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Cronaca

Sequestro del minorenne, dall’incontro a Ciriè all’arresto del mandante

Dalla lite davanti alla discoteca Bamboo all’incontro a Ciriè, fino al sequestro del minorenne e alla latitanza all’estero: la Squadra mobile chiude il cerchio sull’inchiesta che ha portato all’arresto di Gianluca Moscatiello

Sequestro del minorenne, dall’incontro a Ciriè all’arresto del mandante

Sequestro del minorenne, dall’incontro a Ciriè all’arresto del mandante

La fuga è durata poco più di quanto avesse annunciato, ma si è conclusa senza clamore, lontano da aeroporti o confini internazionali. Gianluca Moscatiello, 49 anni, indicato dalla Procura di Torino come il mandante del sequestro di un minorenne avvenuto nel marzo scorso, è stato arrestato dalla Squadra mobile in una struttura ricettiva del quartiere Lucento. Dopo essersi reso irreperibile subito dopo i primi arresti, aveva lasciato l’Italia rifugiandosi all’estero, salvo poi rientrare nel Torinese nelle scorse settimane cercando di non attirare l’attenzione. Un rientro che non è sfuggito agli investigatori e che gli è costato l’arresto. Il titolare del bed & breakfast che lo ospitava è stato denunciato con l’accusa di favoreggiamento.

L’arresto di Moscatiello completa il quadro di un’inchiesta complessa, costruita nel tempo, che affonda le sue radici in una lite tra adolescenti e che, secondo gli inquirenti, si trasforma rapidamente in una spedizione punitiva pianificata da adulti. L’indagine era entrata nel vivo già il 22 dicembre, quando la polizia aveva eseguito le prime misure cautelari arrestando Pietro Tagliaferri, 54 anni, cugino di Moscatiello, e i fratelli Alin e Ovidiu Cirpaci, cittadini romeni di 42 e 38 anni, ritenuti tra coloro che avrebbero partecipato materialmente al sequestro. Le difese sono affidate agli avvocati Gianluca Orlando e Marina Bisconti.

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Secondo la ricostruzione della Procura, il punto di partenza è una notte di inizio marzo. Alle quattro del mattino dell’8 marzo, davanti alla discoteca Bamboo di corso Moncalieri, due giovani entrano in conflitto. Uno è maggiorenne, l’altro ha 17 anni. Al centro della discussione c’è una ragazza, ex del primo e nuova compagna del secondo. La lite degenera e sfocia in un pestaggio: il figlio di Moscatiello viene colpito e trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Maria Vittoria, dove i medici gli diagnosticano 21 giorni di prognosi per contusioni multiple, trauma cranico e una lussazione alla spalla. Il giovane presenta denuncia e la Procura dei minori apre un fascicolo.

È in quel passaggio che, secondo gli investigatori, la vicenda cambia completamente registro. Moscatiello viene informato dell’accaduto e decide di non attendere l’esito delle indagini. I contatti con Alin Cirpaci si intensificano e, poco dopo, l’ex affiliato al clan Genovese incontra Tagliaferri e l’altro fratello Cirpaci durante una festa di battesimo a Ciriè. Da lì, stando agli atti, prende forma l’organizzazione della spedizione punitiva. I messaggi intercettati raccontano una pianificazione esplicita, fatta di frasi che per gli inquirenti non lasciano spazio a dubbi: «una tiratina d’orecchie», «oggi risolviamo», «mandiamoli all’ospedale». Un linguaggio che fotografa una logica di controllo e intimidazione.

La sera del 9 marzo il piano entra nella fase operativa. È il figlio di Moscatiello a contattare il diciassettenne, proponendogli un incontro chiarificatore in via Maddalene, nel quartiere Barriera di Milano. Quando il ragazzo arriva, intorno alle 21.30, la situazione precipita. Dalle auto parcheggiate nella zona – una Mercedes, una Fiat 500 e una Panda – scendono più persone. Secondo le indagini, sarebbero state almeno sette. Partono calci e pugni, poi il minorenne perde conoscenza. Viene trascinato e caricato nel bagagliaio di un suv. Al risveglio, racconta, uno degli uomini gli spiega di essere stato pagato e gli impone una scelta: chiedere scusa al figlio di Moscatiello in cambio della libertà.

Dopo una telefonata, arriva la decisione di lasciarlo andare. Ma la liberazione non cancella le minacce. Al ragazzo viene ordinato di non guardare in faccia i suoi aggressori, di restare accovacciato a terra e di non rivolgersi alle forze dell’ordine. In caso contrario, gli viene detto, le conseguenze avrebbero coinvolto anche la sua famiglia.

Sono quasi le 22 quando il diciassettenne viene abbandonato in via Germagnano, sotto shock, senza una scarpa. Cammina per alcuni minuti, finché le telecamere di un distributore di carburante in corso Vercelli lo riprendono. Poco dopo viene rintracciato dai genitori, che lo accompagnano in ospedale e poi in questura per sporgere denuncia.

Le indagini della Squadra mobile di Torino, coordinate dalla pm Chiara Maina, si sviluppano nei mesi successivi attraverso l’analisi dei tabulati telefonici, delle chat, delle immagini delle telecamere private di via Maddalene e delle testimonianze dei residenti. Un lavoro che porta il gip Antonio Serra Cassano a disporre gli arresti, ritenendo concreto il rischio che le minacce potessero essere messe in atto. In uno dei messaggi, uno dei fratelli Cirpaci si definisce «re dei guerrieri», dichiarando di non temere la polizia e di essere pronto a colpire di nuovo il minorenne e i suoi familiari.

Nel corso dell’indagine emerge anche il comportamento di Moscatiello dopo i primi arresti. Pur avendo fatto sapere, attraverso terzi, di voler rientrare e mettersi a disposizione dell’autorità giudiziaria, aveva invece scelto di allontanarsi dall’Italia, rifugiandosi in Romania. Un periodo di irreperibilità che si è concluso con il suo rientro a Torino e con l’arresto avvenuto nelle scorse ore.

Tutti gli indagati rispondono oggi dell’accusa di sequestro di persona. Sono invece cadute le contestazioni di minacce e violenza privata dopo il ritiro della querela da parte della vittima, avvenuto a seguito di un accordo tra le parti. Resta però il nucleo centrale dell’inchiesta: una violenza non improvvisata, ma organizzata e pianificata, che ha avuto come bersaglio un minorenne e che ha coinvolto adulti mossi da logiche di intimidazione e dominio. Una storia che racconta come una lite tra ragazzi possa trasformarsi, in poche ore, in un sequestro di persona, trascinando con sé famiglie e quartieri in una spirale di paura.

Lamborghini dorata, società schermo e milioni di euro: l’altro volto di Gianluca Moscatiello

Dietro l’arresto di Gianluca Moscatiello, che negli ultimi giorni ha riportato il suo nome al centro della cronaca torinese, c’è una storia che va ben oltre il singolo episodio giudiziario. È una vicenda che parla di affari, società, flussi di denaro e beni di lusso, un percorso che da anni tiene accesi i riflettori degli investigatori su un sistema economico ritenuto opaco e su un personaggio considerato tutt’altro che marginale negli equilibri criminali locali.

Secondo quanto emerso in una precedente inchiesta della Guardia di Finanza, confluita in un procedimento denominato “Cash Flow”, Moscatiello veniva indicato come il presunto dominus occulto di una rete di società formalmente intestate a prestanome, familiari o soggetti ritenuti compiacenti. Un mosaico di imprese attive soprattutto nel settore della ristorazione e dei locali pubblici, concentrate tra Torino e la prima cintura, che – sempre secondo l’ipotesi accusatoria – avrebbe consentito di muovere capitali, ridurre il carico fiscale e schermare la reale titolarità degli affari.

Gli inquirenti parlano di una presunta evasione fiscale compresa tra i 4 e i 5 milioni di euro, una cifra che emergerebbe dall’analisi incrociata dei bilanci, dei flussi bancari e dei movimenti di contante. Denaro che, secondo l’accusa, non sarebbe rimasto inattivo, ma sarebbe stato rapidamente reinvestito in immobili di pregio, ristrutturazioni, nuove attività commerciali e beni di lusso, contribuendo a costruire un patrimonio ritenuto non coerente con i redditi dichiarati.

Tra i simboli più evidenti di questo stile di vita compare una Lamborghini dorata, diventata nel tempo quasi un marchio di fabbrica. Un’auto che non passa inosservata e che, nelle informative investigative, viene indicata come uno degli esempi più vistosi della sproporzione tra entrate ufficiali e tenore di vita. Accanto alla supercar figurano anche Tesla e Mercedes, veicoli di alta gamma che per gli investigatori rappresentano ulteriori tasselli di un quadro patrimoniale ancora da chiarire fino in fondo.

Ma il fronte economico non è l’unico a emergere dalle carte. Attorno al cosiddetto “sistema Moscatiello” ruotano anche episodi intimidatori e violenti che negli anni hanno attirato l’attenzione delle Procure. Incendi dolosi, danneggiamenti e colpi d’arma da fuoco contro vetrine e proprietà ritenute riconducibili, direttamente o indirettamente, al suo mondo finiscono agli atti come segnali di un contesto tutt’altro che pacificato. Tra questi spicca il rogo di una residenza di lusso nel Torinese, una villa dal valore stimato intorno agli 850mila euro, devastata da un incendio appiccato con più inneschi e materiale infiammabile. Un episodio che gli investigatori considerano tutt’altro che casuale e che viene letto come parte di una sequenza più ampia e preoccupante.

Il quadro che emerge è quello di una criminalità che cambia forma, che in parte abbandona i metodi tradizionali e si muove sul terreno dell’economia e degli affari, senza però rinunciare alla forza e all’intimidazione come strumenti di regolazione dei conflitti. In questo contesto si inserisce anche l’ultima indagine torinese, culminata con l’arresto di Moscatiello per il sequestro di un minorenne: un episodio che, pur nella sua gravità, rappresenterebbe soltanto una delle manifestazioni di un modello già consolidato, secondo l’impostazione accusatoria.

Dopo i primi arresti dei presunti complici, Moscatiello si è reso irreperibile, lasciando l’Italia e rifugiandosi in Romania. Un allontanamento che non ha interrotto il lavoro degli investigatori, impegnati su più fronti: penale, patrimoniale e fiscale. Il rientro nel Torinese e l’arresto hanno chiuso la fase della latitanza, ma non certo quella delle indagini, che restano aperte e articolate.

Oggi il suo nome compare in procedimenti diversi, nei quali si intrecciano criminalità organizzata, economia e violenza, e che dovranno essere valutati nelle aule di tribunale. Come sempre, vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma il profilo che emerge dalle inchieste è quello di un uomo che, dopo il passato camorristico in Irpinia, avrebbe saputo reinventarsi senza mai spezzare davvero i legami con un sistema di potere informale, fondato su affari, controllo e paura.

Ed è forse proprio questo il dato più inquietante che emerge dalle carte: non il singolo reato, ma la continuità di un metodo, capace di attraversare territori e anni, adattandosi ai contesti e lasciando dietro di sé una scia che oggi la magistratura sta cercando di ricostruire fino in fondo.

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