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Cronaca

Minacce per 20 euro in un bar di Leini. Condannato per estorsione un cliente molesto

Il Tribunale di Ivrea ha ricostruito la notte del 2017 tra alcol, intimidazioni ai clienti e la decisione del gestore di chiudere in anticipo

Minacce per 20 euro in un bar di Leini. Condannato per estorsione un cliente molesto

È bastata una manciata di minuti, una notte di alcol e una frase ripetuta con insistenza per trasformare un banale litigio da bar in un’accusa di estorsione finita oggi davanti alla giudice monocratica Stefania Cugge. Nel processo a carico di Alessandro Serra, classe 1983, l’aula del Tribunale di Ivrea ha ripercorso nei dettagli ciò che accadde il 16 giugno 2017 al Bar del Centro di Leini, quando il gestore Enrico Rocco Vacca consegnò 20 euro all’imputato per mettere fine a una scena fatta di minacce, urla e clienti intimoriti. Un episodio breve ma denso di tensione, fissato dalle telecamere di videosorveglianza e dalle parole dei testimoni, che otto anni dopo è approdato alla sentenza.

Alessandro Serra era imputato per il reato di estorsione, difeso dall’avvocata Federica Liparoti. Secondo la ricostruzione emersa in aula, Serra in quella giornata aveva girato diversi locali di Leini, bevendo lungo tutto l’arco del giorno. Vacca, che ha dichiarato di aver gestito il Bar del Centro dal 2009 al 2021, lo conosceva bene: una presenza abituale, un uomo che «passava ai vari bar della cittadina durante il giorno e beveva», figura di contorno della vita di paese, certo non sconosciuta né a lui né ai clienti.

La sequenza contestata dalla Procura si concentra nella fascia oraria intorno alle 22.30. Serra, già in forte stato di ebbrezza e in compagnia di un amico, aveva alle spalle consumazioni per circa 60 euro non ancora saldate. Quando rientra nel locale per l’ennesima volta, racconta Vacca, pretende altro da bere senza pagare, alzando rapidamente il tono. Le frasi – riferite in aula dal gestore e confermate, nella sostanza, dal materiale video e da chi era presente – sono nette: Serra pretende soldi e minaccia di «rompere le scatole» ai clienti se non fosse stato accontentato. Il passaggio decisivo, riassunto dal racconto della persona offesa, è nelle parole attribuite all’imputato: «Se non mi dai i soldi ti picchio, molesto i clienti».

È in quel momento che, sempre secondo l’accusa, la situazione esce dal perimetro della semplice lite da bar per sconfinare nella condotta estorsiva. Non si tratta più solo di una discussione sulle consumazioni non pagate, ma del tentativo di ottenere denaro con minacce: botte, disordini, disturbo agli avventori. Serra, ha spiegato Vacca, si sarebbe persino tolto la maglia, gesto interpretato come ulteriore manifestazione di aggressività, e avrebbe rivolto a un cliente l’invito a pagare direttamente a lui, scavalcando il bancone e la cassa del locale.

In aula, Vacca è stato indicato dalla Procura come persona offesa attendibile, priva di motivi di astio personale nei confronti di Serra. Ha raccontato di aver vissuto quei minuti con crescente preoccupazione: da un lato la necessità di tutelare i clienti presenti, dall’altro il timore che la situazione degenerasse in rissa. Da qui la decisione di consegnare 20 euro all’imputato e, subito dopo, di abbassare la saracinesca e chiudere anticipatamente il bar per evitare ulteriori problemi.

A confermare il quadro sono stati chiamati diversi testimoni: Thomas Sola, amico comune sia di Vacca sia di Serra; Giulia Caporale e Matteo Aguillari, che si trovavano nel locale o nei pressi al momento dei fatti; e il carabiniere Chiti della stazione di Leini, intervenuto dopo la chiamata del gestore. La loro presenza ha consentito alla giudice Cugge di incastrare i tasselli: l’arrivo di Serra al bar, lo stato di ubriachezza, l’alterco, l’intervento dell’Arma. Nessuno di loro, hanno sottolineato accusa e giudice, ha mostrato motivi personali per ingigantire o stravolgere quanto visto.

Nella sua requisitoria, la pubblica accusa ha insistito su un punto: il gesto di Vacca non è stato un favore fatto a un cliente problematico, ma la risposta a una pressione concreta. Quei 20 euro, secondo il pubblico ministero, sono la prova materiale del condizionamento esercitato da Serra nel contesto di un comportamento aggressivo e minaccioso. La Procura ha quindi chiesto la condanna dell’imputato, riconoscendo però le attenuanti della lieve entità del fatto e le attenuanti generiche, in considerazione delle condizioni di vita dell’imputato e della modesta entità economica del denaro ottenuto.

La pena base indicata è stata di 5 anni di reclusione e 1000 euro di multa, ridotta, in virtù della scelta del rito abbreviato, a 3 anni e 4 mesi di reclusione con 666 euro di multa per tenere conto della lieve entità del fatto. Ulteriormente ridotta per effetto delle attenuanti generiche, la richiesta del pubblico ministero si è assestata su 2 anni e 8 mesi di reclusione e 500 euro di multa, collocando il caso nella fascia bassa del ventaglio sanzionatorio previsto per l’estorsione ma ribadendone la piena rilevanza penale.

La linea difensiva dell’avvocata Federica Liparoti è stata radicalmente diversa. Secondo la difesa, l’istruttoria dibattimentale non avrebbe dimostrato con sufficiente certezza la sussistenza di un vero e proprio stato di intimidazione. Serra, ha ricordato la legale, era conosciuto come un «abitudinario», un perdigiorno che passava le giornate nei bar di Leini, spesso alticcio, ma non per questo realmente pericoloso. In questo quadro, le frasi attribuitegli – in particolare «Se non mi dai i soldi ti picchio, molesto i clienti» – sarebbero da valutare come minacce «vuote», incapaci di incutere un serio timore in una persona come Vacca, che ben conosceva il personaggio e i suoi limiti.

Per la difesa, Vacca non sarebbe stato “costretto” a consegnare i soldi, ma avrebbe scelto in piena autonomia di farlo per evitare una discussione che rischiava di rovinare la serata lavorativa. La stessa chiamata ai carabinieri – effettuata mentre Serra era ancora nel locale e «già alticcio» – viene letta come segno della consapevolezza del gestore di trovarsi davanti a un soggetto fastidioso ma gestibile, tanto da poter coinvolgere le forze dell’ordine senza temere ritorsioni immediate. In questa prospettiva, il reato di estorsione non sarebbe integrato: mancherebbe quel livello di costrizione psicologica che distingue la prepotenza da bar dal fatto penalmente più grave.

La giudice Cugge, al termine della discussione, si è ritirata in camera di consiglio per poi rientrare in aula con una sentenza che ha in gran parte recepito l’impostazione della Procura, pur mantenendo le pene nella fascia più contenuta. Il tribunale ha ritenuto che le parole e il comportamento di Serra, valutati nel contesto concreto – lo stato di ubriachezza, il tono alterato, il gesto di togliersi la maglia, il coinvolgimento dei clienti – fossero idonei a esercitare una pressione reale sul gestore del bar.

La decisione è che Vacca non si trovò di fronte a una semplice maleducazione, ma a una condotta che lo mise nella condizione di dover scegliere tra il rischio di una rissa e la consegna del denaro. Il fatto che abbia optato per la seconda strada, ha scritto in sostanza la giudice, non cancella ma anzi conferma la natura estorsiva dell’episodio, perché proprio nella paura di un male maggiore sta la cifra del reato contestato.

La sentenza pronuncia così la condanna di Alessandro Serra a 2 anni e 3 mesi di reclusione e 500 euro di multa, riconoscendo le attenuanti ma confermando l’impianto accusatorio. Una pena che resta significativa, nonostante la riduzione dovuta al rito abbreviato e alla valutazione della lieve entità, e che manda un segnale chiaro sul confine tra la conflittualità esasperata della vita notturna e la soglia oltre la quale il diritto penale interviene.

Il processo chiude, almeno sotto il profilo giudiziario, una storia che per il gestore del Bar del Centro fu una notte di paura e per Serra l’ennesima giornata segnata dall’abuso di alcol. Restano le immagini delle telecamere, le parole dei testimoni e una condanna che fissa in sentenza ciò che accadde in quei pochi, concitati minuti dietro il bancone di un bar di Leini.

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