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Coppa del Mondo, la discesa surreale di Gledhill: ubriaco sulla neve

Tra brindisi e fatica, la 50 km di Oslo diventa racconto: 67° al traguardo per il fondista che sfida la logica dello sport

Coppa del Mondo, la discesa surreale di Gledhill: ubriaco sulla neve

C’è un momento, nello sport, in cui il confine tra epica e parodia si assottiglia fino a scomparire. Succede raramente. Ma quando accade, lascia dietro di sé una scia di stupore, polemiche e racconti destinati a sopravvivere più della gara stessa. È quello che è successo lo scorso 16 marzo a Oslo, nel cuore pulsante dello sci nordico mondiale, dove la neve non è solo superficie ma cultura, identità, rituale collettivo. Nel tempio di Holmenkollen, tra bandiere, cori e tifosi assiepati lungo il tracciato, la Coppa del Mondo di sci di fondo ha smesso, per qualche ora, di essere soltanto sport. In pratica, è diventato racconto. 

Il protagonista è Gabriel Gledhill, classe 2002, un nome che fino a ieri scivolava silenzioso nelle classifiche, lontano dai riflettori dei campioni. Eppure, in quella giornata, Gledhill ha fatto qualcosa che nessun podio avrebbe potuto garantirgli: entrare nella memoria collettiva. Secondo quanto riportato, il fondista britannico ha attraversato il percorso accettando - uno dopo l’altro - i bicchieri offerti dai tifosi. Non acqua, non integratori: alcool!

Dodici birre e sei grappe, numeri che, da soli, raccontano già una storia, ma è il contesto a renderli quasi irreali: uno sport di resistenza estrema, dove ogni grammo conta, dove il respiro è calcolato e la fatica è una scienza, improvvisamente trasformato in un teatro di improvvisazione alcolica. Eppure Gledhill non si è fermato. Ha continuato a sciare, a spingersi avanti, a cercare il traguardo come se quel gesto, apparentemente assurdo, fosse parte integrante della gara stessa. E lo ha fatto fino in fondo: non una comparsa, non un ritiro scenografico, ma un arrivo reale (67° su 69 atleti classificati) abbastanza per dimostrare che quella provocazione non era resa, ma scelta.

Il suo volto, immortalato tra la neve e la nebbia, non è quello di un atleta sconfitto, ma di qualcuno che sta vivendo qualcosa di completamente diverso: una sfida parallela, personale, quasi performativa. Una traiettoria che si incrocia persino con quella delle migliori fondiste del circuito, partite 45 minuti dopo gli uomini e raggiunte nel finale: un’immagine quasi simbolica, che rende ancora più surreale il racconto.

Il pubblico, dal canto suo, non è spettatore passivo. A Oslo il tifo è partecipazione fisica, è contatto diretto, è voce che si fa gesto. Offrire da bere agli atleti non è una novità assoluta, ma raramente si era arrivati a un’escalation simile. È qui che la vicenda si fa ambigua. Perché se da un lato c’è il folklore, quella dimensione quasi carnevalesca che da sempre accompagna alcune gare nordiche, soprattutto a fine stagione, dall’altro emerge una domanda inevitabile: dove finisce lo spettacolo e dove inizia il rischio?

Bere durante una gara di sci di fondo non è soltanto una provocazione: è una scelta che espone il corpo a stress imprevedibili, che altera equilibrio, lucidità, resistenza; è, in altre parole, una rottura delle regole non scritte dello sport. E allora il gesto di Gledhill diventa simbolico. Non più solo un episodio curioso, ma uno specchio che riflette le contraddizioni dello sport contemporaneo: sempre più spettacolo, sempre più intrattenimento, sempre più disposto a piegarsi alle logiche del pubblico.

Eppure, dietro quella discesa alcolica, c’è anche un altro racconto, meno visibile e più amaro. Gledhill vive in Norvegia da anni, dove si era trasferito per allenarsi, ma il suo percorso si è scontrato con un ostacolo burocratico: la richiesta di permesso di soggiorno respinta per reddito insufficiente. È anche alla luce di questo che quel gesto assume i contorni di un addio fuori dagli schemi, quasi una protesta silenziosa. Non solo una bravata, ma un modo per lasciare un segno in un Paese che lo ha formato sportivamente ma non accolto fino in fondo.

C’è chi lo difende, attribuendo a quel gesto una forma di libertà, di leggerezza, quasi di ribellione contro l’ossessione della prestazione da gara. E c’è chi lo critica, vedendo in quel gesto una deriva pericolosa, un precedente che rischia di svuotare di significato la competizione. Nel mezzo, resta l’immagine. Un atleta che avanza nella neve, tra applausi e brindisi improvvisati, mentre il cronometro perde importanza e il traguardo diventa qualcos’altro: non più solo fine della gara, ma conclusione di un capitolo della vita.

Una storia che Oslo, ancora una volta, ha saputo raccontare e che il mondo dello sport, ora, non può più ignorare.

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