Scolaresca di Settimo Torinese negli anni della prima guerra mondiale
L’atteso e temuto rientro scolastico, dopo lockdown, didattica a distanza e tante polemiche (chi ricorda ancora i banchi a rotelle, modello autoscontro, di azzoliniana memoria?) è ormai alle spalle. E allora perché non frugare nelle carte d’archivio per capire come un tempo andavano le cose. Se «il passato è un paese straniero», come scrive l’inglese Leslie Poles Hartley nel suo romanzo «L’età incerta», la storia è un viaggio che ci consente di scoprire luoghi nuovi: le nostre radici ossia noi stessi.
Le fonti d’archivio del diciottesimo secolo attestano che il posto di maestro nei piccoli centri rurali del Piemonte non risultava affatto ambito. Molteplici erano le ragioni. Don Michele Visetti, a cui fu affidata la scuola municipale di Settimo Torinese nel 1772, doveva badare a più di cento alunni. Anche se il Comune lo autorizzò a nominarsi un aiutante o ripetitore, l’impegno appariva chiaramente gravoso. Inoltre, con lo stipendio percepito, il maestro aveva ben poco da scialare. La comunità, infatti, si limitava a corrispondergli la somma annua di trecento lire e a fornirgli l’alloggio e la legna da ardere. In aggiunta, però, gli consentiva di collettare grano, segale e marzenghi (grani che si seminano in marzo) presso le famiglie del territorio. Una pratica, quest’ultima, che non giovava al prestigio dell’insegnante, benché non sembra che fosse ritenuta disdicevole.
L’alto numero di allievi influiva in modo negativo sul profitto e sulla disciplina della classe, costringendo il maestro a adottare severi metodi punitivi. A quanto pare, le lagnanze dei genitori non dovevano essere infrequenti se nel contratto di assunzione del maestro Giovanni Francesco Pollovio (maggio 1747) si precisò che gli alunni, castigati a ragion veduta, erano passibili di espulsione in caso di pubbliche o private rimostranze da parte dei famigliari.
Che le scolaresche di quel periodo fossero piuttosto turbolente è noto da svariate fonti. Nel 1763 il maestro Giuseppe Bancheri rischiò il licenziamento a causa degli alunni troppo indisciplinati. Gli «scolari [...] si vedono dediti alle insolenze, senza timore e con poco rispetto sia in chiesa che altrove», osservarono i consiglieri della comunità. Lo stesso problema si ripropose qualche anno più tardi. «La figliolanza – verbalizzò il segretario comunale – fa puoco profitto nelle scienze e [...] non è disciplinata et educata come si desidera dal publico, vedendosi insollentire nelle contrade e stare con puoco rispetto nella chiesa al tempo de divini ufficij». Talvolta il maestro era preso di mira dai ragazzacci del paese. Una notte del maggio 1769 un gruppo di «birbateli» capeggiato dal figlio del farmacista tenne sveglio don Onorato Giraudi «cantando canzoni immodeste e ben sporche», svillaneggiandolo «con oror indicibile di tutto il vicinato».
I ritmi immutabili della civiltà contadina si riflettevano sul calendario scolastico. Una vacanza di otto giorni quando gli agricoltori mietevano il grano e un’altra di venti giorni in occasione della vendemmia erano previste nel Settecento. La scuola femminile istituita dal prevosto Giuseppe Antonino nel secolo seguente chiudeva durante il periodo delle messi e della semina. «Le protratte vacanze – si puntualizza nel regolamento di quest’ultima – oltre a essere di tedio alle madri, riescendo di grave nocumento al progresso nell’istruzione, si eviteranno».
Dopo la riforma del conte Gabrio Casati (1859), le amministrazioni municipali e gli insegnanti dovettero affrontare il problema della diffusa evasione degli obblighi scolastici. Nel 1876, a Settimo, ben quattro bambini su dieci non erano iscritti a scuola. Inoltre le presenze in classe oscillavano sensibilmente a seconda delle stagioni: col bel tempo, molti alunni aiutavano i parenti in campagna oppure badavano ai fratelli minori. Alcuni erano impegnati nelle fornaci di laterizi. Nel 1877, l’anno in cui fu promulgata la legge Coppino, il soprintendente scolastico Giuseppe Demichelis si vide costretto a rivolgere un accorato appello alle «persone influenti» del paese affinché intervenissero «presso i padri di famiglia», richiamandoli al «dovere di istruire i figli».
Storie vecchie, insomma, ma sempre istruttive.
Commentiscrivi/Scopri i commenti
Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce
Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter
...
Dentro la notiziaLa newsletter del giornale La Voce
LA VOCE DEL CANAVESE Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.