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06 Gennaio 2026 - 21:45
Moglie e marito dormono a -5 gradi in una tenda a Chivasso: i volontari cercano sacchi a pelo per aiutarli. E il Comune che fa?
La tenda è ancora lì. Stesso prato, stesso freddo, stessa coppia. È passata la Vigilia, è passato Natale, è passato Capodanno. È passato anche il 31 dicembre, data ufficiale della chiusura del dormitorio di Chivasso. Quello che non è passato, invece, è l’intervento dell’amministrazione comunale di centrosinistra. Perché a oltre quattro mesi dallo sgombero e a più di due settimane dalla pubblicazione della vicenda, non è cambiato nulla. Anzi, la situazione è peggiorata.
Giorgio e sua moglie dormono ancora in una tenda. Con temperature sotto zero. In mezzo alla città. E mentre le Politiche Sociali parlano di “opzioni”, chi si muove davvero sono sempre gli stessi: i volontari. I cittadini. Le associazioni.
Il 5 gennaio (ieri, ndr) non un secolo fa, Lina Borghesio dell’associazione Punto a Capo lancia un appello pubblico: servono due sacchi a pelo per alta quota per due persone che dormono all’aperto. Non per un’escursione in montagna. Per sopravvivere all’inverno a Chivasso. È la fotografia più cruda possibile del fallimento amministrativo: quando un Comune chiede implicitamente ai volontari di supplire alle sue responsabilità minime.
L'appello sui social di Lina Borghesio
Eppure l’assessore alle Politiche Sociali, Cristina Varetto (Partito Democratico), il 23 dicembre aveva assicurato con un post su facebook che la situazione era nota e che “diverse opzioni erano state messe in campo”. Lo aveva fatto respingendo le critiche e lamentando il fatto che se ne parlasse sui social e sui giornali. “Il mio modus operandi non intendo condividerlo né sui giornali né tantomeno sui social”, aveva scritto, invitando a un confronto in ufficio.
Ma le politiche sociali non si valutano nei corridoi. Si valutano nei fatti. E i fatti dicono una cosa sola: se il 5 gennaio servono sacchi a pelo, quelle opzioni non hanno funzionato.

Giorgio e la tenda in cui è costretto a vivere
Su questo punto interviene con parole nette Marco Riva Cambrino, che in un nuovo intervento pubblico ricostruisce la sequenza dei fatti e pone una questione politica precisa. “Se le ‘opzioni’ erano già state attivate il 23 dicembre, perché il 5 gennaio la coppia è ancora lì? Quelle opzioni erano reali o solo enunciate? Erano praticabili o semplici formule difensive?”. E aggiunge una domanda che pesa come un macigno: “O, più banalmente, erano rinviate a dopo le feste, mentre chi decideva rientrava al caldo delle proprie abitazioni?”.
Per Riva Cambrino, a questo punto, “la questione non è più polemica: è politica, nel senso più serio e drammatico del termine”. Perché c’è un dato che non può essere aggirato: “Se una coppia continua a dormire in tenda con temperature invernali, le politiche sociali hanno fallito. Non parzialmente. Non comunicativamente. Hanno fallito nei fatti”.
C’è poi un altro elemento che emerge e che a Chivasso sta diventando un modello ricorrente di gestione: “le risposte arrivano solo quando c’è pressione pubblica”. Solo quando si profilano “esposti alla Prefettura, segnalazioni al Difensore civico regionale, l’intervento dei media, il rischio concreto di una figuraccia istituzionale”. E qui la critica si fa ancora più dura: “Se l’azione amministrativa scatta solo sotto minaccia reputazionale, non siamo davanti a politiche sociali, ma a gestione emergenziale per autodifesa politica”.
A quel punto, osserva Riva Cambrino, la responsabilità “non è più solo dell’assessora alle Politiche Sociali”, ma ricade inevitabilmente sul sindaco Claudio Castello, perché “un sindaco che tollera l’inefficacia strutturale di un assessorato su un tema così delicato ne diventa corresponsabile”. La conclusione è una domanda che non lascia spazio a equivoci: “Quando il sindaco deciderà di esercitare fino in fondo il proprio ruolo, revocando le deleghe per comprovata incapacità politica e amministrativa?”.
Nel frattempo, mentre la politica discute di metodi e risentimenti, il sostegno reale resta sulle spalle dei volontari. Di chi apre una mensa. Di chi offre una doccia. Di chi chiede sacchi a pelo. Le associazioni come Punto a Capo tengono in piedi ciò che il Comune non riesce – o non vuole – garantire. Ma non possono diventare il paravento dietro cui si nasconde l’inerzia istituzionale.
E qui è necessario tornare alla storia concreta, perché dietro le polemiche ci sono persone. Giorgio ha 43 anni, vive a Chivasso da quasi vent’anni. Non è di passaggio. Non è invisibile per caso. Ha lavorato, anche per il Comune, con contratti brevi e precari. Poi lo sgombero, deciso e rivendicato politicamente. Poi il vuoto. Lui e sua moglie oggi mangiano grazie alla mensa, si lavano grazie alla solidarietà altrui, di notte tornano sotto un telo sottile che non ferma il gelo. Non chiedono miracoli. Chiedono un tetto. Un lavoro. Una presa in carico vera.
Questa non è una storia di marginalità astratta. È una storia che ha un nome, un volto, un luogo preciso. E soprattutto un tempo preciso: l’inverno. Continuare a parlare di “opzioni” mentre due persone dormono in una tenda non è amministrare. È certificare un fallimento politico, umano e istituzionale.
E quel fallimento, oggi, è ancora lì. In mezzo a Chivasso. Sotto una tenda.
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