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13 Marzo 2026 - 15:33
Il giorno in cui il traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz ha iniziato a rallentare fino quasi a fermarsi, nelle sale operative dei mercati energetici di Londra, Singapore e Houston si è diffusa la sensazione di assistere a uno di quei momenti in cui la geopolitica piega improvvisamente l’economia mondiale. Hormuz non è un semplice passaggio marittimo. È la gola stretta attraverso cui scorre una parte decisiva dell’energia globale: circa il 20% del petrolio mondiale passa proprio da lì, un dato che da solo basta a spiegare perché ogni tensione nella regione abbia conseguenze immediate sul sistema energetico globale.
Quando, il 28 febbraio, l’escalation militare in Medio Oriente ha coinvolto direttamente gli Stati Uniti e Israele in un conflitto con l’Iran, il mercato petrolifero ha reagito con un’ondata di panico. Gli analisti dell’International Energy Agency (IEA) hanno parlato apertamente di “una delle più grandi interruzioni di approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”, stimando che la guerra abbia tagliato la produzione e l’offerta energetica del Golfo di almeno 10 milioni di barili al giorno.
In questo scenario, che molti osservatori hanno definito uno shock energetico globale, si è verificato un fenomeno geopolitico apparentemente paradossale. La crisi che destabilizza il mercato mondiale, infatti, potrebbe temporaneamente rafforzare la posizione finanziaria della Russia.
A raccontare questa dinamica è stato tra i primi il Financial Times, che ha analizzato l’effetto domino prodotto dalla crisi nello Stretto di Hormuz sull’economia russa. Secondo il quotidiano britannico, il bilancio della Russia ha già incassato tra 1,3 e 1,9 miliardi di dollari di tasse aggiuntive sull’export di petrolio nelle settimane successive alla chiusura dello stretto. Se il prezzo medio del petrolio russo Urals dovesse restare tra 70 e 80 dollari al barile, la cifra potrebbe arrivare tra 3,3 e 4,9 miliardi di dollari entro la fine di marzo.
Questo incremento non è marginale. Secondo le stime citate dal FT, Mosca potrebbe incassare fino a 150 milioni di dollari al giorno di entrate aggiuntive, un flusso di denaro che arriverebbe in un momento particolarmente delicato per il bilancio del Cremlino.
La crisi, scrive ancora il Financial Times, rappresenta “una brusca svolta nel destino di Mosca”. Alla vigilia dell’attacco americano e israeliano contro l’Iran, infatti, l’export petrolifero russo era sceso al livello più basso dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Secondo Boris Dodonov, ricercatore della Kyiv School of Economics, citato dal quotidiano britannico, l’aumento dei prezzi energetici potrebbe avere un effetto immediato sulle finanze russe. “I prezzi elevati aiuteranno la Russia a rispettare gli obiettivi di bilancio in questo trimestre e persino a iniziare a risparmiare”, ha spiegato Dodonov.
L’impennata dei prezzi non è l’unico fattore che sta alimentando il flusso di entrate verso Mosca. Il secondo elemento riguarda la riorganizzazione delle rotte energetiche globali. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha spinto molti importatori asiatici a cercare forniture alternative, aumentando la domanda di greggio russo. Il Financial Times sottolinea che India e Cina hanno intensificato gli acquisti, mentre i dati di monitoraggio dei carichi della società Kpler mostrano che negli oceani del mondo si trova una quantità significativa di petrolio russo diretta verso i porti indiani.
A rafforzare questo quadro è anche un’analisi pubblicata dal The Guardian, basata sui dati del think tank Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA). Secondo il CREA, la Russia ha incassato circa 6 miliardi di euro dalla vendita di combustibili fossili nelle due settimane successive all’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. I dati indicano che solo nel mese di marzo le entrate aggiuntive hanno raggiunto circa 672 milioni di euro, mentre il prezzo medio combinato di petrolio, gas e carbone è aumentato del 14% rispetto a febbraio.
La maggior parte di questo incremento, circa 625 milioni di euro, proviene dalle vendite di petrolio. Alexander Kirk, attivista e ricercatore per le sanzioni dell’organizzazione tedesca Urgewald, citato da The Guardian, ritiene che la situazione rappresenti un esempio classico di come le crisi geopolitiche possano rafforzare temporaneamente gli esportatori energetici autoritari. “Quando i mercati entrano nel panico, gli esportatori autoritari fanno affari d’oro. In meno di due settimane la Russia ha guadagnato circa 6 miliardi di euro dalle esportazioni di combustibili fossili, denaro che alimenta la macchina militare del Cremlino”, ha dichiarato Kirk.
Non tutti, però, ritengono che questa dinamica rappresenti una vittoria strategica per Mosca. Secondo un’analisi pubblicata da Meduza, il sito indipendente russo con sede a Riga, la crisi energetica globale potrebbe sì offrire un vantaggio temporaneo alla Russia, ma non cambia il quadro strutturale dell’economia del paese. La testata giornalistica in questione, ritiene che le entrate russe da petrolio e gas siano già in forte calo rispetto agli anni precedenti. Inoltre, riporta che nel 2025 i ricavi energetici del Cremlino erano scesi a 8,48 trilioni di rubli (pressappoco 92 miliardi di euro), contro 11,13 trilioni nel 2024 (circa 121 miliardi di euro. Questo significherebbe, sempre stando a Meduza, che l’attuale aumento dei prezzi potrebbe rappresentare solo una compensazione temporanea di una tendenza negativa più profonda.
Una lettura simile emerge anche dalle analisi pubblicate dal quotidiano economico russo RBC, che sottolinea come il bilancio federale russo sia diventato sempre più dipendente dalle oscillazioni del prezzo del petrolio.
Ma la vera trasformazione dell’economia energetica russa negli ultimi anni riguarda la geografia delle sue esportazioni. Secondo gli analisti citati dal quotidiano Kommersant, la Russia avrebbe ormai completato una trasformazione radicale delle sue rotte energetiche e che, dopo le sanzioni occidentali, India e Cina sarebbero diventate i principali acquirenti del petrolio russo, sostituendo progressivamente i mercati europei.
Il commercio energetico con l’Asia è infatti diventato una delle principali colonne portanti dell’economia russa, e questo spiega perché ogni crisi che colpisce le forniture mediorientali aumenta automaticamente la domanda di greggio russo.
Nonostante questo vantaggio, diversi economisti russi invitano alla cautela. Il quotidiano Vedomosti ha raccolto le opinioni di numerosi analisti finanziari russi: secondo loro, l’economia del paese si trova oggi in una condizione di “equilibrio precario”. L’aumento dei prezzi dell’energia, spiegano gli esperti citati dal giornale, non è sufficiente a risolvere i problemi strutturali dell’economia russa, che deve affrontare un deficit di bilancio crescente, una spesa militare sempre più elevata, una pressione fiscale in aumento e un rallentamento dell’economia civile.
I dati confermano questa fragilità. Secondo le informazioni riportate dal Financial Times, il deficit del bilancio russo ha già superato il 90% del livello previsto per l’anno, spingendo il governo a prendere in considerazione un taglio del 10% della spesa pubblica per la prima volta dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina.
Un altro analista energetico Vaibhava Raghunandana, sempre citato dal Financial Times, ha dichiarato che la crisi nel Golfo Persico sta sottraendo al mercato globale circa 60 milioni di tonnellate di petrolio greggio e 7 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto. Una riduzione di queste dimensioni modifica inevitabilmente l’equilibrio tra domanda e offerta, e spiega perché il prezzo del petrolio abbia superato nuovamente la soglia psicologica dei 100 dollari al barile.
In questa prospettiva, la crisi nello Stretto di Hormuz non smentisce il quadro di fragilità delineato nei mesi scorsi per l’economia russa: lo sospende solo parzialmente. In un sistema già irrigidito e progressivamente militarizzato, nel quale la crescita è sostenuta dalla spesa pubblica, dalla riallocazione delle filiere industriali e da una disciplina monetaria severa, un rialzo improvviso delle rendite energetiche può rafforzare temporaneamente la tenuta del modello. Non si tratta però di un cambiamento strutturale: è piuttosto un vantaggio congiunturale, legato a una crisi internazionale che altera gli equilibri del mercato globale dell’energia.
L’aumento dei prezzi del petrolio e la domanda aggiuntiva proveniente dall’Asia offrono al Cremlino un margine di respiro fiscale proprio nel momento in cui il sistema economico russo affronta un banco di prova delicato. Ma questo margine non corregge gli squilibri di fondo: li rinvia. L’economia di guerra costruita dopo il 2022 ha dimostrato una notevole capacità di adattamento industriale e finanziario, ma resta sostenuta da un equilibrio fragile tra spesa pubblica, rendite energetiche e compressione del settore civile, che Mosca cerca di compensare anche attraverso il rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali con i Paesi del BRICS e con altri partner del cosiddetto “Sud globale”.
In questo senso, la crisi di Hormuz può essere letta come un moltiplicatore temporaneo di resilienza più che come una svolta strutturale. Finché il mercato energetico resterà sotto pressione, Mosca potrà beneficiare di prezzi elevati e di una domanda asiatica rafforzata, attenuando almeno in parte il calo delle entrate registrato negli ultimi anni. Se però la guerra in Medio Oriente dovesse concludersi rapidamente e il traffico energetico nel Golfo tornasse alla normalità, il vantaggio si dissolverebbe con la stessa velocità con cui è apparso.
Ed è proprio qui che il 2026 assume il suo significato più profondo. Non come anno della fine o del collasso, ma come anno della verifica. Il momento in cui la resilienza costruita negli anni di guerra viene misurata non nella capacità di reagire all’emergenza, ma nella sostenibilità di un modello economico sempre più dipendente dalla rendita energetica, dalla domanda asiatica e dalla stabilizzazione interna garantita dallo Stato.
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