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Cronaca
29 Novembre 2025 - 09:19
Paura alla Piazza dei Mestieri, 15enne estrae una pistola a scuola, ma era un giocattolo
Per pochi istanti, nel cortile della Piazza dei Mestieri di Torino, il tempo si è fermato. Un ragazzo di quindici anni, durante l’intervallo, ha estratto una pistola e l’ha puntata verso alcuni compagni prima di riporla. Tutto si è consumato in manciate di secondi, ma è bastato per generare spavento e lasciare un senso di vulnerabilità in uno spazio che, per definizione, dovrebbe essere protetto. Secondo le prime informazioni, l’oggetto era un’arma giocattolo, trovata da un altro studente e consegnata al coetaneo che poi l’ha mostrata in cortile. Nessuna minaccia esplicita, nessuna intenzione di ferire: solo un gesto improvviso, ma sufficiente a creare tensione, specie in un contesto che nelle ultime settimane ha già vissuto momenti di preoccupazione.
Il riferimento inevitabile è infatti a quanto accaduto tre settimane fa al “Giuseppe Peano” di corso Venezia. Un episodio diverso, ma ugualmente capace di accendere il dibattito cittadino sulla gestione del rischio dentro gli istituti. Il semplice richiamo dimostra quanto sia assottigliata, oggi, la soglia di tolleranza verso comportamenti percepiti come minacciosi, anche quando dietro non c’è alcuna arma vera.
Nelle prime ricostruzioni emerge la dinamica elementare del fatto: un ragazzo trova una pistola giocattolo, la passa a un altro studente, quest’ultimo la estrae nel mezzo della ricreazione e la punta in direzione dei compagni, prima di infilarla nuovamente sotto i vestiti. A fare il resto è stata l’impossibilità, in un cortile affollato, di distinguere immediatamente ciò che è vero da ciò che non lo è. Per chi assiste, per chi vede braccia tese e un oggetto nero simile a una pistola, l’effetto è identico: la minaccia, almeno per un istante, sembra reale.
E proprio questo è il nodo centrale. Perché una pistola finta, in un luogo educativo, produce paura vera? La risposta, in parte, è evidente. Il linguaggio delle armi non è neutro, e utilizzarlo come gesto teatrale significa introdurre all’interno della scuola un simbolo che non appartiene né alla relazione tra adolescenti né al clima di apprendimento. La distinzione tecnica tra giocattolo e arma reale diventa irrilevante nel momento in cui il contesto — un cortile, l’intervallo, decine di studenti intorno — rende impossibile valutare l’oggetto con lucidità.
La vicenda lascia aperte alcune domande inevitabili. Come è entrato il giocattolo nella struttura? In quali circostanze è stato trovato dal primo ragazzo, e perché è stato consegnato proprio allo studente che poi l’ha esibito? L’istituto, nelle prossime ore, dovrà chiarire i passaggi e valutare gli strumenti educativi più opportuni per evitare repliche. Non si tratta solo di controlli o regolamenti, ma di un lavoro più ampio, legato alla percezione del rischio e alla responsabilità individuale.
Nel dibattito che il caso sta suscitando tra insegnanti e famiglie emerge un punto comune: educare significa anche spiegare che la messa in scena della violenza, anche se simulata, non è un gioco. Usare un’arma giocattolo per impressionare i compagni non è una bravata, ma un gesto che altera la fiducia collettiva e pesa sulle dinamiche interne alla scuola. Il cortile, per definizione, è uno spazio di relazione e di respiro; introdurvi un segnale di minaccia, anche solo per pochi secondi, rischia di incrinare quel senso di protezione che consente agli studenti di vivere gli ambienti scolastici senza paura.
L’episodio della Piazza dei Mestieri, dunque, non è solo una cronaca breve. È il riflesso di un clima più ampio, in cui le scuole torinesi si trovano a gestire comportamenti sempre più complessi, all’interno di un contesto sociale che amplifica, più di un tempo, ogni segnale di rischio. Parlare, spiegare, chiarire, ascoltare: è questa la leva educativa che molti docenti chiedono di rafforzare, per evitare che pochi secondi di sconsideratezza diventino un modello, o peggio ancora, un precedente.
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