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Crans-Montana, troupe Rai aggredita mentre racconta la strage: insulti, minacce e colpi all’auto

Domenico Marocchi e Alessandro Politi presi di mira: attacchi verbali e fisici mentre seguivano il caso Le Constellation

Il giornalista Rai Domenico Marocchi aggredito a Crans Montana

Il giornalista Rai Domenico Marocchi aggredito a Crans Montana

A Crans-Montana, dove si cercano ancora le parole per descrivere la tragedia della notte di Capodanno nel locale Le Constellation, una troupe Rai è stata aggredita mentre faceva il suo lavoro: raccontare, verificare, spiegare. Il volto di Uno Mattina News e La Volta Buona, Domenico Marocchi, è stato spintonato; la squadra ha trovato riparo in auto, bersaglio a sua volta di colpi e insulti. Un episodio che riaccende i riflettori sul clima teso attorno ai luoghi della strage e, più in generale, su quanto sia diventato fragile il perimetro della libertà di informazione sul campo.

Secondo il racconto dei protagonisti, l’attacco è avvenuto in Svizzera, a Crans-Montana, mentre Marocchi e la troupe Rai stavano seguendo gli aggiornamenti sulla tragedia di Capodanno avvenuta nel locale Le Constellation. Con lui c’era anche Alessandro Politi, volto di Storie Italiane. I cronisti, ha riferito Marocchi, si trovavano sotto il ristorante dei Moretti quando tre persone si sono avvicinate: “Ci hanno minacciato, ci hanno insultato e hanno insultato gli italiani”. Poco dopo sarebbero arrivate altre persone e l’aggressione è degenerata in spintoni e minacce, con la squadra costretta a rifugiarsi in auto. L’auto stessa è stata colpita mentre gli insulti continuavano. Marocchi, su X, ha poi rassicurato: “Grazie ragazzi, tutto ok ora”.

La notizia è circolata rapidamente sui social. Marco Salaris, su X, ha espresso “piena solidarietà a Domenico Marocchi, al collega Alessandro Politi, alla troupe Rai aggredita”, spiegando che i giornalisti “sono stati avvicinati da delle persone che hanno iniziato ad insultarli con fare minaccioso” e che “Marocchi è stato anche spintonato”. A confermare il quadro anche i dettagli raccolti da La nuova Riviera, che colloca la troupe “sotto al ristorante dei Moretti” nel momento dell’episodio. Poco prima, un’altra troupe televisiva svizzera sarebbe stata a sua volta presa di mira nella stessa zona.

L’aggressione arriva mentre l’attenzione resta altissima sulla “Strage di Capodanno” a Crans-Montana, un evento che ha scosso l’opinione pubblica e su cui giornalisti italiani e svizzeri continuano a lavorare per ricostruire tempi, responsabilità e dinamiche. È il contesto emotivo, carico di dolore e tensione, a rendere il lavoro sul campo particolarmente delicato: telecamere e microfoni diventano, talvolta, parafulmini di rabbia e frustrazione. Ma il presidio dell’informazione resta un servizio essenziale, soprattutto quando la comunità chiede di capire.

Non è un caso isolato. Anche in Italia si registrano episodi di ostilità e violenza contro gli inviati. Restano nella memoria le aggressioni ai danni delle troupe di Striscia la Notizia, tra cui quella a Roma contro l’inviata Rajae, cui nel 2024 furono prescritti dieci giorni di prognosi. La sequenza di fatti segnala un clima più ruvido attorno ai media, in cui la presenza dei cronisti viene talvolta percepita come invasiva, anziché come uno strumento di trasparenza.

Nel mare delle reazioni, spicca quella di Antonella Clerici a È sempre mezzogiorno. La conduttrice, commossa, ha invitato a fermare il tiro al bersaglio sui ragazzi di 16 anni accusati da alcuni di aver perso tempo a filmare con i cellulari nei primi momenti dell’incendio. È un passaggio significativo del dibattito: la richiesta di raccontare senza cercare capri espiatori, distinguendo tra bisogno di informare e rischio di giudizi sommari. Anche per questo serve un giornalismo attento, che registri i fatti e restituisca le sfumature senza semplificazioni.

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Resta da chiarire chi abbia materialmente aggredito le troupe e con quali motivazioni. Quello che c’è, oggi, sono le testimonianze di chi ha subito l’attacco e la volontà di continuare a lavorare, come ricorda il “tutto ok ora” di Marocchi. È un promemoria del patto implicito tra chi informa e chi viene informato: garantire un racconto rigoroso anche quando l’aria è tesa, perché è proprio nei giorni più difficili che l’informazione serve di più.

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