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16 Gennaio 2019 - 11:48
NEL RIQUADRO Stampa popolare che si affiggeva alle porte delle stalle di Settimo Torinese
La figura di Sant’Antonio Abate, la cui festa ricorre il 17 gennaio, ha sempre suscitato l’interesse di pittori, scultori e letterati. Dal Beato Angelico a Paolo Veronese e Paul Cézanne, da Bruegel il Vecchio a Giambattista Tiepolo, dal Sassetta a Tintoretto e Velázquez, il mondo dell’arte si è lasciato ammaliare dall’esperienza ascetica del più illustre anacoreta di tutta la Chiesa antica. Né va dimenticato che il soggetto delle tentazioni di Sant’Antonio nel deserto permise agli artisti di dare un’impronta decisamente mondana alle loro opere. Non a caso, fra gli altri, il napoletano Domenico Morelli ritrasse il santo fra donne sensuali e procaci.
Famose sono le «Tentazioni» che l’olandese Hieronymus Bosch dipinse intorno al 1500: il tema della lotta fra la contemplazione divina e il male è sviluppato in modo inconsueto e fantasmagorico, attingendo alle dottrine esoteriche e alchemiche. Mostruose apparizioni si materializzano in una sorta di sabba, sullo sfondo di un paesaggio indefinito, mentre una piccolissima figura di Cristo mostra ad Antonio il crocifisso, simbolo della passione redentrice.
Nel Medioevo le reliquie del santo furono oggetto di lunghe ricerche; sulle circostanze del loro ritrovamento furono intessute fantasiose leggende. La «Vita di Antonio», scritta dal vescovo alessandrino Atanasio, destò un’impressione profonda e duratura in Occidente. Tradotta in latino – scrive Clifford Hugh Lawrence, insigne storico del Medioevo – fu letta «con appassionato interesse nelle comunità cristiane. [...] Fu nella sua casa a Milano, nell’estate del 386, che Agostino sentì parlare del libro da un visitatore che veniva da Treviri, e fu la storia degli anacoreti del deserto che avviò la crisi della sua conversione».
Un personaggio singolare, dunque, questo Sant’Antonio Abate che i contadini piemontesi continuano a celebrare secondo la tradizione. Vissuto fra il terzo e il quarto secolo, morto all’età di oltre cent’anni in un’oasi dalle parti del Mar Rosso, Antonio è ritenuto il modello dell’anacoreta cristiano, in perenne lotta contro le potenze del maligno sulle quali riesce a trionfare perché sostenuto dalla Grazia.
Un personaggio austero, sicuramente, ma anche umanissimo e simpatico. Alla protezione di Sant’Antonio, nelle campagne, si affida tuttora il bestiame. L’immagine del santo, riprodotta in numerosissime stampe popolari, si ritrovava, sino ad anni non lontani, in ogni stalla. Il roseo maialetto immancabilmente raffigurato ai piedi del celebre eremita simboleggia, in modo un po’ ingenuo ma efficace, la salute e la prosperità. Al porcellino, tuttavia, si attribuisce pure un altro significato. L’ordine ospedaliero degli Antoniani, infatti, ricorreva al grasso di maiale come emolliente e rinfrescante per curare le piaghe dell’herpes zoster, il cosiddetto fuoco sacro o fuoco di Sant’Antonio. Favorito dalle pessime condizioni igieniche e dalla cattiva alimentazione delle classi popolari, il morbo era endemico nel Medioevo. Temuto non meno della peste e della lebbra, provocava spaventose epidemie.
I monaci di Sant’Antonio indossavano un saio nero con una croce azzurra a forma di «tau» sul petto (col «tau» erano pure marchiati i loro maiali). Molto noti nel Piemonte occidentale erano gli ospedali antoniani di Susa e di Ranverso. Di quest’ultimo si conserva la bellissima facciata ricca di decorazioni in cotto e risalente alla seconda metà del quindicesimo secolo.
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