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Truffa del finto acquirente online, a Ivrea parte il processo

Il maresciallo dei carabinieri ricostruisce in udienza il meccanismo dell’inganno che, nel luglio 2019, costò una bella cifra a una donna di Volpiano

Truffa del finto acquirente online, a Ivrea parte il processo

La vicenda arriva in aula a distanza di anni, riportando al centro del dibattito una delle truffe più diffuse negli ultimi tempi: quella del finto acquirente che, partendo da un annuncio online, riesce a indurre il venditore a effettuare ricariche postepay anziché ricevere il pagamento pattuito. Nel procedimento in corso davanti al Tribunale di Ivrea, il protagonista è Daniele Vitolo, classe 1997, originario di Ottaviano e residente in provincia di Napoli, imputato per i reati di truffa aggravata in concorso e artifizi e raggiri, contestati con riferimento a un episodio risalente al 9 luglio 2019 a Volpiano.

L'accusa racconta un copione che, per gli investigatori, è divenuto quasi classico. Una donna — Stefania G. — aveva pubblicato su Subito.it un annuncio di vendita di un mobile. Viene contattata telefonicamente da un numero intestato a Waqas Muhammad, nato in Pakistan nel 1993, che però si presenta come “Bruno Vedovato”, un nome inventato. L’uomo sostiene di essere interessato all’acquisto del mobile, avvia una trattativa e, secondo l’imputazione, convince la vittima a recarsi presso un ufficio postale per “ricevere” la somma pattuita. In realtà, come ricostruito dagli investigatori, le operazioni che la donna veniva indotta a compiere erano ricariche di carte postepay, per un totale di 504 euro, una delle quali intestata a Daniele Vitolo.

La persona offesa — accortasi soltanto in un secondo momento dell’inganno — non era più riuscita a recuperare il denaro versato. L’aggravante contestata riguarda l’impossibilità per la vittima di verificare nell’immediato l’effettivo addebito della somma, circostanza favorita dal contesto dell’operazione.

Come difendersi nelle compravendite online: ciò che gli investigatori ripetono sempre

Dietro ogni truffa consumata attraverso piattaforme online si nasconde quasi sempre lo stesso meccanismo: un compratore o un venditore che, all’improvviso, chiede di “fare in fretta”, usa un linguaggio rassicurante, propone una procedura insolita e, soprattutto, spinge l’interlocutore ad allontanarsi dalle normali regole della transazione. È proprio qui che cominciano i rischi. Gli investigatori spiegano da anni che nessun acquirente deve mai chiedere al venditore di recarsi allo sportello postale per ricevere denaro, perché le procedure di pagamento non funzionano così e perché ogni insistenza in quella direzione è il segnale più evidente che qualcosa non torna.

Vale lo stesso per le richieste di ricaricare carte prepagate, di cliccare su link inviati via sms o di comunicare codici che dovrebbero rimanere privati. Il punto è uno soltanto: chi compra paga, e lo fa con modalità semplici e verificabili, senza formule misteriose, senza “passaggi tecnici”, senza la necessità di convincere l’altra parte a seguire istruzioni improbabili. È sempre utile ricordare che una transazione pulita non richiede mai passaggi in cui il venditore mette denaro di tasca propria, nemmeno temporaneamente.

Gli inquirenti suggeriscono ai cittadini di mantenere un approccio lucido anche quando l’offerta sembra allettante, perché il fattore emotivo è l’alleato principale dei truffatori. Un pagamento tracciabile, una comunicazione chiara all’interno delle piattaforme, una verifica prudente dell’identità dell’interlocutore e il rifiuto di qualsiasi operazione anomala bastano spesso a neutralizzare il pericolo.

In sintesi — pur senza schemi rigidi — l’indicazione resta sempre la stessa: quando la procedura proposta dall’altra parte appare troppo complicata, troppo urgente o troppo lontana dalla normalità, il modo più efficace per evitare problemi è interrompere la conversazione. Nessuna vendita vale il rischio di perdere denaro. E, come ricordano spesso i carabinieri, nella rete il confine tra l’occasione perfetta e l’inganno ben costruito può essere molto più sottile di quanto sembri, soprattutto quando si cede alla fretta o alla fiducia mal riposta.

All’apertura del dibattimento è emersa una prima novità processuale: la posizione di Waqas Muhammad è stata stralciata. Non si è riusciti, infatti, a completare le notifiche necessarie per la sua partecipazione al giudizio. L’udienza è proseguita quindi solo nei confronti di Vitolo, presente in aula e assistito dall’avvocato Alessandro Rogani del Foro di Ivrea, subentrato come nuovo difensore di fiducia.

L'avvocato Alessandro Rogani , difensore dell'imputato

L'udienza è stata dedicata all’audizione del maresciallo dei carabinieri che si era occupato dell’indagine. Il militare ha ripercorso punto per punto la dinamica dei fatti, partendo dall’acquisizione della denuncia sporta dalla persona offesa e proseguendo con l’analisi dei tabulati telefonici e delle operazioni eseguite allo sportello postale. È stato il testimone a illustrare come si fosse riusciti a risalire all’intestazione della carta ricaricata e alla titolarità dell’utenza telefonica utilizzata per contattare la vittima. Un lavoro investigativo fondato principalmente sui riscontri documentali, poiché l’intera truffa si era consumata a distanza, senza alcun contatto diretto.

Secondo la ricostruzione del maresciallo, il meccanismo dell’inganno si sarebbe articolato in più passaggi: la creazione di una falsa identità, il contatto con il venditore, l’insistenza nel rappresentare la necessità di seguire una procedura di accredito apparentemente complessa ma in realtà finalizzata a indurre la persona offesa a effettuare ricariche a vantaggio degli imputati. Una modalità che, per altro, rispecchia schemi già noti alle forze dell’ordine nel vasto panorama delle truffe legate alle compravendite online.

Nessuna ulteriore testimonianza è stata ammessa oggi. L’esame dell’imputato non si è tenuto e il processo proseguirà nelle prossime udienze, quando il tribunale entrerà nel merito dei profili di responsabilità e delle contestazioni mosse dalla Procura.

Il caso offre un nuovo spaccato delle difficoltà che i cittadini incontrano quando, fidandosi di piattaforme utilizzate quotidianamente da milioni di persone, incappano in truffatori capaci di sfruttare tempistiche, strumenti di pagamento e presunte procedure tecniche per ribaltare completamente il ruolo tra venditore e acquirente. In aula, a Ivrea, resta ora da comprendere se la ricostruzione accusatoria reggerà fino in fondo e quali saranno le responsabilità attribuite a Vitolo per l’episodio del 2019.

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