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Cronaca

Ha dormito per mesi in una tenda dietro la stazione di Lanzo, ora lotta per la vita in ospedale

Le condizioni di Lorenzo sono molto gravi. Filippin denuncia: "Non si può abbandonare così un uomo"

La tenda nella quale dormiva Lorenzo

La tenda, dietro la stazione di Lanzo, nella quale dormiva Lorenzo

Dietro la stazione ferroviaria di Lanzo c’era una tenda da campeggio rossa. Lì dormiva Lorenzo. Una presenza fissa, visibile, quotidiana. Oggi quella tenda non c’è più. Oggi Lorenzo è ricoverato in un ospedale di Torino, con una diagnosi di grave insufficienza polmonare. Le sue condizioni sono gravi.

A rompere il silenzio è il consigliere comunale Matteo Filippin, che fin dall’inizio ha seguito la sua vicenda. Le sue parole sono un atto d’accusa, ma anche un invito a guardare in faccia ciò che è stato ignorato troppo a lungo.

«Lorenzo oggi è ricoverato in un ospedale di Torino. È intubato. La diagnosi è tubercolosi. Le sue condizioni sono gravi», afferma Filippin. «Questo non è un fulmine a ciel sereno. È l’esito di una storia lunga, nota, visibile, ignorata».

Secondo il consigliere, la situazione era sotto gli occhi di tutti da anni. «Per anni Lorenzo ha vissuto in condizioni di estrema fragilità, sotto gli occhi di tutti, in un luogo pubblico», dice. «Era conosciuto ai servizi sociali, alle forze dell’ordine, all’amministrazione comunale, all’ASL. Entrava ed usciva dal Pronto Soccorso». Una vita segnata anche dalla dipendenza. «Viveva una dipendenza da alcol che lo rendeva ulteriormente fragile e lo abbandonava ad aggressioni, violenze, ricatti».

Filippin sottolinea che l’aiuto era stato chiesto più volte. «Chiedevano aiuto lui e la sua famiglia», racconta. «La risposta che rimbalzava, sempre uguale, era una sola: “Non è collaborativo”».

È su questa formula che il consigliere si sofferma con maggiore durezza. «Oggi è legittimo, anzi doveroso, chiedersi cosa significhi davvero questa parola», afferma. «Che cosa si pretende da una persona che ha perso ogni motivazione a vivere? Da un uomo che si autodistrugge in pubblico, esponendosi al freddo, al pericolo, alla malattia?». E la domanda si fa ancora più netta: «Non è forse questa una richiesta di aiuto esplicita?».

Per Filippin, quella definizione è diventata un alibi. «Dire che “non collaborava” ha finito per diventare una formula di deresponsabilizzazione», dice. «Un modo per rinviare, per non decidere, per non prendere in carico». Oggi, però, la realtà è impossibile da aggirare. «Siamo davanti a una malattia grave, potenzialmente pericolosa non solo per lui. Segno che l’emergenza c’era da tempo ed è stata lasciata maturare».

Il consigliere racconta anche di aver cercato un confronto con chi ora si sta prendendo cura di Lorenzo. «Ho cercato di approfondire le sue condizioni cliniche e ho raccontato ai sanitari che lo hanno in cura ciò che sapevo della sua storia», spiega. «Ho visto occhi sgomenti e increduli».

Da qui nasce una domanda che Filippin definisce inevitabile. «Questo dovrebbe bastare a porre una domanda semplice e scomoda: che cosa aspettavano le istituzioni competenti per intervenire davvero?», afferma. «Il sindaco, i servizi sociali, le strutture sanitarie, le forze dell’ordine. Aspettavano che la situazione diventasse irreversibile e non recuperabile?».

Il punto, ribadisce, non è il decoro. «Qui non si parla di decoro urbano, si parla di tutela della salute, di fragilità, di prevenzione, di responsabilità». E la storia di Lorenzo va oltre il singolo caso. «Non rappresenta solo una storia personale drammatica», dice Filippin. «Rappresenta l’incapacità di prendere in mano le situazioni per tempo, quando sono ancora recuperabili, quando l’intervento può essere cura, recupero e riscatto, non solo gestione dell’emergenza».

Accompagnare una persona fragile, secondo il consigliere, significa molto di più di un intervento sanitario. «Non significa solo disintossicarla», afferma. «Significa prendersi carico della sua storia, dei traumi, dei limiti, della perdita di senso. Significa costruire un percorso reale di coscienza, consapevolezza, sostegno». Un lavoro complesso, che «richiede fatica, coordinamento, assunzione di responsabilità».

Infine, il richiamo alla comunità. «Il tanto evocato “senso di comunità” non deve servire solo a fare festa, non è uno slogan, è un metodo di lavoro e una pratica», dice Filippin. «Oggi viene naturale chiedersi dove fosse questo senso di comunità mentre questa situazione si trascinava sotto gli occhi di tutti».

Il suo intervento si chiude con una precisazione e un monito. «Non scrivo per cercare colpevoli individuali», afferma. «Scrivo perché l’assenza di responsabilità è già una colpa collettiva. Scrivo perché l’indifferenza, in questo tempo, è un vuoto inaccettabile». E conclude: «La storia di Lorenzo è una denuncia, ma anche un invito: a riflettere, a interrogarsi, a non voltarsi dall’altra parte. Perché se una comunità accetta che una persona venga lasciata sola fino a questo punto, allora quella comunità deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio».

In chiusura, Matteo Filippin tiene a chiarire il senso del suo intervento, allontanando ogni equivoco e allargando lo sguardo oltre il singolo caso.

«Non voglio strumentalizzare la situazione di Lorenzo», precisa. «Voglio denunciare l'evidente difficoltà di affrontare le situazioni di emergenza». E aggiunge: «Non voglio nemmeno riportare altre situazioni lanzesi particolarmente gravi. Lorenzo non è l’unica persona che dorme all’agghiaccio e che trova soluzioni solo nel buon cuore dei privati cittadini».

Il consigliere punta il dito su una contraddizione che, a suo avviso, attraversa la comunità. «A Lanzo la comunità si mette in gioco per raccogliere cicche per strada», osserva, «ma non prova neppure a contrastare davvero fumo, alcol, droghe e gioco. Questi sono i cancri della nostra società intera». Una società che, secondo Filippin, esclude chi resta indietro. «È una società dove non essere integrato significa abbandono», afferma, «dove non avere la forza e l’energia per reagire diventa una colpa».

Il ragionamento si allarga ai modelli culturali dominanti. «I modelli positivi crescono intorno all’individualismo e all’incapacità di mettersi in gioco per gli altri», dice. «Le leggi di Darwin, la legge del più forte, fanno parte della natura», riconosce, «ma l’uomo, come tutti gli esseri senzienti e come tutte le strutture comunitarie animali, dovrebbe averne superato i limiti».

La conclusione è un richiamo netto al significato stesso di vivere insieme. «Solidarietà fa rima con comunità», afferma Filippin. «Non solo quando fa comodo, quando è facile o quando rientra nel budget e nelle prassi consolidate». E chiude con una frase che pesa come una misura morale: «Il valore di una comunità si vede quando agisce in modo solidale proprio per chi è in difficoltà».

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