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“Abbiamo sempre pagato. Non sappiamo dove andare”. La disperazione di una famiglia fragile di Settimo Torinese

A Settimo Torinese una famiglia con invalidità riconosciute perde l’alloggio dopo 11 anni. Il Comune? Non può fare niente”

“Abbiamo sempre pagato. Non sappiamo dove andare”. La disperazione di una famiglia fragile di Settimo Torinese

Foto archivio

Undici anni nella stessa casa, nello stesso cortile, tra le stesse pareti che hanno visto crescere due figli e consumarsi una vita fatta di normalità, di piccoli gesti quotidiani, di fatica e dignità. Undici anni che oggi rischiano di finire dentro una scatola di cartone, tra mobili da spostare in fretta e chiavi da consegnare. Ma tra ciò che è giusto sulla carta e ciò che accade nella vita reale, a volte, si apre una distanza che fa male anche solo a guardarla.

A Settimo Torinese, al civico 4 di via Novara, una famiglia sta per perdere la propria casa. Non è una storia di occupazioni abusive o di sotterfugi. È una storia fatta di tempo, di permanenza, di vita costruita nello stesso luogo. Un contratto firmato nel 2015, rinnovato, portato avanti negli anni. Una casa pagata, vissuta, abitata. Poi la disdetta, arrivata nel 2022. La scadenza nel maggio 2023. E da lì l’inizio di una lenta discesa, fatta di tentativi, di speranze, di porte chiuse.

“Siamo qui da undici anni… abbiamo sempre pagato…”, ci racconta al telefono Antonietta Giordano, 58 anni. Si sente la fatica, la voglia di piangere, di urlare, di sbattere i pugni alle pareti.

“Ho provato in tutti i modi a cercare una nuova casa. Ovunque. Ma con 450 euro non si trova nulla. Nulla. Le case non le affittano, o chiedono cifre impossibili. Non ce l’abbiamo fatta. Cosa possiamo fare?”

Con lei vivono il marito, Marco Grieco, e i due figli, 22 e 24 anni. Una famiglia che non è solo in difficoltà economica, ma che porta con sé un carico molto più pesante. I documenti sanitari, infatti, raccontano una fragilità concreta, certificata. Uno dei figli ha una invalidità civile del 60 per cento, con patologie importanti, difficoltà cognitive, bisogno di supporto. Anche Marco Grieco, è invalido, con problemi fisici, interventi chirurgici alle spalle, una vita già segnata da limiti che rendono tutto più difficile. Non è una famiglia che può semplicemente “ricominciare altrove” con leggerezza. Non è una famiglia che trova casa in pochi giorni.

Eppure ci hanno provato. Più volte. In tanti modi. Cercando annunci, chiedendo, muovendosi, bussando. Ma con un budget di 450 euro al mese, oggi, trovare un alloggio è diventato quasi impossibile. E ogni tentativo fallito è stato un passo in più verso questo momento.

Nel frattempo, la macchina della legge ha continuato a muoversi. Dopo la fine del contratto, è partita la procedura di sfratto. Carte, notifiche, udienze. Un primo rinvio per problemi tecnici, poi l’udienza decisiva in tribunale a Ivrea, l’11 giugno 2025. In quell’aula sono entrate anche le loro vite: le condizioni di salute, la fragilità, lo stato di necessità. Ma non è bastato.

Lo sfratto è stato convalidato. Una data fissata. Un termine che, giorno dopo giorno, si è avvicinato fino a diventare oggi.

“Sono andata in Comune”, racconta ancora Antonietta Giordano. “Sono andata a chiedere aiuto. Ma mi hanno detto che non possono fare nulla”.

Ed è qui che la storia cambia tono. Perché se il percorso legale segue il suo corso, resta aperta una domanda che riguarda il sistema sociale. Possibile che non ci sia spazio per intervenire? Possibile che una famiglia con queste condizioni, con invalidità riconosciute, con difficoltà evidenti, non trovi alcuna risposta?

I servizi sociali, in questi casi, dovrebbero rappresentare una rete. Un punto di caduta che impedisce alle persone di precipitare nel vuoto. E invece, in questa storia, quella rete sembra non esserci, o non essere sufficiente. Non si parla di eccezioni o favoritismi, ma di accompagnamento, di soluzioni temporanee, di percorsi alternativi. Di un tempo in più che non sia solo un rinvio tecnico dello sfratto, ma una reale possibilità di non restare senza casa.

Intanto il tempo reale è finito.

“Tra il 25 e il 26 dobbiamo dare la chiave. Siamo disperati”, dice Antonietta Giordano. E quella parola, disperati, non è retorica. È la fotografia di una situazione in cui non ci sono più margini. Dove ogni giorno è un conto alla rovescia.

Non c’è bisogno di cercare colpevoli facili. Il proprietario esercita un diritto. Il tribunale applica la legge. Ma tra diritto e realtà resta una crepa. Una crepa dentro la quale rischiano di cadere persone che non hanno strumenti per reggere l’impatto.

E allora la domanda, alla fine, resta sospesa. Più grande di una singola famiglia, più grande di una singola casa.

Se non qui, dove dovrebbero andare Antonietta Giordano, Marco Grieco e i loro figli? E soprattutto: chi, davvero, dovrebbe evitare che una storia così finisca nel silenzio di una porta che si chiude?

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