Torno ora da un funerale. Il funerale di Antonio Ferrera. Funerale d’un partigiano che seppe esserlo per tutta la vita. Sempre misurato, calmo, col carisma di chi comandò uomini in lotta per la Libertà. Antonio era l’ultimo dei ribelli della zona. Gli sopravvive soltanto Egisto Dal Lago, “Tranquillo”, che fu giovanissimo allora, al quale auguriamo una buona salute in eterno. Egisto operò nel Veneto ed è quindi, per modo di dire, un “oriundo”, giunto in Canavese dopo la guerra. Poi c’è Renzo Sarteur, che però era solo un bambino. Quindi, a conti fatti, Antonio è davvero l’ultimo vero partigiano locale. Lo hanno preceduto, negli ultimi anni, Riccardo Ravera Chion “Terribile”, poi Giulio De la Pierre “Livio”, e le staffette Liliana Curzio Barbaglia e Caterina Lantermo.
Ora siamo veramente soli. E’ un pensiero che ci attraversa mentre formiamo il picchetto d’onore al defunto assieme agli Alpini. A Bajo Dora il vento che s’incanala dalla Valle d’Aosta è particolarmente forte: le bandiere schioccano con strappi improvvisi, difficile quasi mantenerle erette nell’ultimo saluto. Le adagiamo sulla bara compiendone l’intero giro, per poi fermarci sull’attenti ai suoi piedi, in un rituale partigiano ormai desueto, ma che siamo sicuri lui avrebbe gradito. Accanto al cuscinetto di fiori stanno posati il suo cappello da alpino e il foulard dell’Anpi.
Ora tutto si è concluso, con l’ultimo canto del Coro Bajolese.
E’ l’ennesimo funerale partigiano cui presenziamo, però questa volta balza alla mente, più vivido che mai, il pensiero della solitudine. La mia generazione, quella dei figli, ebbe il privilegio di conoscere, parlare, farsi raccontare le loro vite da loro, i Testimoni diretti di quei fatti ormai lontani. Noi li abbiamo visti, toccati, abbiamo bevuto con loro alla fontana del ricordo. Ora siamo soli. Tocca a noi portare avanti una memoria che si sta purtroppo stemperando col tempo, e talvolta è già scomparsa. Siamo testimoni dei Testimoni (attenzione alle minuscole e alle maiuscole), siamo nani sulle spalle di giganti che ci hanno lasciato un compito immenso: riportare le lancette della Storia indietro per mostrare ai giovani avvenimenti di cui ignorano tutto.
Tutto ciò senza tralasciare l’attualità, sempre più complessa e difficile, cosicché occorre interpretare le scelte di allora e coniugarle con quelle di oggi, ammesso che qualcuno abbia ancora voglia di scegliere, invece di abbandonarsi al nulla. Noi non siamo nemmeno sicuri di ciò che pensavano i Partigiani, che cosa sognavano, cosa si portarono poi come fardello negli anni successivi. E se così è, ancora più difficile leggerli e tradurli alla luce odierna. Una cosa, però, possiamo dire: erano pazienti, tenaci, testardi qualche volta, saggi pur nella loro giovinezza scompigliata e strana. Coraggiosi a loro modo, un po’ guasconi. Erano uomini.
Sapremo noi trasmettere tutto ciò? Compito enorme, eppure necessario affinché non s’interrompa il filo che lega assieme generazioni diverse. Ciao, Antonio, ultimo partigiano del Canavese. Riposa in pace. Ci affidiamo ora ai racconti di Egisto e di Renzo, speriamo per cent’anni, poi toccherà soltanto a noi, e si verificherà di che pasta siamo fatti. Noi, ultimi testimoni dei Testimoni.
Mario Beiletti
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