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Cronaca

Non riesce a trovare un lavoro e dà in escandescenza in un’agenzia interinale di Chivasso

L'uomo, arrivato in Italia come profugo, cercava lavoro e integrazione ma è stato condannato a Ivrea per resistenza a pubblico ufficiale

Tutto era accaduto nell'agenzia Synergie di Chivasso (foto di archivio)

Tutto era accaduto nell'agenzia Synergie di Chivasso (foto di archivio)

A volte la cronaca giudiziaria racconta storie che nascono lontano dalle aule dei tribunali, dentro l’angoscia quotidiana di chi non riesce più a tenere insieme i pezzi della propria vita. È quello che è accaduto a O. O., classe 1989, originario dell’Africa, arrivato in Italia da profugo, con un percorso fino a quel momento lineare, senza ombre penali e con un unico obiettivo: costruirsi una nuova vita attraverso il lavoro.

Due anni fa, però, la sua storia ha preso una piega diversa. All’interno della sede della Sinergy di Chivasso, agenzia di lavoro interinale, l’uomo perse il controllo. Quella mattina, dopo l’ennesimo colloquio senza sbocchi, esplose in una reazione abnorme, fatta di urla e agitazione. Non era la prima volta che le difficoltà di inserimento lo mettevano a dura prova, ma quel giorno la tensione superò il limite. 

Quando arrivarono i carabinieri, chiamati dal personale dell’agenzia, la situazione degenerò ulteriormente. O. O. si oppose al controllo, rifiutando di esibire i documenti, che però aveva con sé e che sarebbero poi stati rinvenuti in caserma. Ne nacque un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e di violazione dell’articolo 651 del codice penale, per non aver fornito le generalità. Non ci furono danni fisici ai militari: solo minacce verbali e tentativi di divincolarsi, più il rifiuto di collaborare. Ma tanto bastò per far scattare l’arresto e l’avvio di un procedimento penale.

L'agenzia Synergie di Chivasso, via San Marco

Oggi, davanti alla giudice Stefania Cugge del tribunale di Ivrea, il caso si è chiuso con rito abbreviato. Il pubblico ministero aveva chiesto otto mesi di reclusione. La difesa, invece, ha chiesto l’assoluzione, sostenendo che l’uomo non avesse alcuna intenzione di delinquere.

La giudice Cugge ha riqualificato il secondo capo d’imputazione, ridimensionando l’accusa, e grazie al rito abbreviato e alle attenuanti generiche, ha condannando O. O. a due mesi e ventiquattro giorni di reclusione. Una pena ridotta, che fotografa l’episodio come un momento di sbandamento più che come una scelta criminale consapevole.

In aula è emersa la parabola di un uomo che, pur vivendo in Italia da molti anni, si è trovato imprigionato in un meccanismo più grande di lui: la perdita del lavoro, la difficoltà di ricollocarsi, la frustrazione di non poter più garantire a sé stesso un futuro. E quell’esplosione di rabbia in un ufficio di collocamento è diventata un processo penale.

Oggi O. O. non era presente in aula: si trova già detenuto nel carcere di Torino per un’altra causa. Ma la sentenza di Ivrea rappresenta un tassello significativo di una vicenda che racconta non solo di leggi e codici, ma anche di quanto fragile possa essere il confine tra l’aspirazione a un lavoro e lo scivolare dentro le maglie della giustizia. Un confine che, nel suo caso, ha significato passare dal desiderio di un contratto a tempo indeterminato a una condanna a tempo determinato.

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