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09 Ottobre 2018 - 12:26
Di quell’evento abbastanza memorabile in Ivrea, si conserva ancora oggi un ricordo singolare: una granata di mortaio che dopo aver perforato il tetto della chiesa di San Nicola, nei pressi del Duomo, si abbattè al suolo senza esplodere. Così venne appesa con una catena a destra dell’altare maggiore a perenne ricordo di quella grazia. Il 1704 fu un anno drammatico per il Ducato di Savoia: ad eccezione di Verrua, tutte le altre piazzeforti caddero in mano francese.
La violenza degli scontri con i Francesi era acuita dal forte disprezzo che essi provavano per il voltafaccia del duca Vittorio Amedeo II (futuro primo re di Sardegna) che aveva abbandonato la svantaggiosa alleanza con Luigi XIV a favore dell’Austria. Questa nuova guerra era scoppiata con la morte di Carlo II di Spagna, avvenuta il 1° novembre 1700. Così viene chiamata Guerra di Successione di Spagna. A reclamare il trono iberico c’è la Francia che acquisirebbe così uno straordinario potere in Europa e oltre Atlantico. Naturalmente anche Leopoldo I imperatore d’Austria pretende il medesimo trono. Anche il piccolo Piemonte pretende il trono in quanto Vittorio Amedeo II è l’erede di Caterina, infanta di Spagna e moglie di Carlo Emanuele I. Oltre alle ragioni dinastiche, in entrambi i casi (il predominio di Francia o Austria) in Italia si sarebbero rotti i già precari equilibri in Meridione, Sardegna, Sicilia e Lombardia, territori in potere spagnolo.
Ovviamente Francia e Austria si corteggiavano il piccolo Piemonte, piccolo, ma fastidioso, con il suo piccolo esercito, le fortificazioni, l’artiglieria, insomma un piccolo stato, ma pur sempre uno stato, a differenza di altre regioni d’Italia prive di alcun peso militare e politico e totalmente asservite alle potenze europee.
Lo corteggiano anche perché controlla i valichi sulle Alpi che mettono in comunicazione la Francia, con l’Italia e quando fa comodo è un importante stato cuscinetto tra la Francia e gli Austriaci in Lombardia. Per attirare nell’alleanza il Piemonte, al momento alleato con la Francia, l’Austria promette la cessione del marchesato di Monferrato, la Gran Bretagna invece promette l’agognato ducato di Milano in cambio della cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Luigi XIV, il re Sole, offre solo un matrimonio dinastico: Filippo di Borbone con la figlia di Vittorio Amedeo II, Maria Luisa. Gli altri stati in Italia si dichiarano neutrali e il Papa si schiera con i franco-ispanici.
Il duca di Modena è con l’Impero. Ma gli eventi precipitano e il Piemonte è ancora l’alleato dei Francesi e quindi degli Spagnoli e la Baviera. Si fronteggiano contro la Gran Bretagna, le Provincie Unite, il Sacro Romano Impero, il regno di Portogallo e il regno di Danimarca. In virtù degli accordi del 1696, il re Sole conferisce al duca Vittorio Amedeo II il comando generale delle truppe franco-piemontesi in Italia, ma è una bufala perché è solo un titolo onorifico e soprattutto, in caso di vittoria, non gli concederebbe nessun territorio. Mentre si armeggia l’ipotesi di attaccare l’Austria attraverso l’alleata Baviera, il principe Eugenio di Savoia Soissons, cugino di Vittorio Amedeo II che era andato a far carriera militare con straordinario successo alla corte di Vienna, entra in Italia con un armata di 30.000 uomini passando per il Tirolo. Scende in pianura e a Carpi sbaraglia i Francesi e invade il Ferrarese. I
l maresciallo Catinat chiede l’esonero del comando e viene sostituito da Villeroy, un inetto “guerriero di corte” che viene sconfitto a Chiari il 21 gennaio 1702 e addirittura catturato a Cremona. Malgrado le truppe piemontesi si battano bene in campo, sono derisi dai Francesi. A Versailles si ridicolizzano le pretese sabaude e sale il sospetto di contatti traditori tra i due cugini sabaudi. Nel frattempo l’Austria torna a corteggiare il Piemonte: si tratta su concessioni e si parla per la prima volta di titolo regio, ma Vittorio Amedeo II è un pratico: cosa se ne fa della corona regia di Sardegna se non ha i mezzi per difenderla? Il 12 agosto 1703 giunge a Torino l’inviato di Vienna, il conte Averbergh.
I Francesi scoprono la trama, o meglio la notizia viene nientemeno pubblicata che dalla Gazzetta di Berna, sotto forma di corrispondenza da Vienna. Una fuga di notizie abilmente architettata da Vienna per tagliar corto sulle trattative. Anche perché i franco-bavaresi ora minacciano Vienna. Luigi XIV il 15 settembre dispone che il maresciallo Vendôme disarmi e catturi le truppe piemontesi (un corpo di circa 3.000 uomini) radunate a San Benedetto Po.
Vengono catturati anche i comandanti: il generale in capo Carlo Giuseppe di Castellamonte con il conte generale Giovanni Michele Piossasco di None, il conte Francesco Maria Solaro di Monasterolo e il barone Cesare Epifanio Lamberti di Cavallerleone. La cattura viene organizzata con cura, i Piemontesi vengono invitati ad una rassegna militare con Spagnoli e Francesi, ma senza munizioni. Sono le truppe da combattimento migliori dei reggimenti Guardie, Aosta, Piemonte, Chiablese e Fucilieri. Proprio da San Benedetto Po’ parte l’offensiva franco-ispanica per fa cadere il Piemonte. Il maresciallo Vendôme ha una chiara visione strategica che comunica a Luigi XIV: La guerra in Piemonte bisogna terminarla quanto più presto sia possibile e non stare a trastullarsi dinanzi a Vercelli, né a Verrua, ma correre difilato fino a Torino.
Ma i riti e i tempi della corte di Versailles sono molto diversi. I Francesi chiedono subito la cessione delle fortezze di Verrua e Cuneo e per rappresaglia Vittorio Amedeo II fa arrestare e confiscare i beni di tutti i Francesi residenti in Piemonte. Gli ambasciatori di Francia e Spagna arrestati ai propri domicili. Intanto 155 ammalati trasportati su un barcone sul Po’ sotto scorta francese si ammutinano e si fanno sbarcare nel piacentino per raggiungere i propri reggimenti in Piemonte. Cesare Lamberti di Cavallerleone, rinchiuso a Cremona, con un nutrito gruppo di ufficiali, riesce a fuggire e dirigersi verso il Piemonte.
Al momento della rottura con la Francia il Piemonte ha poco oltre 11.000 soldati di fanteria organizzati in 12 reggimenti, di cui 2 mercenari, a cui si aggiungono 2 reggimenti protestanti fuoriusciti dalla Francia, 440 cavalieri tra i reggimenti “Piemonte Reale” e “Savoia”, altri 400 dragoni dei reggimenti “Ginevra” e “Piemonte” e un battaglione d’artiglieria di 200 uomini. Ma al di là degli organici, pesano le diserzioni e lo scarso armamento di alcune fortezze. Nemmeno i nuovi arruolamenti portano grandi numeri. Alla fine la piccola armata del Piemonte supera di poco le 20.000 unità, ben poco rispetto ai 40.000 franco-ispanici che marciano sul Piemonte. Il morale è basso è si rialza un poco quando con una galoppata epica provenienti dal Mincio, malgrado i Francesi, gli Spagnoli e soprattutto i Genovesi, 1220 cavalieri imperiali al comando del marchese Annibale Visconti (un altro italiano al servizio dell’Austria) raggiungono Torino. Il principe Eugenio però è impegnato per sedare una rivolta in Ungheria, ma da ordine a Starhembergh di muovere fino al Tanaro con 14.000 uomini, 3420 cavalli e 20 cannoni. E’ la fine di novembre del 1703. A metà gennaio del 1704 gli Imperiali sono a Torino dopo numerosi scontri. Le truppe austriache sono disposte nei paesi tra Trino, Villanova Monferrato e Verrua.
Le truppe piemontesi tengono Vercelli, Crescentino Verrua, Chieri, Moncalieri, Torino, Alba, Cuneo, Nizza e l’incredibile fortezza di Montmélian, che regge da sola isolata in Savoia all’assedio di Tessé e del duca De La Feuillade. Unico porto in mano piemontese è rimasto quello di Oneglia, insufficiente per l’attracco di aiuti anglo-olandesi via mare. Vittorio Amedeo II ordina azioni di disturbo in Francia poco oltre i confini alpini.
Altri rinforzi imperiali giungono via mare da Napoli, dalla Sicilia e da Marsiglia. Vendôme vorrebbe prendere subito Verrua, ma Luigi XIV impone la caduta di Ivrea per tagliare i rifornimenti che giungono in Piemonte attraverso la Valle d’Aosta dalla Svizzera e dalla Germania. Inoltre invia una seconda armata agli ordini di La Feuillade che fa cadere in soli 6 giorni l’imponente forte della Brunetta a Susa. Vendôme intanto con 37 battaglioni e 59 squadroni di cavalleria investe Vercelli che incredibilmente capitola, malgrado la forte guarnigione e l’ottimo parco d’artiglieria, dopo appena un mese e mezzo il 20 luglio 1704. Vittorio Amedeo II è deluso e amareggiato dei propri ufficiali, scelti personalmente da lui. Ora il Vendôme si dirige su Ivrea.
La città è molto meno difesa di Vercelli. Dal 3 marzo 1697 il governatore della città era il barone Carlo Filippo Perrone di San Martino, il comandante militare di piazza era il tedesco barone Kriechbaum con dieci o dodici battaglioni e alcuni pezzi d’artiglieria disposti nelle mura della città, e nei due forti della Castiglia (il vecchio forte spagnolo) e della Cittadella con battaglioni dei reggimenti Piemonte, Schulemberg, Reding, Nizza, Maffei, Trinità e Deguin. I Francesi stavano giungendo con 47 battaglioni, 92 squadroni, 12 mortai d’assedio, 64 pezzi d’artiglieria con un totale di 24.000 uomini contro una guarnigione di circa 5.000 uomini.
Se il rapporto a Vercelli era stato di 2,5 a 1 in favore degli attaccanti, a Ivrea il rapporto favoriva gli assedianti per 4,8 a 1. Lasciata Vercelli all’alba del 23 agosto, in serata i Francesi si accamparono sulle sponde del Lago di Viverone spogliando case e cascinali.
I contadini di quei luoghi allora si erano uniti agli ussari della guarnigione di Ivrea e avevano portato la guerriglia al campo francese, uccidendo tutti i soldati che riuscivano a isolare e disarmare. Per rappresaglia il Vendôme il 28 agosto fece incendiare i paesi di Palazzo, Bollengo e Burolo e da Ivrea videro alzarsi le fiamme. Il mattino del 30 agosto la cavalleria francese era sulla strada Viverone – Ivrea all’altezza di Stallabia, l’ala destra a Chiaverano e la sinistra a Tina e lo stato maggiore alla cascina Breda. Venne ordinato l’incendio al convento dei Cappuccini. Un piccolo distaccamento di 50 moschettieri aveva dovuto lasciare i trinceramenti scavati sul Monte Stella e sul Monte Giuliano per non venir sopraffatto e si era rifugiato in città. Un ridotto di 40 moschettieri del marchese di Pianezza resisteva invece nelle trincee di Boselletto a difesa di alcuni mulini. Resisteranno per ben 18 giorni e ancora oggi si ricorda il luogo con il nome di “mulino Pianezza”. Nella notte i difensori gettano un ponte di legno sulla Dora per mettere in comunicazione La Castiglia con la Cittadella, difeso da un ridotto eretto sul Ghiaro delle Lavandaie. Bersagliati dalle batterie della città, i Francesi non riescono a scavare trincee prima del 2 settembre e in quel giorno iniziano a sparare contro la città con 4 batterie.
I Francesi approntano altre batterie: una sul Monte Guliano, un’altra sopra la Madonna del Monte, ai Tre Re, a San Lorenzo, ai Cappuccini e alla cascina Mezzena, a San Nazario e al Martinetto al di là della Dora. Anche i conventi diventano dei fortini per i difensori. Un distaccamento presidia il convento di Santa Chiara che riceve presto il fuoco nemico. Stessa cosa al convento di San Michele che viene bombardato dalla batteria di Monte Giuliano. Nelle notti del 2 e 4 settembre due sortite permettono la distruzione della cappella di San Nazario che copriva il lavoro d’assedio dei francesi, all’incirca presso il vecchio Caulero, un bastione spagnolo del ‘500 a mezzaluna, ad est della porta di Vercelli, fuori le mura. Fra il 4 e il 7 i difensori devono demolire altre case in Piazza Ulderico che impedivano il tiro della batteria installata nel giardino del Vescovo e di quella ben nascosta nel giardino di San Michele, entrambe destinate a sbarrare il passaggio della Dora da parte dei francesi. La difesa era infatti imperniata sullo sbarramento costituito dal fiume che evitava l’aggiramento completo della città e dalla cinta muraria. Fin dal mese di marzo erano iniziati gli abbattimenti delle case che impedivano una efficace difesa cittadina. Agli ultimi giorni d’agosto il governatore della città aveva fatto abbattere la chiesa di San Lorenzo perché non venisse utilizzata come fortino dal nemico, come invece era avvenuto nel precedente assedio nel 1644. Il 4 settembre i 12 mortai e i 64 cannoni iniziarono il tiro conto la città. Furono contati fino a 1.400 colpi in un giorno (all’assedio di Torino pochi mesi dopo, si arriveranno a contare fino a 8.300 cannonate al giorno). Vittorio Amedeo II si insedia a Strambino (la città è ancora raggiungibile da sud) da dove invia due battaglioni che si vanno ad aggiungere ai difensori nella notte tra il 6 e il 7 settembre, ma intanto Vendôme riesce a far gettare un ponte di barche sulla Dora e fa transitare 35 squadroni e 15 battaglioni che si vanno ad accampare intorno al convento di San Bernardino. La via di soccorso con Strambino è tagliata e la città completamente circondata. Il duca Vittorio Amedeo II si ritira a Crescentino per seguire da vicino i preparativi della difesa di Verrua che sarà assediata il 14 ottobre.
Sotto l’incessante bombardamento i Francesi penetrano nel camminamento coperto l’8 settembre e contemporaneamente 3.000 Spagnoli occupano Montalto Dora per impedire soccorsi a Ivrea dalla Valle d’Aosta. Nella stessa, lunga giornata, Vendôme lancia all’attacco 4.000 cavalieri per guadare la Dora, ma viene contrattaccato con successo dalla cavalleria piemontese che gli impedisce la manovra. Nella notte i Francesi riescono ad entrare per due volte nella ridotta di San Nazario, ma accorrono in soccorso il San Martino e il Kriechbaum con l’intero presidio. Muoiono 190 Francesi e la ridotta è ripresa con 10 morti e 150 feriti. In questa azione si scopre per la prima volta la batteria di San Michele che spara facendo gran macello di Francesi allo scoperto. Il 12 e il 13 e poche ore prima del 15 i difensori compiono tre audaci quanto feroci sortite. Kriechbaum aveva fatto preparare travi impegolate per gettarle ardenti sopra i nemici e grandi qantità di falci con lunghi manici e tavole con chiodi sporgenti più di mezzo piede. I combattimenti corpo a corpo sono sempre più feroci. Il 15 settembre la ridotta San Nazario, strenuamente difesa per 15 ininterrotti giorni, cade nella notte in mano Francese, dopo che i difensori l’hanno minata. Nella deflagrazione che segue muoiono 160 nemici e 140 ne restano feriti. Ma ormai il sistema difensivo eporediese è collassato: il 16 gli assedianti sono padroni di tutte le opere esteriori e di quasi tutti i bastioni; le cortine attorno alla città sono rovinate o inadatte alla difesa. Il 18 il barone Perrone di San Martino innalza bandiera bianca e le truppe rimaste si rinchiudono per l’ultima difesa nei forti di Castiglia e Cittadella. Transitati gli ultimi soldati sul Ponte Vecchio (Ponte Canavese), il barone da ordine di far saltare l’antico ponte romano con le cariche che lo minano. La città è completamente isolata da sud e così si prolunga la difesa della Cittadella e della Castiglia e si impedisce un assalto francese condotto dalla città occupata. Vendôme sposta le batterie per riprendere il cannoneggiamento contro i due forti. Nella Cittadella si sono ritirati 1283 uomini di cui 16 cannonieri, imprecisato il numero di uomini, nelle difese del Borghetto; sono al comando del barone Schulemberg e del conte della Trinità.
Perrone di San Martino con il Kriechbaum si rinchiude nella Castiglia.
Da una tabella recuperata all’Archivio di Stato di Torino la situazione dei battaglioni alla Castiglia al 24 agosto 1704 è il seguente: 54 ufficiali, 73 sottotenenti e portainsegne, 174 sergenti, 15 tamburi, 2433 soldati effettivi, 1081 tra feriti e malati,41 furieri, 95 assenti impiegati alla fortezza di Monmelian. La Castiglia, da un elenco allegato dalla precisa contabilità sabauda, era fornita dei seguenti viveri: 90 sacchi di farina 50 carre di legname (circa 10 metri cubi), 3.000 razioni di biscotto, 7 sacchi di riso, 8 rubbi di sale (circa 77 kg.), 60 rubbi di lardo (circa 570 kg.), 60 rubbi di formaggio, 4,5 carre di vino (circa 2.165 litri), 4 d’olio d’oliva (196 litri), 5 rubbi di candele di cera, 1 brenta (circa 50 litri) d’acquavite, 1 brenta di aceto. Quattro nuove batterie francesi vengono collocate nella zona detta Ortasso sulle rive del Lungo Dora e al Castellazzo prendendo d’infilata il Borghetto e la Cittadella sovrastante. La Cittadella si arrende il 27 settembre. Al Borghetto tra i difensori si registrano 193 feriti e ammalati. La Castiglia resiste ancora sebbene bombardata dal fuoco continuo delle batterie di Monte Giuliano e dal Crist. Il 22 c’è una sortita dalla Castiglia condotta dal signore di Saluggia e solo dopo il 30 settembre si arrende dopo un formidabile cannoneggiamento.
Da un’altra nota conservata all’Archivio di Stato di Torino alla caduta del 30 agosto si registrano in Ivrea 430 ammalati, 312 feriti (di cui la stragrande maggioranza morirà) 140 morti e 243 disertori con il maggior numero di casi nel reggimento Redin. Alla Castiglia le perdite ammontano a 61 ammalati, 89 feriti, 38 morti e 112 disertori (la maggioranza sono Granatieri).
I Francesi hanno costruito un ponte di barche poco a valle dei ruderi del Ponte Vecchio e i prigionieri della Cittadella vengono scortati in città. Dopo 32 giorni d’assedio Ivrea è fuori gioco, non dopo gli 8 preventivati dagli assedianti che perdono circa 7.000 uomini tra feriti, morti e disertori contro circa 350 morti, 400 feriti e 800 disertori tra gli assediati. Alla corte del re Sole si esulta e si fa coniare una medaglia commemorativa dove una fanciulla che rappresenta Ivrea, si inchina davanti al re Sole per baciare la mano al monarca. Con la scritta “Eporedia capta” e la data della caduta è il 27 settembre.
La medaglia è descritta in un foglio sciolto che la rappresenta in stampa, conservato oggi alla Biblioteca di Versailles. Vengono pesate le campane della città per fissare il riscatto alla comunità, calcolato in 24 Lire al rubbo (9 kg. circa) per un totale di 3.000 Luigi d’oro. Ma le trattative proseguono e gli Ufficiali del corpo d’Artiglieria, addetti alla confisca delle campane per la fusione di nuovi cannoni, si accontentano di una cifra inferiore.
La desolazione della città dopo la caduta è impressionante: piante tagliate per fortificare, viti e alberi da frutto tagliate, cascine incendiate o demolite, case in città completamente distrutte e soprattutto il saccheggio dei Franco - Ispanici a danno di tutti gli alloggi e la distruzione del mobilio. Tutto il bestiame venne requisito dai vincitori. I Francesi e gli Spagnoli la fanno da padroni in città e si fanno mantenere dalla popolazione fino al 12 giugno del successivo 1705, quando Vendôme riparte per assalire la linea Castagneto Po –Chivasso, prima del grande assedio di Torino.
Archivio di Stato di Torino, Materie militari.
Francesco Carandini, Vecchia Ivrea, Ivrea, Enrico, 1963
Carlo Trabucco, La volpe savoiarda e l’assedio di Torino, Torino, Fogola, 1978
Fabrizio Dassano, L’assedio di Verrua del 1704-1705, in: Rivista Italiana Difesa, 6/02, Genova, 2002.
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