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Cronaca
02 Settembre 2025 - 17:00
In foto Mario Giordano e Delia Mauro
È arrivata questa mattina, di buon ora. Delia Mauro reporter della trasmissione “Fuori dal Coro” condotta da Mario Giordano su Rete 4. Ha cercato il sindaco Matteo Chiantore, su e giù per le scale del Municipio. Niente. Non si è fatto trovare. Lo ha chiamato al telefono. Irreperibile. Per paura di un'imboscata? Forse! D'altro canto, la volta scorsa, davanti al microfono, di fronte alla domanda, gli era scappato un “Zingari? Sono nato e cresciuto a Ivrea ma non li conosco…”. Non l'avesse mai detto. Erano seguiti commenti al vetriolo degli esponenti di Opposizioni e sui social da centinaia di cittadini.
Tornando a oggi. Delia Mauro non s'è arresa ed è andata al campo rom. Proprio come aveva fatto nel marzo scorso, ma questa volta in compagnia della polizia. A nulla è servito. Ad un certo punto è spuntato Giovanni Lagaren ed un’altra dozzina di persone. Calci, pugni in testa. Sgommate con l’auto. “Via. via”. Un’aggressione violenta, un assalto in piena regola, una fuga disperata.
“Ha aggredito uno della sua famiglia e pure un cameraman… Io mi sono rifugiata nella macchina della polizia… Faccio questo mestiere da anni, ma una cosa così non l’avevo mai vissuta: urla, minacce, spintoni. Hanno preso di mira il nostro operatore, cercavano di strappargli la telecamera. Ci urlavano di cancellare tutto, si sono fatti sempre più aggressivi. È stato spaventoso”, ci racconta Delia Mauro.
Il servizio verrà mandato in onda su Rete 4 nei prossimi giorni, nel frattempo è subito già arrivata la solidarietà del consigliere comunale Massimiliano De Stefano.
“Con grande sconcerto - scrive sui social - prendo atto del grave episodio di aggressione subito per la seconda volta da Delia Mauro a Ivrea nei pressi del campo. È fondamentale che le istituzioni locali intervengano prontamente, condannando il gravissimo gesto ed esprimendo solidarietà verso la giornalista e la troupe che opera con dedizione nel proprio lavoro. Mi dispiace veramente tanto. Aggiungo che semmai si dovesse celebrare un processo - e si celebrerà - il Comune deve costituirsi parte civile - Un abbraccio solidale… ”.
Per la cronaca – e non solo per quella – “Fuori dal Coro” sta indagando da quasi un anno su un terreno di oltre 5 mila metri quadri in strada vicinale Cascine Forneris, ad un passo da via Bollengo, nei pressi della pista di atletica che un giorno di oltre 22 anni fa è stato occupato abusivamente dai sinti.
Insomma, c’era una volta un campo per la sosta temporanea dei nomadi e oggi c’è un nuovo “quartiere residenziale”, con villette uni e bifamiliari disseminate qua e là, tra una roulette e un caravan.
C'è tutto questo ma come per magia “non c’è nulla di tutto questo” nel nuovo piano regolatore, firmato dall’architetto Giancarlo Paglia e approvato dalle ultime due amministrazioni comunali di centrodestra prima e di centrosinistra oggi.
“La si fa facile! Ma chi ci va lì ad abbattere quelle case? Secondo gli uffici se non le abbattiamo non possiamo fare l’esproprio. E se non possiamo fare l’esproprio resta tutto così com’è! Un problema enorme. Ce ne vorremmo occupare eccome ma non c’è una soluzione...” – ci aveva detto nel 2023 l’ex sindaco Stefano Sertoli allargando le braccia.
Il dito indice è puntato su una villa e tutto inizia nel 2011. Una vicenda che ha dell’incredibile: una Denuncia di Inizio Attività (DIA) per ristrutturare un “ricovero attrezzi” trasformata in un vero e proprio cantiere per la costruzione di una casa. Non una casetta. Una villa di più di 100 metri quadrati, realizzata su suolo privato, ben oltre i 20 dichiarati. Una truffa urbanistica talmente palese da spingere, fin dai primi mesi, il Comune a intervenire.
Ma qui comincia l’altro lato oscuro della vicenda: quello dell’inerzia amministrativa, del silenzio istituzionale, della giustizia che non arriva mai.
Il 15 luglio 2011, con ordinanza n. 5522, il Comune di Ivrea dispone l’immediata sospensione dei lavori, dopo aver constatato che il fabbricato in costruzione era di gran lunga superiore a quanto denunciato. Ma il cantiere non si ferma. Anzi: prosegue indisturbato.
Un secondo sopralluogo lo conferma, e così si arriva alla successiva ordinanza, la n. 5547/2011, che dispone la demolizione dell’edificio e il ripristino dello stato dei luoghi, come previsto dall’art. 31 del DPR 380/2001.


Il responsabile dell’abuso fa ricorso al TAR. Ma anche il Tribunale Amministrativo Regionale, con ordinanza del 15 dicembre 2011, rigetta l’istanza.
Scrive il giudice: “… l’intervento in concreto eseguito oltre a risultare sostanzialmente e funzionalmente difforme da quello per il quale era stata presentata la d.i.a. travalicasse anche il limite di assentibilità…”.
Sul piano giuridico, la strada è sgombra: la villa deve essere abbattuta.
Nel frattempo, l’edificio viene completato e abitato. Lo conferma la Polizia Municipale in un sopralluogo dell’aprile 2012. La situazione è grave, ma sembrerebbe sotto controllo. A settembre, il Comune notifica l’accertamento di inottemperanza all’ordinanza di demolizione.
Un mese dopo, in data 23 ottobre 2012, arriva il passo decisivo: il Consiglio comunale di Ivrea approva la delibera n. 83, che autorizza la demolizione d’ufficio dell’abuso edilizio, con spese a carico del responsabile. Viene persino inserito il capitolo di spesa a bilancio.
Tutto finito? No! Il caso diventa un caso nazionale.
Passano giorni, settimane, mesi. Passa più di un anno e mezzo. Nessuno fa nulla. La villa non solo non viene abbattuta, ma continua a espandersi. Inizia a comparire un giardino esotico, vengono montati gazebo, si vocifera addirittura dell’arrivo di una piscina.
Il 31 marzo 2014, tre consiglieri comunali – Pierre Blasotta, Francesco Comotto e Alberto Tognoli – firmano una mozione con cui chiedono di procedere immediatamente alla demolizione, in ottemperanza alla delibera approvata un anno e mezzo prima.
Nella mozione si ricorda che il Consiglio comunale non ha riscontrato né prevalenti interessi pubblici, né vincoli urbanistici o ambientali che potessero ostacolare la demolizione. La legge è chiara, il quadro è limpido: l’edificio va abbattuto.
La mozione viene votata a maggioranza. Eppure, nulla cambia. Nessuna ruspa. Nessun intervento. Nessun atto concreto.
Così, il 23 aprile 2014, Pierre Blasotta, capogruppo del Movimento 5 Stelle, decide di rivolgersi alla Procura della Repubblica di Ivrea, firmando un esposto per presunta omissione di atti d’ufficio, articolo 328 del Codice Penale. L’esposto è un atto dettagliato, circostanziato, in cui si ripercorrono punto per punto tutti i passaggi dell’incredibile storia: le ordinanze inascoltate, i sopralluoghi, la delibera disattesa, la mozione ignorata, e un fabbricato che non solo è ancora lì, ma continua a espandersi.
Ma l’esposto – come le ordinanze, le delibere e le mozioni – non produce effetti. La villa resta dov’era. A distanza di undici anni, è ancora in piedi, anzi più rifinita, più curata, più definitiva. Un monumento all’illegalità che non incontra ostacoli. Un pugno nello stomaco per chi crede nello Stato di diritto.
***
E poi c’è quell’altro incubo. L’incubo di un campo nomadi e di un terreno situato nella vicinanze di proprietà di Giovanni Gaida, venuto a mancare nel 2018 senza veder risolto il problema. Un incubo suo e pure della moglie Gloriana Lesca Gaida e dei figli che purtroppo lo hanno ereditato con la speranza di non doverlo trasferire ai nipoti….

E pensare che quando tutto è iniziato sarebbe bastato che il Comune con poca spesa e un po’ di diligenza avesse dato loro ascolto ripristinando la recinzione divelta che divideva quel terreno dal Campo Nomadi, il che avrebbe evitato tutti i successivi illeciti.
E invece? Nulla! Al taglio di 29 alberi di rovere per costruire un galoppatoio per cavalli da corsa è seguita (non in una sola notte) la costruzione di una serie di villette abusive.
Tutto spiegato, giorno per giorno, minuto dopo minuto, abusi compresi, in una relazione del maggio del 2000 firmata da due tecnici dell’Arpa, due dirigenti dell’area tecnica e dal maresciallo Rebesco.
Ma anche da una sentenza del 30 dicembre del 2003 di condanna del comportamento del Comune di Ivrea per aver posto in essere “una condotta colposa consentendo una sostanziale espropriazione dei fondi…”.
Risale invece al 2005 una sentenza del Tar attraverso cui il giudice ordina all’Amministrazione Comunale la demolizione degli abusi edilizi.
Fu quella volta che il Comune avrebbe chiesto (sembra di raccontare una barzelletta) che fosse il proprietario ad occuparsene, magari con pala e piccone, a tu per tu con i “Sinti”, cioè quegli stessi “sinti” che in precedenti occasioni lo avevano selvaggiamente aggredito.
Insomma, un’Amministrazione comunale che non vedeva, non sentiva e faceva finta di non capire, paradossalmente però molto attenta ad inviare ai Gaida (proprietari dei terreni) e non ai sinti, accertamenti Ici e Imu del 2015 relativi ai fabbricati abusivi.
Ai Gaida, solo contro tutti, la Pubblica Amministrazione negli anni passati era arrivata al punto di notificare persino due grosse multe per mancato accatastamento degli immobili abusivi….
Negli anni passati la storia eravamo arrivati a raccontarla fino a qui, aggiungendoci che da sempre sindaci e assessori succedutisi “a palazzo” avevano detto a parole di volersene occupare, in verità solo spostando con scuse varie il problema più in là di anno in anno e tra le altre cose, nel 2002, variando la destinazione urbanistica dell’area, da agricola ad area a Servizi per ampliamento del Campo Nomadi, con ciò rendendola invendibile.
Della vicenda, come tutti sanno, qualche tempo fa, se ne erano occupati anche l’ex consigliere comunale Francesco Comotto (oggi assessore all’urbanistica), l’ex consigliere comunale di Forza Italia Tommaso Gilardini e l’ex presidente del consiglio Diego Borla.
E c’è anche una lettera del 14/03/2018 firmata dall’ex responsabile dell’Ufficio Tecnico, l’architetto Nedo Vinzio, inviata all’allora sindaco Carlo Della Pepa e a tutti i Consiglieri, per informare i Gaida “delle attività avviate per addivenire all’esproprio delle aree” con un elenco di 7 punti necessari per giungere all’atto notarile di acquisizione tra i quali la stesura del Progetto definitivo per la fognatura di cui (pensa un po’ te) il campo nomadi è sprovvisto.
Cambia l’Amministrazione comunale, a Della Pepa succede Sertoli e tra le prime azioni della nuova giunta di centrodestra c’è l’arresa con tanto di comunicazione a Gloriana Lesca e ai suoi figli che non si può adempiere all’acquisizione del terreno in quanto la precedente Amministrazione non avrebbe completato l’iter proposto con la lettera del 14/03/2018 e di conseguenza mancherebbero le basi per dimostrare “un esproprio di pubblica utilità”.
Inutile chiedersi che cosa manchi per mettere la parola fine a questo calvario.
Da un punto di vista formale e sostanziale una vera e propria sconfitta per il cittadino che subisce impotente sino alla morte!
C’è poi anche da chiedersi (e fanno due) se esista una “malafede” del Comune e dei funzionari nell’aver omesso di eseguire una sentenza e inottemperato a opere che riguardavano e riguardano la salubrità.
Se ci sia malafede o meno nel non aver preso atto nelle nuove cartine del piano regolatore un quartiere vero e proprio.
Insomma: è così che si amministra? Con comportamenti “strategici e dilatori”?
E mentre oggi si discute della “seconda” violenta aggressione alla troupe di Rete 4 nel quartiere San Giovanni – non lontano da via delle Fornaci – l’eco di questa vicenda torna a farsi sentire. Perché le parole, le mozioni, i comunicati, i proclami sulla “tolleranza zero” restano appesi al nulla, se poi un abuso edilizio deliberatamente riconosciuto e condannato può rimanere indisturbato per oltre un decennio.
Il consiglio comunale di questa cosa nei mesi scorsi si è discusso, ma se ne è fatto un problema di “affari sociali”. Non si è entrati nel merito dell’abuso e non sembra esserci la minima intenzione di buttare giù nulla. Si è anche discussa la proposta del consigliere comunale Massimiliano De Stefano di dare la cittadinanza onoraria alla giornalista “coraggiosa”, bocciata con una lunga serie di astensioni, tre contrari e l’Opposizione favorevole.
Cosa stupisce? L’assessore Francesco Comotto. Quando era seduto tra i banchi dell’opposizione con Carlo Della Pepa sindaco, gridava allo scandalo e chiedeva giustizia, oggi tace.
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