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UE: von der Leyen chiude al gas russo, ma cresce il fronte di chi vuole riaprirne i rubinetti

A Bruxelles la presidente della Commissione europea definisce "un errore strategico" tornare alle forniture energetiche russe, mentre Orbán e Fico chiedono di riaprire le forniture da Mosca per affrontare la crisi energetica europea

UE: von der Leyen chiude al gas russo, ma cresce il fronte di chi vuole riaprirne i rubinetti

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha ribadito che “tornare ai combustibili fossili russi sarebbe un errore strategico”.

L’Europa torna in aula a discutere di gas russo. Non è una questione tecnica né un semplice dibattito energetico: è uno scontro politico e strategico che attraversa il continente nel pieno della guerra in Ucraina, della competizione globale per le risorse e della nuova instabilità dei mercati energetici, aggravata dalle tensioni internazionali e dalle crisi geopolitiche che continuano a influenzare i prezzi dell’energia.

La scintilla si è accesa a Bruxelles l’11 marzo scorso, quando la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, intervenendo davanti al Parlamento europeo ha respinto con fermezza l’ipotesi di riaprire i canali energetici con Mosca per ridurre i prezzi dell’energia.

"Tornare ai combustibili fossili russi sarebbe un errore strategico", ha dichiarato la presidente della Commissione europea durante il dibattito sulla crisi energetica e sulle possibili misure per contenere il caro bollette. Secondo von der Leyen, l’Europa non può permettersi di ripristinare la dipendenza energetica dalla Russia proprio nel momento in cui ha iniziato a liberarsene. Le sue parole sono state riportate da Reuters l’11 marzo 2026 durante il confronto al Parlamento europeo sulle misure energetiche e sui prezzi del gas.

L’intervento arriva in un momento particolarmente delicato per il mercato globale dell’energia. La volatilità dei prezzi è tornata a crescere e le tensioni geopolitiche in diverse aree del mondo stanno influenzando le forniture energetiche. Von der Leyen ha sottolineato che in poche settimane i prezzi del gas sono tornati sotto pressione, contribuendo ad aumentare i costi energetici per famiglie e imprese europee.

Per comprendere il significato di queste dichiarazioni bisogna tornare indietro di alcuni anni. Prima dell’invasione dell’Ucraina, la Russia rappresentava il principale fornitore energetico dell’Europa. Nel 2021 circa il 45% delle importazioni di gas dell’Unione europea proveniva da Mosca, secondo i dati della Commissione europea e di Eurostat. Da allora la situazione è cambiata radicalmente. Attraverso il piano energetico europeo REPowerEU e una serie di decisioni legislative, l’Unione ha avviato una strategia per ridurre progressivamente la dipendenza energetica dalla Russia.

Secondo i dati della Commissione europea e del think tank energetico Bruegel, nel 2025 la quota di gas russo nelle importazioni europee è scesa a circa il 12-13%. Ma la domanda energetica europea non è diminuita: è semplicemente cambiata la geografia delle dipendenze energetiche.

Oggi il sistema energetico europeo si regge principalmente su una nuova triangolazione di forniture: il gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti, oggi il principale fornitore di GNL per l’Europale forniture via gasdotto della Norvegia, diventata il primo fornitore di gas tramite pipeline; il GNL e i contratti energetici a lungo termine con il Qatar. Secondo i dati della International Energy Agency, nel 2024-2025 circa un terzo del gas importato dall’Unione europea è arrivato sotto forma di GNL dagli Stati Uniti, mentre la Norvegia copre oltre il 30% del fabbisogno europeo.

Anche paesi come Algeria e Azerbaigian hanno aumentato le esportazioni verso l’Europa, contribuendo alla diversificazione delle forniture. In altre parole, la dipendenza energetica dalla Russia è stata in larga parte sostituita da una nuova dipendenza energetica da forniture globali - soprattutto dal gas liquefatto americano e qatariota - oltre che dalle pipeline del Nord Europa.

Tuttavia questo nuovo assetto energetico ha un prezzo. Il gas liquefatto richiede processi complessi di liquefazione, trasporto marittimo e rigassificazione, rendendolo più costoso rispetto al gas trasportato via pipeline. È proprio su questo punto che si concentra una parte crescente delle critiche alla strategia energetica europea. Stando all'analisi dell’International Energy Agency e del think tank energetico Bruegel, il prezzo dell’energia per le industrie europee resta più alto rispetto a quello sostenuto dai principali concorrenti internazionali.

Negli anni successivi alla crisi energetica del 2022, i prezzi del gas pagati dalle imprese europee sono stati fino a quattro o cinque volte superiori rispetto a quelli negli Stati Uniti, dove l’abbondanza di gas domestico mantiene i costi energetici molto più bassi. Anche sul fronte dell’elettricità il divario rimane significativo. Per l’IEA, i prezzi dell’elettricità per le industrie europee sono circa il doppio rispetto agli Stati Uniti e fino al 50% più alti rispetto alla Cina.

Per settori energivori come chimica, acciaio, fertilizzanti e vetro questo squilibrio rappresenta un problema strutturale. Alcune industrie hanno già ridotto la produzione o spostato parte delle attività fuori dall’Europa proprio a causa dei costi energetici più elevati. È su questo terreno economico che si inserisce il fronte politico favorevole a una posizione più pragmatica nei confronti del gas russo.

Tra i critici più duri delle politiche energetiche europee c’è il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Budapest è uno dei paesi europei più dipendenti dal gas russo e Orbán ha più volte accusato Bruxelles di prendere decisioni energetiche ideologiche che danneggiano l’economia europea. Una posizione simile è stata espressa anche dal primo ministro slovacco Robert Fico, che ha definito «assolutamente inaccettabile» l’idea di interrompere completamente le forniture russe.

Il dibattito politico si intreccia con quello degli analisti energetici. Il direttore esecutivo della International Energy Agency, Fatih Birol, ha invitato l’Europa a non tornare indietro sulla propria strategia energetica. Mentre in Europa si discute se riaprire o meno i rubinetti del gas russo, a Mosca il dibattito assume un’altra dimensione. Il vice primo ministro russo Aleksandr Novak ha dichiarato che il governo russo sta valutando la possibilità di interrompere completamente le esportazioni di gas verso l’Europa. Le dichiarazioni sono arrivate dopo che il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che la Russia potrebbe sospendere le forniture se le condizioni politiche o economiche lo rendessero necessario.

Il dibattito sul gas russo riflette una frattura profonda all’interno dell’Unione europea. Da una parte ci sono i paesi più favorevoli alla strategia di distacco energetico da Mosca e alla diversificazione delle forniture; dall’altra vi sono governi e settori industriali che temono le conseguenze economiche di questa scelta. Quando Ursula von der Leyen afferma che tornare ai combustibili fossili russi sarebbe «un errore strategico», sta tracciando una linea politica destinata a incidere profondamente sul futuro geopolitico ed economico del continente.

Resta però una variabile decisiva: il tempo. Quanto servirà perché questo nuovo sistema energetico europeo diventi realmente stabile e sostenibile? Nel frattempo l’Europa dovrà muoversi in una fase di equilibrio fragile, in cui sicurezza energetica, competitività industriale e tensioni geopolitiche continueranno a intrecciarsi. Ed è proprio in questo spazio di incertezza che continuerà a riemergere, ciclicamente, la domanda che oggi divide governi, imprese e opinione pubblica: se l’Europa potrà davvero fare a meno del gas russo senza pagare un prezzo economico troppo alto.

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