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07 Maggio 2021 - 01:55
Il portone della villetta crivellato dai colpi di arma da fuoco
Un’estorsione non “autorizzata” dai vertici della locale di 'ndrangheta. Dagli atti della maxi operazione “Platinum Dia” emergono particolari «di straordinaria rilevanza» - come li definisce il gip Edmondo Pio - sull’estorsione ai danni di un imprenditore del novarese per la quale, nel 2018, erano stati arrestati quattro brandizzesi.
I fatti sono i seguenti. Il 10 gennaio del 2018 tredici proiettili calibro 9×21 colpiscono il cancello della villetta di un imprenditore di Tornaco, in provincia di Novara. Gli autori del delitto suonano il citofono e risponde la figlia, una bambina. “C’è papà in casa?”. Partono gli spari, colpi esplosi pericolosamente ad altezza uomo.
Appena tre mesi dopo, ad aprile, i carabinieri arrestano quattro persone a Brandizzo. Il blitz, scattato all’alba, si conclude con una caccia all’uomo, un inseguimento con l’elicottero dei militari di Volpiano che sorvola il paese.
In manette finiscono i fratelli Guido e Giuseppe Carbone, il cognato Francesco Ierardi e un amico, Davide Visentin. Il primo aveva precedenti per mafia, riciclaggio, truffa e falso ed è ritenuto dagli inquirenti vicino ala cosca degli Alvaro di Sinopoli. Il secondo per riciclaggio, falso, truffa, estorsione, porto abusivo e detenzione di armi e sarà nuovamente arrestato nell’ambito dell’operazione Cerbero del 2019 con l'accusa di traffico illecito di sostanze stupefacenti. Anche Ierardi aveva precedenti, per truffa. Mentre Visentin era incensurato.
Di quella vicenda si torna oggi a parlare in seguito all’operazione di mercoledì scorso che ha visto, tra gli arrestati per ‘ndrangheta, il 46enne di Volpiano Domenico Aspromonte. Ad aprile del 2018, pochi giorni dopo il blitz, Aspromonte discuteva al telefono degli arresti insieme ad una donna.
Una telefonata intercettata dagli investigatori nella quale la donna raccontava al volpianese come l’imprenditore di Tornaco - che si era occupato di alcuni lavori a Brandizzo - avesse rifiutato le richieste estorsive dei Carbone mandandoli su tutte le furie.
Fatti dei quali Aspromonte era già venuto a conoscenza. «Tra l’altro ti posso dire di più… per quello che mi stai dicendo, saranno pure cazzi per il resto eh».
Il volpianese al telefono sosteneva come i quattro non avessero ricevuto il necessario “via libera” per commettere l’estorsione, e come ciò avrebbe potuto causargli guai seri. «Non l’hanno autorizzata tutta ‘sta roba… sicuro sicuro… qua succederà casino adesso».
«Aspromonte - scrivono gli inquirenti - aveva piena conoscenza delle dinamiche 'ndranghetiste locali, sapeva che i Carbone non erano stati "autorizzati"» ad estorcere denaro all'imprenditore. Le estorsioni, infatti, «devono essere sottoposte al preventivo vaglio del referente locale che deve stabilire e dunque autorizzare chi, nell’ambito del proprio territorio di competenza, possa compiere attività illecite di quel tipo».
«Ma poi cosa ti vai a mettere in queste cose, adesso questi se ne… - concludeva Aspromonte - Veramente tra un po’ li ammazzano eh...».
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