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11 Gennaio 2022 - 10:44
E’ una questione sulla quale mi interessa esprimere il mio punto di vista. Cercherò di farlo nel modo più semplice possibile.
Anche se la complessità dell’argomento forse richiederebbe un’analisi più lunga e più articolata.
Molti anni fa, da ragazzo o giovane professionista, quando sentivo pronunciare il termine “garantismo”, con grande superficialità ero indotto a ritenere che il garantismo fosse una sorta di scappatoia imboccata da chi intendeva ritardare il giudizio sul proprio operato il più possibile, come in fondo la Costituzione vorrebbe, sino all’ultimo grado di giudizio e sino a sentenza passata in giudicato.
In una fase successiva della mia vita, seguendo un abbrivio che potremmo definire giustizialista ho “sposato” quel pensiero, piuttosto giacobino, che vorrebbe il terzo potere dello Stato intoccabile e dominante rispetto agli altri due. In sostanza auspicavo una Magistratura al di sopra di tutto e tutti che potesse sopperire alla debolezza della politica e desse le carte o tenesse banco al tavolo su cui si giocavano gli equilibri delicatissimi della democrazia.
Niente di più sbagliato! Ho fatto totale resipiscenza operosa ed oggi la mia cultura ampiamente e convintamente liberale, acquisita con lo studio e l’esperienza diretta, personale e non, sul tormentato campo di battaglia che è la vita attiva di un professionista, di un politico o di un normalissimo cittadino, mi colloca senza ombra di dubbio in una posizione molto critica nei confronti della giustizia nel nostro Paese. Ma anche della politica.
Con grande prudenza e forse eccessivo timor reverentialis si è, da sempre, ipotizzato che “la macchina giudiziaria” non sia stata mai proprio totalmente indenne dal mancato raggiungimento della piena imparzialità. Persino Giovanni Giolitti si era “scomodato” nel pronunciare quella famosa frase: “per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”.
Ora, affermare che possa esserci un “sistema” che amministra la giustizia seguendo criteri basati su interessi di parte è sempre stato molto arduo. Per fare affermazioni di questa natura occorrerebbero prove, in considerazione anche del fatto che i vagli sono tanti, dall’avviso di garanzia che un indagato riceve sino all’espletamento dell’ultimo grado di giudizio a cui un imputato, se segue tutto l’iter, si sottopone.
C’è poi da dire che questa ipotetica distorsione della giustizia, che avrebbe portato ad un’altra citazione (di un anonimo del xx sec.) “la legge è uguale per tutti, ma non tutti sono uguali di fronte alla legge”, riguarderebbe essenzialmente i rapporti tra la politica e la magistratura.
Tali affermazioni, in considerazione della grande discrezionalità dei magistrati soprattutto inquirenti nel richiedere rinvii a giudizio o archiviazioni, non sono facilmente dimostrabili. Oltretutto ci si schernisce dicendo che c’è un giudicante che, sia in un caso sia nell’altro, dice la sua. Ma, si d’accordo, ma c’è un però: l’inquirente a monte può decidere se iscrivere nel registro degli indagati o no, in base alle notizie di reato che può, sempre a monte, ritenere tali o meno, soprattutto quando si tratta di fattispecie di reato che necessitano per loro natura di eterointegrazioni con norme esterne come è stato per anni per l’abuso d’ufficio.
Quindi al di là dell’obbligatorietà dell’azione penale, di fatto, l’inquirente di fronte ad una notizia di reato può avviare la macchina o stopparla e questo può avvenire in una fase talmente iniziale da non essere soggetta a vagli di altri colleghi.
In altri Paesi sia europei sia transatlantici non vi è l’obbligatorietà dell’azione penale e la pubblica accusa non fa parte della magistratura ed è, direi, fortemente politicizzata.
Le alte cariche ai vertici della magistratura hanno sempre respinto al mittente accuse dirette o più o meno velate di “connivenza” con la politica. In qualche caso anche sventolando la “minaccia” del reato di vilipendio! Va bene, ma allora come la mettiamo con le lunghe rivelazioni del dott.Palamara ?
Oltre a insorgere la magistratura, periodicamente, a seguito di casi di cronaca a volte raccapriccianti e tristi insorge anche la politica. Normalmente quella parte della politica che si sente vessata e non garantita da imparzialità di giudizi e che vede invece grande parzialità nei giudizi espressi a favore della controparte.
Politicizziamo allora la pubblica accusa che “subordinata” all’esecutivo non potrà più essere tacciata di subdola parzialità. Lo sarà per legge, in una alternanza democratica come avviene per il parlamento e per i governi.
A questo punto, inoltre, mi chiedo: non è per caso che la sussistenza di un “sistema” dipenda da una più o meno diffusa volontà dei partiti di stare al tavolo della “spartizione” nella speranza che possa arrivare il proprio turno? E’ così difficile per gli altri due poteri dello Stato contrapporsi a muso duro al terzo potere se lo ritiene effettivamente troppo invadente?
La risposta è sì! Perchè?
Perchè il Parlamento da oltre trent’anni non ha più avuto la forza di fare riforme della giustizia tali da bilanciare in modo serio le esigenze garantiste di una parte rispetto a quelle giustizialiste dell’altra. Anzi temendo il vento giacobino che spirava forte nelle piazze ed in una larga fetta, forse maggioritaria, dell’opinione pubblica e probabilmente non avendo la coscienza totalmente a posto ha preferito “trattare” con la magistratura anzichè prenderla di petto.
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