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Non è la prima volta che una pandemia si sovrappone ad una guerra...

Non è la prima volta che una pandemia si sovrappone ad una guerra...

Non è la prima volta che una pandemia si sovrappone ad una guerra.

I più anziani, se non per vissuto, quantomeno per tramandato ricorderanno la prima guerra mondiale e “l’influenza spagnola”.

Ma ci si chiede come sia possibile tenere in vita tutte le procedure di prevenzione adottate durante una pandemia con la mancanza inevitabile del distanziamento sociale e di una più accurata igiene? Oltre a tutte le altre misure a cui una grave pandemia, di fatto, ha abituato le popolazioni.

La verità penso che risieda nella necessità di adottare quanto necessario per una sopravvivenza immediata, è quello che si fa per istinto di conservazione oltre che per paura, per sé e per i propri cari di morire dilaniati da una bomba o come bersaglio di un cecchino.

La prevenzione contro la pandemia, perde in questo contesto ogni elemento di priorità.

Purtroppo la guerra impone la quotidiana ricerca dell’indispensabile. 

Trovare un rifugio, reperire del cibo e dell’acqua potabile per idratarsi, coprirsi con abiti e scarpe idonee per difendersi dal freddo, è in parte quello che si fa durante le lunghe giornate angoscianti e terrificanti, che un conflitto bellico riserva alle popolazioni interessate.

Come si può immaginare che si possa proseguire una campagna vaccinale? E’ impossibile.

Come si può immaginare che anziché cercare qualcosa da mettere in bocca per nutrirsi, durante una lunga fuga verso la salvezza, si pensi a coprire la bocca con una mascherina?

Come si può immaginare che in guerra ci si preoccupi di un virus che ti dilania i polmoni con una polmonite interstiziale e non prioritariamente di una scheggia di bomba o un proiettile che te li squarci mortalmente?

Ecco che tutto diventa estremamente soggettivo. Tutto si ridimensiona e si adatta a contesti che mutano da un giorno all’altro.

E’ emblematico ciò che è accaduto in 24 h. quando è scoppiata la guerra che ormai da oltre tre settimane stiamo vivendo in Europa, il conflitto che al momento vede direttamente coinvolti la Russia e l’Ucraina.

Tutti i media sono passati in un battito d’ali dagli estenuanti bollettini pandemici pluriquotidiani conditi dalle dichiarazioni, non sempre univoche dei vari virologi, in gran parte divenuti in due anni star televisive, a bollettini di guerra e maratone televisive con i virologi soppiantati  d’emblèe da esperti di geopolitica, anch’essi spesso divisi sulle opinioni,  sulle proposte e sulle “visioni prospettiche”. Stenderei un velo pietoso su quelle, oggetto di accesi dibattiti, riguardanti il passato e le affinità ad esso di alcuni personaggi.

Gli italiani, coinvolti, improvvisamente con gli alleati, sia pure indirettamente e non sul campo, prima divisi sui vaccini, pro vax e novax, ora si dilaniano sui social e non solo, con analoga violenza, sulla posizione da assumere nei confronti di Putin o di Zelenski.

Non entro nel merito.

Aggiungo solo qualche considerazione, che ritengo essere  basata su elementi meno soggettivi. 

Ho parlato di pandemia in regime bellico. Ma cosa accadrebbe se malauguratamente un conflitto con 

armi tradizionali si  trasformasse per iniziativa di una delle parti in causa, in guerra batteriologica?

Premetto che lo stoccaggio e l’uso di tali armi  è stato vietato sin dal 1975 dalla Convenzione sulle armi biologiche, approvata da 183 stati, per cui chi ne facesse uso sarebbe universalmente considerato un bioterrorista, con tutte le misure severissime e definitive da adottarsi nei suoi confronti da parte, forse, del mondo intero.

Ma i laboratori che le studiano, ci sono! Eccome se ci sono ! E gli addetti ai lavori sanno che esistono essenzialmente due livelli, per semplificare il 4 ed il 3.

Il primo non ha rimedi di neutralizzazione il 3 invece si. Per cui il folle che decidesse di farne uso potrebbe cautelarsi con gli antidoti e colpire il nemico indifeso. E’ fantapolitica? Mi auguro di sì, ma leggendo di qua e di là coloro che si occupano di questi argomenti, si traggono considerazioni un po’ preccupanti.

Una tra le tante: si legge, in termini di nefasta ipotesi bellica, che l’aggressore potrebbe preferibilmente far uso di armi biologiche del terzo livello, quelle, come detto, con gli antidoti neutralizzanti, preferendole a quelle nucleari perché  l’obiettivo destruente colpirebbe la popolazione avversa, lasciando intatto il territorio di conquista. Cosa impossibile con l’atomica.

Auguriamoci che questi scenari non si avverino mai e auguriamoci che la pace possa essere invece un comune obiettivo dei popoli ma auguriamoci anche che la politica con la “P” maiuscola che governa i popoli possa tornare ad essere “frequentata” da persone illuminate e capaci.

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