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19 Marzo 2026 - 08:49
Il 18 marzo 2014 è una data che non si limita a segnare un passaggio diplomatico. È una crepa. Una linea sottile ma profonda che attraversa il diritto internazionale e lo mette alla prova, forse per la prima volta in modo così evidente dopo la fine della Guerra Fredda. Nel Cremlino, sotto le luci della Sala di San Giorgio, Vladimir Putin pronuncia un discorso costruito come una narrazione storica:“Nelle menti e nei cuori delle persone, la Crimea è sempre stata una parte inseparabile della Russia”. Pochi istanti dopo, firma il trattato che sancisce l’ingresso della penisola nella Federazione Russa. Dentro, tutto appare ordinato. Fuori, il mondo si divide.
Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin con i leader crimeani dopo la firma del trattato di annessione della Crimea, Cremlino, 18 marzo 2014. (Foto: Sergei Ilnitsky / Reuters).
Due giorni prima, il 16 marzo, la Crimea aveva infatti votato. Secondo i dati ufficiali, oltre l’80% degli aventi diritto si era recato alle urne e il 96,7% aveva scelto l’annessione alla Russia. Un risultato plebiscitario che diventa subito il punto di rottura tra due narrazioni inconciliabili: volontà popolare per Mosca, voto viziato per gran parte della comunità internazionale.

Elettori partecipano al referendum in Crimea il 16 marzo 2014. (Fonte: TIME / Yuri Kozyrev).
Cogliere davvero la portata di quel momento significa tornare indietro. Nel 1783, Caterina II annette la Crimea all’Impero russo, trasformandola in un avamposto strategico sul Mar Nero. Da allora, la penisola entra stabilmente nell’immaginario politico e militare russo.

ll porto di Sebastopoli, base strategica della flotta russa nel Mar Nero.
Sebastopoli diventa simbolo, prima ancora che porto. Quando nel 1954 Nikita Krusciov trasferisce la Crimea all’Ucraina sovietica, il gesto resta interno a un sistema che non conosce confini reali. Ma nel 1991, con il crollo dell’URSS, quel confine diventa concreto e riconosciuto anche dalla Russia. Tutto cambia nel 2014. A Kiev, le proteste di Euromaidan portano alla caduta di Viktor Yanukovych. Per Mosca è un colpo di Stato, per altri una transizione irregolare ma legittima. È qui che la crisi si trasforma in scontro geopolitico. In Crimea compaiono uomini armati senza insegne. Prendono il controllo di aeroporti, istituzioni, snodi strategici. Il referendum si svolge in questo contesto. E proprio questo dettaglio diventa centrale: può essere considerato valido un voto sotto presenza militare straniera? Il 27 marzo 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dichiara il referendum privo di validità e ribadisce l’integrità territoriale dell’Ucraina. Ma il dibattito resta aperto: tra diritto, storia, politica e forza. Oggi, la Crimea è russa nei fatti, ma non nel riconoscimento internazionale ed è proprio in questa frattura che si inserisce una domanda ancora irrisolta: che cosa pesa davvero di più, nel mondo contemporaneo: il diritto, la storia o il potere?

Entrare nel cuore di questa complessità significa ascoltare chi la studia da anni: abbiamo intervistato lo storico e politologo italiano Aldo Ferrari, tra i massimi esperti di spazio post-sovietico, specializzato in armenistica e slavistica. Docente di Lingua e Letteratura armena, Storia della cultura russa e Storia del Caucaso e dell’Asia centrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, nonché direttore del Master in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale. Per l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano dirige il Programma di ricerca su Russia, Caucaso e Asia centrale. È stato inoltre presidente dell’Associazione per lo Studio in Italia dell’Asia Centrale e del Caucaso (ASIAC). Autore di decine di volumi, tra cui ‘Storia della Crimea. Dall’antichità a oggi’ (Il Mulino, 2022) e ‘Russia. Storia di un impero eurasiatico’ (Mondadori, 2024), ha pubblicato numerosi articoli su riviste scientifiche, volumi, atti di convegni e cataloghi di mostre. È stato anche curatore editoriale di diverse opere.

L'INTERVISTA
Professor Ferrari, la Crimea è spesso descritta come un luogo di identità sovrapposte. È corretto parlare di una pluralità di appartenenze, oppure questa è una lettura che rischia di semplificare una realtà più complessa?
“No, non credo semplifichi, anzi, parlare di identità sovrapposte rende, in qualche modo, conto della complessità. La Crimea è una regione singolarissima, a partire dal fatto che possiede una storia antichissima: dal 6/700 a.C. fino a oggi è stata attraversata da molteplici vicende storiche. Non esiste, però, un popolo crimeano, perché in questa penisola hanno vissuto decine di popoli diversi; di conseguenza, nessuno può dirsi, con rigore, detentore esclusivo della Crimea. I russi sono, per così dire, tra gli ultimi arrivati: dopo numerose dominazioni - tra cui quelle dei genovesi e dei veneziani, ma anche dei greci, dei bizantini e dei romani - giunsero i mongolo-tatari nel XII secolo, che rimasero fino al 1783. In seguito, la Crimea entrò a far parte dell’Impero russo, poi dell’Unione Sovietica e, nel 1954, avvenne la nota cessione da parte di Krusciov sempre all’interno dell’URSS, dalla Repubblica sovietica russa alla Repubblica sovietica ucraina. È dunque evidente che si debba parlare di identità sovrapposte, che in qualche misura si sono fuse, ma che non esauriscono la complessità del territorio. La Crimea, infatti, è ancora oggi, come lo è stata nei millenni precedenti, una sorta di ‘insalata di popoli’, un caleidoscopio di culture differenti. La complessità etnoculturale rappresenta, per così dire, la cifra principale della sua storia”.
Nel 2014 abbiamo assistito a un’accelerazione improvvisa degli eventi. A suo avviso, si è trattato di una rottura o piuttosto dell’esito inevitabile di tensioni già presenti da tempo?
“Di inevitabile, nella storia, forse non c’è nulla: esistono dinamiche che possono essere guidate, contrastate o sviluppate. Diciamo che la cessione della Crimea all’Ucraina nel 1954, nel momento in cui nel 1991 si dissolse l’Unione Sovietica, ha creato una situazione anomala: nella penisola, infatti, la netta maggioranza della popolazione era russa e la lingua prevalentemente parlata era il russo. In questo senso, la sua permanenza all’interno dell’Ucraina appariva poco coerente. Non a caso, nei primi anni ’90, i russi della Crimea tentarono di modificare l’assetto della regione, facendo pressione su Mosca affinché la integrasse nella Federazione Russa. Tuttavia, in quel periodo si raggiunse un compromesso tra Mosca e Kiev e la situazione rimase congelata. A mio parere, sarebbe potuta rimanere tale, nonostante il forte valore identitario della Crimea per la Russia e la rilevanza strategica della flotta russa a Sebastopoli, regolata da accordi con Kiev. La Crimea avrebbe potuto continuare a far parte dell’Ucraina se non fosse intervenuto un elemento di forte preoccupazione per Mosca: l’evoluzione politica interna ucraina. Già con la Rivoluzione arancione del 2004 si è registrato uno slittamento verso l’Occidente, che ha allarmato profondamente il Cremlino. Questo orientamento è stato poi rafforzato dagli eventi del febbraio 2014, definiti da alcuni un colpo di Stato, da altri una rivoluzione, che hanno collocato Kiev in modo più netto nell’orbita euro-occidentale. A quel punto, per Mosca, la permanenza della Crimea all’interno dell’Ucraina non era più accettabile e ha agito come sappiamo. Tuttavia, è importante sottolineare che quanto accaduto non era inevitabile: è stato il risultato di una serie di svolte storico-politiche maturate nel corso degli anni”.
Il Cremlino parla di “ritorno a casa”. Dal punto di vista storico, quanto questa espressione ha un fondamento e quanto invece è una costruzione politica contemporanea?
“Si può dire che siano vere entrambe le cose. È chiaro che fu l’Impero russo a conquistare la Crimea nel 1783, ponendo fine all’indipendenza del Khanato tataro. Da quel momento, la Crimea ha assunto, all’interno dell’identità storico-culturale russa, un’importanza enorme: per il suo ruolo militare, basti pensare a Sebastopoli, e per il suo valore culturale. Tutti i grandi scrittori russi l’hanno visitata e descritta; la Crimea è divenuta una sorta di riviera mediterranea dell’Impero russo. La sua presenza nella cultura e nell’immaginario russo è, dunque, fortissima. Questo, però, non sminuisce il fatto che, dal punto di vista giuridico, il termine utilizzato dai russi è “vossoedinenie”, cioè “riunificazione”, sia difficilmente sostenibile. Non lo è, a mio giudizio, sul piano del diritto internazionale, mentre può avere una sua coerenza sul piano storico-culturale, considerando che la permanenza della Crimea all’interno dell’Ucraina era, sotto questo profilo, meno motivata rispetto alla sua appartenenza alla Federazione Russa. Tuttavia, è fondamentale distinguere: la storia e la cultura sono un conto, il diritto internazionale un altro e spesso entrano in conflitto. Un esempio analogo è quello del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian: anche lì, la dimensione storico-culturale non coincide con il riconoscimento giuridico internazionale. In questo senso, la Crimea rappresenta un caso emblematico: storicamente e culturalmente legata alla Russia, ma giuridicamente riconosciuta come parte dell’Ucraina dalla comunità internazionale. Due piani diversi che, come spesso accade, non coincidono”.
Nel dibattito internazionale si tende a contrapporre legalità e legittimità. Dal suo punto di vista, quanto questa distinzione è utile per comprendere davvero il caso Crimea?
“Guardi, secondo me non è così utile. Il diritto internazionale ha un compito molto arduo: traccia delle linee guida che però spettano agli Stati rispettare. E gli Stati, assai spesso, e sempre più negli ultimi tempi, tendono a superarle. Soffermarsi esclusivamente sull’analisi di ciò che è legittimo o illegittimo, legale o illegale, a mio giudizio non è così importante. È difficile negare che, sul piano del diritto internazionale, le ragioni di Kiev siano solide e ben fondate: la Crimea, secondo le norme riconosciute, appartiene all’Ucraina. Mosca oppone una propria lettura dei fatti, come spesso accade nelle controversie internazionali, dove le narrazioni si moltiplicano, ma, sotto il profilo strettamente giuridico, le sue argomentazioni appaiono sensibilmente più fragili. Esiste però, oltre al diritto, anche la realtà: esistono la politica e la forza militare. In questo caso, la Russia, come altri Paesi in situazioni analoghe, ha messo sul piatto una forza nettamente superiore a quella dell’Ucraina, intervenendo anche con l’idea di correggere quello che considera un errore o un incidente storico, ovvero l’inserimento della Crimea nell’Ucraina nel 1954. Credo quindi che, pur restando il diritto internazionale uno strumento indispensabile, non ci si possa limitare ad esso. È necessario tenere sempre conto della complessità dei fattori - politici, storici, strategici - che agiscono in ogni situazione”.
Se dovesse spiegare a qualcuno non esperto perché la Crimea è così importante per la Russia, da dove partirebbe?
“Partirei, come ho già accennato, dalla storia e dalla cultura. A questi elementi si aggiunge poi il diritto, che però, in questo caso, non dà ragione alla Russia. Al contrario, storia e cultura offrono a Mosca una base di legittimazione - non esclusiva, va precisato - perché anche i tatari, al di là dell’Ucraina, avrebbero diritti storici su questa terra, che è stata la loro per secoli: almeno tre, forse cinque se si considera anche la fase mongola. Tuttavia, la Russia può rivendicare un peso storico e politico maggiore e, per quanto possa sembrare brutale dirlo, anche una forza decisamente superiore nel contesto contemporaneo. La componente tatara, infatti, è destinata a rimanere una minoranza turco-musulmana all’interno della Federazione Russa, così come lo era già, in precedenza, all’interno dell’Ucraina”.
Secondo lei, vi è il rischio che il caso Crimea diventi un precedente per altre aree di tensione nello spazio post-sovietico?
“Tutto può essere. Dopo la disgregazione dell’URSS si sono verificati molti altri casi di questo tipo, ciascuno con caratteristiche proprie: dalla Transnistria in Moldavia all’Abkhazia e all’Ossezia del Sud in Georgia, fino al Nagorno-Karabakh in Azerbaigian. La Crimea è sicuramente il caso più rilevante, anche se esploso, in realtà, circa vent’anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Non credo, però, che possa essere considerata un vero e proprio precedente: è piuttosto uno dei tanti esiti della politica delle nazionalità adottata dall’Unione Sovietica negli anni Venti. Un esito, se vogliamo, problematico, ma senza demonizzare quella politica, che conteneva, sia nelle sue formulazioni originarie sia nelle modifiche successive, elementi di imprecisione e imperfezione che, in determinate contesti possono determinare conflitti e in alcuni casi così è di fatto avvenuto”.
Approfondiamo il discorso NATO. Quanto ha pesato la dimensione strategica (Mar Nero, NATO) nella vicenda della Crimea?
“Ha pesato sicuramente molto. Finché, dopo il crollo dell’URSS, l’Ucraina è rimasta uno Stato tendenzialmente neutrale, con buoni rapporti con la Russia - culturali, familiari, vista la presenza di molte famiglie miste, ed economici - la permanenza della Crimea all’interno dell’Ucraina non rappresentava un problema così grave. Nel momento in cui, però, si è verificata una chiara scelta di campo filoccidentale, percepita a Mosca come apertamente antirussa, la questione è cambiata profondamente. In Occidente fatichiamo spesso a comprenderlo, ma per la Russia la svolta del 2014 ha segnato un punto di non ritorno. In prospettiva, inoltre, l’ipotesi di un ingresso dell’Ucraina nella NATO, poi inserita nella Costituzione ucraina nel 2019, ha conferito alla Crimea un valore strategico del tutto diverso agli occhi di Mosca. Tornando a questo aspetto, è probabile che non ci sarebbe stata l’annessione della Crimea se in Ucraina non si fossero verificate prima la svolta del 2004, con la Rivoluzione arancione, e soprattutto quella del 2014”.
Riprendiamo un istante il diritto internazionale ribadendo in maniera sintetica questo duplice aspetto: la Crimea oggi è un territorio occupato o annesso?
“È annessa dalla Russia in maniera illegittima dal punto di vista del diritto internazionale. Proprio per questo, da questa prospettiva, gli ucraini hanno il diritto di definirla un territorio occupato. Si tratta, tuttavia, di considerazioni che si scontrano sia con la dimensione storica sia con la realtà dei fatti. Sul piano giuridico, però, la posizione è chiara: il diritto internazionale, in questo caso, è dalla parte di Kiev, e su questo mi sembra non ci siano dubbi”.
Un’ultima domanda. Secondo lei esistono precedenti che sono comparabili a questo nella storia recente? Mosca porta sempre il paragone con il Kosovo…
“È difficile, nella storia e anche nella geopolitica, trovare due casi identici. Il caso del Kosovo non è sovrapponibile a quello della Crimea. A meno di non considerare il Kosovo come una secessione illegittima dalla Serbia, ma in quel caso saremmo di fronte a una dinamica opposta rispetto alla Crimea, che si è invece ricongiunta alla Russia. Se si guarda al Kosovo come a un’entità a maggioranza albanese, va comunque ricordato che non si è unito all’Albania e, storicamente, non ne ha mai fatto parte. I parallelismi, quindi, risultano spesso forzati e imprecisi: ogni situazione storica ha una propria specificità. Forse un caso più vicino potrebbe essere quello del Nagorno-Karabakh, che era stato inserito in maniera arbitraria all’interno dell’Azerbaigian e che negli anni ’90 se ne è distaccato. Tuttavia, non si è unito all’Armenia, ma ha dato vita a un’entità indipendente. Il parallelo con la Crimea avrebbe potuto reggere se quest’ultima fosse uscita dall’Ucraina senza essere annessa alla Russia, diventando uno Stato autonomo. Ma, appunto, si tratta di ipotesi”.
La Russia sostiene che il distacco del Kosovo dalla Serbia sia stato il primo caso di violazione del diritto internazionale in materia di autodeterminazione…
“Questo è un dato di fatto, ma è anche vero che Mosca usa questo argomento in modo selettivo. Essendo storicamente vicina alla Serbia, ha sempre visto negativamente la dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Più in generale, la Russia, come altri Stati, adotta posizioni differenti a seconda dei propri interessi geopolitici. Ha sostenuto, ad esempio, i separatisti in Abkhazia e Ossezia del Sud anche perché la Georgia aveva intrapreso un percorso di allontanamento da Mosca. Al contrario, nel caso della Serbia, con cui intrattiene ottimi rapporti, ha condannato l’indipendenza del Kosovo. Allo stesso modo, ha invece favorito l’autodeterminazione della Crimea, perché coerente con i propri interessi strategici. Gli Stati, in fondo, tendono a interpretare e utilizzare il diritto internazionale in modo funzionale ai propri obiettivi. Ogni Paese costruisce una propria narrazione politico-internazionale: va ascoltata, ma difficilmente consente, da sola, di risolvere i conflitti”.
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