutare e qualificare episodi di violenza che nascono da futili motivi e che coinvolgono persone in condizioni di fragilità. Il tribunale è chiamato a trovare un equilibrio delicato, distinguendo responsabilità individuali, credibilità dei racconti e contesto, nel rispetto della presunzione di innocenza degli imputati e della tutela della persona offesa. È su questa linea sottile che si giocherà l’esito del caso Comala.