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IVREA. Vittorio Alfieri in Canavese. I sonetti piemontesi scritti durante un soggiorno

IVREA. Vittorio Alfieri in Canavese. I sonetti piemontesi scritti durante un soggiorno

Non molti (anzi, credo pochi) sanno che il conte Vittorio Alfieri (Asti, 1749–Firenze, 1803) nel 1783 ha scritto due sonetti in piemontese: e precisamente i numeri XIII e XIV della sezione Rime sparse nell’edizione curata da F. Maggini (Opere di Vittorio Alfieri da Asti, vol. IX; Asti, 1954). Il primo a Roma il 23 d’aprile, e a Venezia, il secondo, nel mese di giugno. Ma meno persone ancora sanno, credo, che questi due sonetti, scritti in difesa delle sue tragedie, pubblicate a Siena nello stesso anno 1783, sono anche citati dal loro autore in una sua lettera (da Ivrea, dove si trovava in visita all’amico Tommaso Valperga di Caluso) che ci dice qualcosa di più non soltanto sui due sonetti, ma anche sulla loro risonanza nell’ambiente nobiliare e letterario piemontese.

La lettera nr. 19 dell’epistolario alfieriano (in Vittorio Alfieri, Opere, a cura di Fr. Maggini (vol. II. Vita. Giornali. Annali. Scritti politici e letterari. Lettere; Milano–Roma, 1940), scritta in francese da Ivrea (il 14 luglio del 1783) al marchese Ottavio Faletti di Barolo, ci dà, in effetti, qualche notizia in più su questi due suoi sonetti. Ecco il testo di questa lettera, tradotto in italiano, limitatamente alle parti che riguardano i nostri due testi:

Al marchese Faletti, in Savoia

Ivrea, 14 luglio 1783

Mio caro Faletti,

trovo qui per caso Saffardon, vostro cognato, che tra pochi giorni vi vedrà, a quello che mi dice, in Savoia. Io sono qui per caso, essendo che sono venuto da Milano a fare una corsa a Masino a trovare l’Abate di Caluso. Ho saputo a Milano da Benz Brillantin che voi avete fatto un sonetto piemontese in risposta al mio; ciò mi ha fatto nascere il pensiero di mandarvene un altro che ho fatto proprio per chiedere una sorta di scusa ai Piemontesi; e spiegare l’intenzione del primo. Ve lo scrivo qui, se ce la farò a ricordarmelo. Del resto tutt’e due sono uno scherzo fatto per divertire solo per un momento le persone serie. […]

In mancanza del Sonetto Piemontese, se non me lo ricordassi tutto, ve ne mando due Italiani che ho fatto ad Arquà sulla tomba del Petrarca […]

Addio ancora.

In questa lettera, dunque, si parla dei due sonetti, dicendo chiaramente che sono solamente due scherzi e che il secondo dovrebbe servire come una scusa (una sorta di palinodia, cioè una ritrattazione letteraria) per il primo; ma interessante è anche la notizia che il marchese Faletti aveva scritto un sonetto in risposta al primo di Alfieri (e forse anche altri piemontesi l’avevano fatto…). C’è ancora da notare che “l’Abate di Caluso”, citato nella lettera, residente al castello di Masino, è appunto il famoso matematico, filosofo, orientalista e letterato Tommaso Valperga di Caluso, amico carissimo dell’Alfieri, nato a Torino il 20 dicembre 1737 ed ivi morto il 1° aprile 1815, a cui l’Alfieri dedicò la sua tragedia forse più famosa, il Saul. Dal 1783 al 1801 l’Abate Valperga ricoprì la carica di segretario perpetuo dell’Accademia delle Scienze di Torino e fu anche direttore della specola astronomica.

SONÈT I (XIII ed. Maggini)

Son dur, lo seu, son dur, ma i parlo a gent

ch’ha l’ànima tant mòla e dëslavà

ch’a l’é pa da stupì se ’d costa nià

i-j piaso apen-a apen-a a l’un për sent.

Tuti ’s amparo ’l Metastasio a ment

e a n’han j’orije, ’l cheur e j’euj fodrà:

j’eròj a-j veulo vëdde, ma castrà,

ël tràgich a lo veulo, ma impotent.

Pure im dogn nen për vint fin ch’as decida

s’as dev troné sul palch o solfegé,

strassé ’l cheur o gatié marlàit l’orija.

Già ch’an cost mond l’un l’àutr bzògna ch’as rida,

l’é un me dubièt ch’i veuj ben ben rumié:

s’l’é mi ch’son ’d fer o j’italian ’d potija.

Sono duro, lo so, sono duro, ma parlo a persone/ che hanno l’animo così molle e slavato/ che non c’è da stupire se di questa nidiata/ io piaccio a malapena all’uno per cento.// Tutti si imparano a memoria il Metastasio/ e ne hanno le orecchie, il cuore e gli occhi foderati:/ gli eroi li vogliono vedere, ma castrati,/ il tragico lo vogliono, ma impotente.// Eppure non mi do per vinto finché non si decida/ se si deve tuonare sul palco o solfeggiare,/ fare a pezzi il cuore o fare appena il solletico all’orecchio.// Poiché in questo mondo bisogna che si rida l’uno dell’altro,/ è un mio dubbietto che voglio ruminare per bene:/ se sono io ad essere di ferro o gli italiani di fango.

A questo punto non ci resta che aggiungere come di questo testo si possano leggere alcune varianti nell’edizione del Renier (Firenze 1884, p. 313sg.) rispetto a quella (su riportata) del Maggini, e precisamente il v. 9 si presentava così: I stareu donque chiet fin ch’as decida; il v. 11 suonava Fé fòrsa al cheur o andé gatiand l’orija e i vv. 13-14: Heu un dubi ch’an segrét peuss asardé:/ Savèj s’l’é mi ch’son ’d fer o voi ’d potìa. Segno di come il testo dei sonetti fosse fluido e mutevole, a differenza di quelli italiani di cui l’Alfieri stesso curò la pubblicazione. Dal punto di vista linguistico notiamo im dogn (v. 12), forma arcaica per im dagh (forma poi moderna e italianizzata: dago). Il Metastasio del v. 5 è ovviamente il famoso tragico e poeta “cesareo” (cioè della corte viennese) Pietro Trapassi, detto appunto Metastasio (Roma, 1698 – Vienna, 1782), avversario dell’Alfieri, nella polemica contro il quale, oltre a ciò che si legge nella Vita alfieriana (Epoca III, libro VIII) vanno inquadrati i vv. 7-8 e 10-11 del nostro sonetto.

SONÈT II (XIV ed. Maggini)

S’l’é mi ch’son ’d fer o j’italian ’d potija

l’era pa un dubi mai ch’a dvèissa andé

(com i sento purtròp ch’ven d’arivé)

a ferì ij Piemontèis pì an là dl’orija.

L’é un me dubièt, an soma, e as dev nen pijé

për voi pì ch’për l’Italia quanta a sia.

E peui: d’un pòvr autor a la babìa,

com a la vòstra, sfògh bzògna ben dé.

Me sonetass, pòst ch’a va comentà,

parlava an general e solament

a coj ch’han, pì che ’l cheur, l’orija dlicà.

Direu, s’a veulo vnì a ’n comodament,

ch’né lor ’d potija né ’d fer mi son mai stà:

o mi ’d fer doss, lor ’d pàuta consistent.

Se sono io ad essere di ferro o gli italiani di fango/ non era un dubbio che mai dovesse arrivare/ (come sento purtroppo che sta succedendo)/ a ferire i Piemontesi appena oltre l’orecchio.// È un mio dubbietto, insomma, e non si deve prendere/ per voi più che per l’Italia tutta quanta insieme./ E poi: al cicaleccio di un povero autore,/ così come al vostro, bisogna pur dare sfogo.// Il mio sonettaccio, visto che va commentato,/ parlava in generale e solamente/ a coloro che hanno, più che il cuore, l’orecchio delicato.// Dirò, se vogliono arrivare ad un accomodamento,/ che né loro di fango né di ferro io siamo mai stati:/ oppure io di ferro dolce, loro di fango consistente.

Anche qui una forma per noi arcaica (ma per l’Alfieri viva e vegeta): il direu (v. 12), futuro per dirai); e poi il termine babìa, comune anche ad altre parlate dell’Italia settentrionale, che significa appunto: “parlantina sciolta”, ma anche “cicaleccio, parlare senza tanto riflettere, sproloquiare, essere più bravo a parlare che ad agire”, specialmente nelle formule esse mach ëd babìa o avèj ëd babìa: “essere solo chiacchiere, essere più fumo che arrosto”.

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