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La Russia e l'atomo che unisce i BRICS

Dai cantieri nucleari di Rosatom in Asia e Africa alla centrale iraniana di Bushehr minacciata dall’escalation militare: il nucleare civile emerge come uno degli strumenti più potenti della geopolitica contemporanea e della sfida tra il blocco Russia-Cina e l’Occidente

La Russia e l'atomo che unisce i BRICS

All’alba, sul Golfo Persico, la centrale nucleare di Bushehr appare come una struttura quasi irreale. Una cupola grigia di cemento e acciaio si staglia sull’orizzonte iraniano mentre, all’interno del complesso, ingegneri iraniani e tecnici russi monitorano sistemi di sicurezza progettati per funzionare per decenni. Non è soltanto una centrale elettrica. È un nodo geopolitico, un simbolo della diplomazia energetica contemporanea e uno degli esempi più evidenti di come il nucleare civile sia tornato al centro della competizione globale.

Per oltre vent’anni, dopo la fine della Guerra fredda e gli incidenti di Chernobyl nel 1986 e Fukushima nel 2011, molti osservatori ritenevano che l’energia nucleare fosse destinata a un lento declino. Oggi il quadro è cambiato radicalmente. La crescita della domanda energetica globale, la necessità di ridurre le emissioni di carbonio e le crescenti tensioni geopolitiche hanno riportato l’energia atomica al centro delle strategie di sicurezza energetica di numerosi Paesi.

Secondo i dati della World Nuclear Association, nel 2024 erano operativi nel mondo circa 440 reattori nucleari distribuiti in 31 Paesi, con una capacità complessiva di circa 400 gigawatt. Nello stesso anno queste centrali hanno prodotto 2667 terawattora di elettricità, pari a circa il 9% della produzione elettrica globale. La stessa organizzazione segnala che circa 70 nuovi reattori sono attualmente in costruzione, mentre oltre cento sono pianificati entro il 2040,soprattutto in Asia e nelle economie emergenti.

Questo ritorno dell’energia atomica è stato descritto da diversi analisti come una vera e propria “nuclear renaissance”(rinascita del nucleare, tdr.). La rivista britannica The Economist, in un’analisi pubblicata nel 2024, ha sottolineato che molti governi stanno rivalutando il nucleare non soltanto per ragioni climatiche ma anche per motivi strategici. A differenza delle fonti rinnovabili intermittenti, come eolico e solare, le centrali nucleari sono infatti in grado di produrre energia in modo continuo e stabile, garantendo la sicurezza delle reti elettriche nazionali.

Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha evidenziato questa tendenza. Il direttore generale dell’agenzia, Rafael Mariano Grossi, durante il Board of Governors, ha dichiarato nel 2025 che “l’energia nucleare sta tornando al centro del dibattito globale sulla sicurezza energetica e sulla transizione climatica”, aggiungendo che la capacità nucleare mondiale potrebbe raddoppiare entro il 2050 se i progetti oggi pianificati verranno realizzati.

Ma il nucleare non è soltanto una questione energetica: è anche una questione geopolitica. Una centrale nucleare non è una semplice infrastruttura industriale. È un sistema tecnologico complesso destinato a funzionare per 60 o addirittura 80 anni. Durante questo periodo il Paese che ha costruito il reattore mantiene spesso un ruolo chiave nella fornitura del combustibile nucleare, nella manutenzione degli impianti, nella formazione degli ingegneri e negli aggiornamenti tecnologici. Questo significa che la costruzione di una centrale crea una relazione strategica di lungo periodo tra il Paese fornitore della tecnologia e quello che ospita l’impianto. 

È proprio su questa logica che la Russia ha costruito negli ultimi vent’anni una delle strategie energetiche più ambiziose del mondo. Il fulcro di questa strategia è la corporation statale Rosatom, che controlla l’intera filiera nucleare russa: dalla ricerca scientifica alla progettazione dei reattori, dalla produzione del combustibile nucleare alla gestione del combustibile esaurito. Rosatom non è soltanto una compagnia energetica. È uno strumento di politica estera attraverso cui Mosca costruisce relazioni industriali e tecnologiche con numerosi Paesi emergenti.

A differenza di molte aziende occidentali, Rosatom continua a proporre un modello industriale fortemente integrato lungo tutta la filiera nucleare. Quando un Paese decide di costruire una centrale con tecnologia russa, Mosca offre spesso un pacchetto completo che comprende la progettazione del reattore, la costruzione dell’impianto, il finanziamento tramite prestiti statali, la fornitura del combustibile nucleare e la formazione del personale locale che dovrà gestire la centrale.

Il Financial Times, in un’analisi pubblicata nel 2024 dedicata alla competizione globale nel settore nucleare civile, ha sottolineato che proprio questo approccio “chiavi in mano” rappresenta uno dei principali vantaggi competitivi della Russia. Il quotidiano britannico evidenzia come Rosatom sia in grado di offrire ai Paesi partner non solo la costruzione dei reattori, ma anche il finanziamento dell’opera, la fornitura del combustibile e la gestione tecnologica nel lungo periodo, creando così relazioni energetiche che possono durare decenni.

Vista del cantiere della Centrale nucleare di Akkuyu, la prima centrale nucleare della Turchia, costruita dalla società russa Rosatom sulle coste del Mediterraneo nella provincia di Mersin.
(Fonte: sito https://akkuyu.com/en, ultima visita 10 marzo 2026) 

Negli ultimi anni il modello si è evoluto ulteriormente. In alcuni progetti Rosatom applica infatti il sistema “build-own-operate”, un modello nel quale l’azienda russa non si limita a costruire l’impianto ma ne mantiene anche la proprietà e la gestione operativa per un lungo periodo. Questo schema è stato adottato per la centrale nucleare di Akkuyu in Turchia, il più grande progetto energetico della storia del Paese. L’agenzia Reuters ha riferito nel 2025 che la Russia ha rafforzato il sostegno finanziario al progetto con nuovi investimenti per miliardi di dollari, confermando il ruolo centrale di Rosatom nello sviluppo e nella gestione dell’impianto.

Parallelamente Mosca sta ampliando la propria presenza nei mercati emergenti. La stessa Rosatom, nei suoi report del 2025, sottolinea di operare in oltre sessanta Paesi e di avere un portafoglio internazionale che include decine di reattori in costruzione o in fase avanzata di sviluppo.

Il peso della Russia nel settore nucleare non riguarda soltanto la costruzione delle centrali. La World Nuclear Association, l’organizzazione internazionale che rappresenta l’industria nucleare globale, evidenzia che la Russia controlla circa il 44% della capacità mondiale di arricchimento dell’uranio, una fase fondamentale del ciclo del combustibile nucleare. 

Anche diverse analisi accademiche e studi di settore pubblicati negli ultimi anni mettono in evidenza questa forte concentrazione della filiera nucleare nelle mani di Mosca. In uno studio del 2025 apparso sulla rivista scientifica Energy Strategy Reviews, Nils Haneklaus, ricercatore presso il Dipartimento di Ingegneria dei Sistemi e Management della Khalifa University di Abu Dhabi, osserva che la Russia detiene circa il 46% della capacità globale di arricchimento dell’uranio, oltre a circa il 20% della conversione dell’uranio e il 10% della fabbricazione del combustibile nucleare. Una presenza che, secondo l’analisi, colloca Mosca tra gli attori dominanti lungo l’intera filiera del nucleare civile, dalla trasformazione della materia prima fino alla produzione del combustibile destinato ai reattori.

Una valutazione simile è contenuta anche in un briefing del Servizio di ricerca del Parlamento europeo (EPRS), secondo cui Rosatom controlla quasi il 50% della capacità globale di arricchimento, un fattore che rende difficile per molti Paesi ridurre rapidamente la dipendenza dalla filiera nucleare russa. Anche think tank energetici e analisti geopolitici sottolineano la portata di questo predominio. Il World Nuclear Industry Status Report 2025 osserva che Rosatom rappresenta quasi metà della capacità globale di arricchimento dell’uranio, mentre continua a espandere i propri progetti nucleari all’estero.

È proprio questa integrazione verticale- dalla tecnologia dei reattori al combustibile, fino alla gestione operativa degli impianti - che trasforma il nucleare civile russo non soltanto in un settore industriale strategico, ma anche in uno strumento di influenza geopolitica di lungo periodo. Quando un Paese sceglie tecnologia russa, infatti, il legame con la filiera nucleare di Mosca può estendersi per decenni, dalla fornitura del combustibile alla manutenzione dei reattori, fino allo smaltimento delle scorie.

Questo approccio ha permesso alla Russia di costruire una rete di cooperazione nucleare internazionale che si estende dall’Europa orientale all’Asia, dal Medio Oriente all’Africa.

Uno dei progetti più significativi di questa strategia è la centrale nucleare di El-Dabaa, in Egitto. Situata sulla costa mediterranea a circa trecento chilometri dal Cairo, la centrale sarà composta da quattro reattori VVER-1200 con una capacità complessiva di 4,8 gigawatt. L’accordo tra Russia ed Egitto è stato firmato nel 2015, mentre i lavori di costruzione sono iniziati nel 2022. Secondo Rosatom, il valore complessivo del progetto supera i 28 miliardi di dollari. Il direttore generale della corporation, Aleksej Evgen’evič Lichačëv, ha dichiarato nel 2025 che la centrale di El-Dabaa rappresenta “uno dei progetti strategici più importanti della cooperazione energetica tra Russia ed Egitto”, sottolineando che contribuirà a rafforzare l’indipendenza energetica del Paese nordafricano.

Installazione del RPV (Reactor Pressure Vessel) dell’Unità 1 nella centrale nucleare di El Dabaa Nuclear Power Plant, in Egitto. Il gigantesco recipiente del reattore, componente chiave dell’impianto nucleare, viene posizionato nel sito di costruzione con l’ausilio di una gru pesante nell’ambito del progetto realizzato dalla compagnia statale russa Rosatom. (Fonte: Rosatom“El Dabaa Nuclear Power Plant project press service”, 2025).

La strategia nucleare russa è strettamente collegata anche al ruolo crescente dei BRICS , il blocco geopolitico nato dall’alleanza tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica e progressivamente ampliato negli ultimi anni con l’ingresso di nuovi Paesi del Sud globale, tra cui Iran, Emirati Arabi Uniti, Egitto ed Etiopia (BRICS+). Nel 2018 i Paesi membri hanno creato la BRICS Energy Research Cooperation Platform, un organismo destinato a promuovere la cooperazione energetica e tecnologica tra i membri del blocco. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la sicurezza energetica dei Paesi BRICS e aumentare il loro peso nella governance energetica globale. All’interno di questa piattaforma il nucleare rappresenta uno dei settori più promettenti.

La cooperazione tra Russia e Cina nel settore atomico è uno degli esempi più significativi. La centrale nucleare di Tianwan, nella provincia cinese di Jiangsu, è uno dei progetti più importanti sviluppati con tecnologia russa. Il complesso è gestito dalla China National Nuclear Corporation (CNNC) e comprende diversi reattori nucleari. Nel dicembre 2025 la CNNC ha annunciato che l’unità Tianwan-7 ha completato con successo il cosiddetto ‘hot functional test’, una fase tecnica che simula le condizioni operative del reattore prima del caricamento del combustibile nucleare. Secondo quanto riportato dalla rivista specializzata World Nuclear News, questo passaggio rappresenta una tappa decisiva verso l’entrata in funzione del reattore prevista nel 2026.

Immagine satellitare della centrale nucleare di Kudankulam (Tamil Nadu, India). Il complesso costiero ospita due reattori VVER-1000 operativi e ulteriori unità in costruzione nell’ambito dell’espansione del più grande sito nucleare dell’India.](Fonte: immagini satellitari commerciali (Maxar Technologies) tramite piattaforma Google Earth, consultate nel 2024)

Anche l’India rappresenta un partner fondamentale per la strategia nucleare russa. La centrale di Kudankulam, situata nello Stato del Tamil Nadu, è il più grande progetto nucleare del Paese realizzato con tecnologia russa. I primi due reattori VVER-1000 sono entrati in funzione rispettivamente nel 2014 e nel 2017. Oggi il progetto è in piena espansione: secondo i dati della World Nuclear Association (WNA), altri quattro reattori sono in diverse fasi di costruzione. Le unità 3 e 4 sono in fase avanzata e la terza dovrebbe entrare in funzione quest’anno, mentre le unità 5 e 6 risultano ancora in costruzione; le stime attuali indicano una possibile entrata in funzione intorno al 2027-2028.

Una volta completato, il complesso di Kudankulam dovrebbe comprendere sei reattori VVER-1000 per una capacità complessiva di circa 6 gigawatt, trasformandosi nel più grande polo nucleare dell’India e in uno dei principali esempi della cooperazione nucleare civile tra Mosca e i grandi Paesi emergenti. Non si tratta soltanto di un progetto energetico. Per Mosca, Kudankulam rappresenta il simbolo della cooperazione strategica tra Russia e India nel settore nucleare civile.

Ma è in Medio Oriente che la dimensione geopolitica del nucleare emerge con maggiore evidenza. La centrale nucleare di Bushehr, sulla costa del Golfo Persico, rappresenta uno dei progetti più emblematici della cooperazione tra Russia e Iran. Il primo reattore della centrale, costruito con tecnologia russa VVER-1000, è entrato in funzione nel 2011, diventando la prima e finora unica centrale nucleare operativa dell’Iran. Secondo l’IAEA, il combustibile nucleare utilizzato nell’impianto viene fornito dalla Russia e restituito a Mosca una volta esaurito, un sistema progettato per ridurre i rischi di proliferazione nucleare.

Nel 2014 Russia e Iran hanno firmato un accordo per la costruzione di ulteriori reattori nello stesso sito. La cooperazione energetica tra i due Paesi è stata ulteriormente rafforzata il 18 febbraio scorso, quando il ministro dell’Energia russo Sergej Evgen’evič Civilev, intervenendo a Teheran al termine della riunione della commissione intergovernativa russo-iraniana per la cooperazione economica insieme al ministro del Petrolio iraniano Mohsen Paknejad, ha dichiarato che Mosca e Teheran stanno lavorando “seriamente allo sviluppo dell’energia nucleare civile” e che la costruzione della seconda e della terza unità della centrale di Bushehr è in corso. “Al momento la seconda e la terza unità della centrale nucleare iraniana di Bushehr sono in costruzione. Inoltre, stiamo valutando la possibilità di realizzare nuovi reattori nucleari”, ha fatto sapere Civilev.

Il direttore generale di Rosatom, Aleksej Lichačëv, ha avvertito che un eventuale attacco alla centrale nucleare di Centrale nucleare di Bushehr potrebbe provocare una catastrofe paragonabile al disastro di Disastro di Chernobyl. (Fonte: Interfax — 10 marzo 2026).

La situazione geopolitica nella regione rimane tuttavia estremamente fragile. La settimana scorsa, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, Rosatom ha annunciato la sospensione temporanea dei principali lavori di ingegneria per l’espansione della centrale a causa dell’escalation militare nella regione. Il direttore generale Aleksej Evgen’evič Lichačëv ha dichiarato che i lavori sono stati sospesi per motivi di sicurezza dopo che esplosioni erano state udite “a pochi chilometri” dall’impianto, anche se la centrale non è stata colpita direttamente. Le attività nel sito si concentrano ora sulla manutenzione della struttura e sulla sicurezza degli oltre 600 lavoratori russi presenti nel cantiere.

La gestione russa di Bushehr garantisce non solo l’energia elettrica a Teheran ma anche una sorta di “assicurazione internazionale” sulla natura civile del programma nucleare iraniano: il combustibile nucleare utilizzato nei reattori viene infatti prodotto e consegnato dalla Russia e, una volta esaurito, rimandato indietro per il trattamento, un meccanismo pensato per impedire qualsiasi utilizzo militare del materiale fissile. La protezione di questo avamposto tecnologico è oggi il perno su cui ruota la presenza russa nel Golfo Persico in un momento di massima allerta per la sicurezza globale.

L’episodio evidenzia uno dei problemi più delicati della nuova corsa globale al nucleare: la sicurezza delle infrastrutture nucleari in contesti di conflitto. Il direttore generale dell’IAEA Rafael Grossi ha più volte avvertito che “qualsiasi attacco a una centrale nucleare potrebbe avere conseguenze catastrofiche ben oltre i confini nazionali”. L’esperienza della centrale ucraina di Zaporižžja, occupata durante la guerra tra Russia e Ucraina, ha dimostrato quanto vulnerabili possano essere queste infrastrutture.

Nel frattempo, la competizione nel mercato nucleare globale si intensifica. Oggi tre modelli industriali dominano il settore: il modello russo rappresentato da Rosatom, quello europeo guidato dalla francese EDF (Électricité de France), con il reattore EPR (Réacteur Pressurisé Européen), e quello statunitense rappresentato da Westinghouse, con il reattore AP1000. Secondo analisi pubblicate dal Financial Times, la competizione tra questi modelli non riguarda soltanto la tecnologia ma anche il controllo delle filiere del combustibile nucleare, dei finanziamenti e delle catene industriali.

In questo scenario il nucleare civile diventa molto più di una fonte di energia. Diventa una forma di potere. Chi controlla la tecnologia nucleare controlla relazioni industriali e tecnologiche che possono durare decenni. Per questo motivo il nucleare è destinato a rimanere uno dei campi di competizione più importanti della geopolitica del XXI secolo.

E mentre nuove centrali vengono costruite in Asia, Africa e Medio Oriente, la sagoma della centrale di Bushehr sul Golfo Persico ricorda quanto sottile sia la linea che separa energia, tecnologia e potere.

BOX di approfondimento - Il mercato globale del nucleare

Il mercato mondiale dell’energia nucleare è oggi in una fase di espansione significativa. Secondo i dati pubblicati dalla World Nuclear Association, nel 2024 erano operativi nel mondo circa 440 reattori nucleari distribuiti in 31 Paesi, con una capacità complessiva di circa 400 gigawatt. Nello stesso anno queste centrali hanno prodotto circa 2667 terawattora di elettricità, pari a circa il 9% dell’elettricità globale. La crescita del settore appare destinata a proseguire nei prossimi decenni. Attualmente circa 70 nuovi reattori sono in costruzione e oltre cento sono pianificati entro il 2040, con la maggior parte dei progetti concentrata in Asia, Medio Oriente e Africa. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), circa 30 Paesi stanno valutando l’introduzione dell’energia nucleare nei propri sistemi energetici, soprattutto nel cosiddetto Sud globale. Questo processo è destinato a ridisegnare gli equilibri energetici mondiali. In un contesto segnato da crescente instabilità geopolitica e da una forte domanda di elettricità, il nucleare civile torna infatti a rappresentare non soltanto una soluzione tecnologica ma anche uno strumento di influenza strategica tra Stati.

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