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Sulla condanna di Roberto Rosso la Procura presenta appello: «Ha mentito ai giudici, dargli solo cinque anni è troppo poco»

Il pubblico ministero non concorda con la sentenza del Tribunale di Asti: «sbagliato concedergli le attenuanti»

Roberto Rosso e 'Ndrangheta: dietro al patto, una "sfrenata ricerca di voti"

L’ex assessore regionale Roberto Rosso

ASTI. (r.g.) - Il  Tribunale di Asti nel giugno scorso aveva condannato l’ex consigliere regionale di Fratelli d’Italia, il trinese Roberto Rosso, a cinque anni di carcere per il reato di voto di scambio: l’accusa era di aver comprato un pacchetto di voti da Onofrio Garcea e Francesco Viterbo, considerati due esponenti della ‘ndrangheta, per le elezioni regionali del 2019. Una pena troppo bassa secondo la Procura della Repubblica, che nei giorni scorsi ha presentato atto di appello chiedendo di rideterminare la pena inflitta.

Il pubblico ministero Paolo Toso non è d’accordo in particolare con la concessione delle attenuanti generiche al politico trinese; attenuanti che gli erano state concesse dalla Corte presieduta dal giudice Alberto Giannone «per la sua incensuratezza e per il buon comportamento processuale, avendo partecipato a tutte le udienze del processo ed essendosi sottoposto all’esame chiesto dal pm, rendendo dichiarazioni in parte non verosimili ma che comunque sono risultate fondamentali per la ricostruzione del fatto nei confronti dello stesso Rosso e dei coimputati».

«Non vi è alcun dubbio - scrive il pm nell’atto - sul fatto che Rosso abbia mentito al Tribunale; lo ha fatto nel quadro di una strategia processuale assolutamente legittima, che ha profittato delle prime, solo parziali, risultanze delle intercettazioni telefoniche esposte dai testimoni della Pg, nella speranza che le ulteriori conversazioni intercettate non emergessero». Secondo l’accusa «è invece encomiabile» la ricostruzione contenuta nelle motivazioni secondo cui «Rosso ha cercato di accreditare nel suo esame una versione assolutamente minimalista sul contenuto dei propri rapporti con Viterbo e Garcea. Rosso non dice il vero su tutta la linea». 

L’imputato appare meritevole delle attenuanti generiche in quanto Burlò si è sottoposto ad esame e ha reso dichiarazioni che sono risultate utili per la ricostruzione dei fatti

Il pm paragona la situazione di Rosso (difeso dall’avvocato Giorgio Piazzese) con quella di Mario Burlò (assistito da Maurizio Basile e Domenico Peila), condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Anche l’imprenditore - che nel 2019 fu eletto vicepresidente delle Pmi e fu anche presidente dell’Unione nazionale imprenditori, e con la sua Oj Solution fu sponsor dell’Auxilium basket e di altre società sportive - «ha ottenuto le medesime attenuanti», ma mettendo «a confronto le due motivazioni emerge chiara la disparità di trattamento». Scrivevano infatti i giudici: «L’imputato appare meritevole delle attenuanti generiche in quanto Burlò si è sottoposto ad esame e ha reso dichiarazioni che sono risultate utili per la ricostruzione dei fatti». «E’ vero - sostiene il pm - quindi Rosso non ha mai reso dichiarazioni utili all’accertamento della verità, Burlò invece sì». 

L’appello prende poi in esame la questione della partecipazione alle udienze: «è stata una scelta comune di quasi tutti gli imputati. Rosso, a differenza di costoro, è però stato un uomo delle istituzioni, per cui il comportamento processuale  e il riconoscimento del ruolo del tribunale hanno maggior valore e meritano considerazione soprattutto per chi appartiene al mondo criminale». Per la procura quindi appare «corretto» il riconoscimento delle attenuanti a Burlò, mentre «appare sfornito di motivo analogo riconoscimento a Rosso», in quanto «fermo restando la facoltà di mentire, riconosciuta in funzione del diritto di difesa, non pare giustificato  che questo comportamento processuale non trovi valutazione ed anzi riceva ricompensa».

La Procura, nell’atto d’appello contro la sentenza, ha poi chiesto la condanna per alcune assoluzioni (piene o parziali), per le posizioni di Antonio, Francesco e Salvatore Arone, per Antonino Buono, Nicola De Fina, Alessandro Longo, Roberto Rampulla e Francesco Santaguida.

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