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28 Aprile 2026 - 01:01
Kim Jong-un
Il marmo, i fiori, le uniformi immobili. E poi un dettaglio che, da solo, dice molto più della coreografia: nel cuore di Pyongyang, il potere nordcoreano ha scelto di trasformare in monumento una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza, nel teatro ucraino-russo, facendo dei suoi morti non più un fatto da occultare ma una materia politica da esibire. Alla cerimonia c’era Kim Jong-un. C’era il ministro della Difesa russo Andrei Belousov. E c’era soprattutto un messaggio: i soldati nordcoreani caduti combattendo al fianco della Russia non appartengono più alla zona grigia delle smentite e delle ambiguità; diventano, ufficialmente, parte della narrazione di Stato della Corea del Nord.
La scena, rilanciata dai media statali e ripresa dalle agenzie internazionali, segna un passaggio di qualità nei rapporti fra Pyongyang e Mosca. Il memoriale inaugurato dal leader nordcoreano è dedicato ai militari morti nei combattimenti nella regione russa di Kursk, dove le forze ucraine avevano lanciato un’incursione nel 2024. Nel suo intervento, Kim ha ribadito che il suo Paese continuerà a sostenere le politiche della Federazione Russa per difendere “sovranità, integrità territoriale e sicurezza”, secondo la formulazione riportata dai media ufficiali. Non è soltanto una dichiarazione di lealtà: è la formalizzazione di un fronte politico-militare che negli ultimi due anni si è fatto sempre più esplicito.
La notizia, in sé, è già rilevante: Kim Jong-un e Andrei Belousov inaugurano a Pyongyang un monumento ai soldati nordcoreani morti combattendo con la Russia nella guerra contro l’Ucraina. Ma il punto decisivo è un altro: il regime non si limita a riconoscere il sacrificio dei caduti, lo istituzionalizza. Secondo la KCNA, la cerimonia si è svolta domenica 26 aprile 2026 per segnare il primo anniversario della fine dell’operazione che, nella narrativa congiunta russo-nordcoreana, avrebbe “liberato” la regione di Kursk. Con Belousov erano presenti anche altri alti rappresentanti russi, tra cui Vyacheslav Volodin, presidente della Duma di Stato.
Non è un particolare secondario. In un sistema politico che controlla minuziosamente simboli, calendari e liturgie, la costruzione di un memoriale nazionale dedicato a una campagna militare esterna equivale a un’investitura ideologica. I morti di Kursk vengono inseriti nel pantheon patriottico della Repubblica Popolare Democratica di Corea, come prova di una fratellanza d’armi con la Russia che il regime vuole presentare non come contingenza, ma come destino condiviso. È anche il modo con cui Kim tenta di dare una forma leggibile, per il pubblico interno, a un costo umano che finora era rimasto in larga parte schermato dalla propaganda.

Per mesi, la presenza di militari nordcoreani al fianco delle forze russe è stata trattata da Pyongyang e Mosca con la cautela tipica delle operazioni sensibili: poche conferme, molte ambiguità, ampio spazio alle fonti di intelligence sudcoreane, ucraine e occidentali. Il cambio di passo è arrivato nella primavera del 2025, quando Corea del Nord e Russia hanno finito per ammettere pubblicamente che i loro soldati avevano combattuto insieme nella regione di Kursk. La Yonhap ha ricordato che il 28 aprile 2025 i media statali nordcoreani, citando la Commissione militare centrale del Partito dei Lavoratori, confermarono per la prima volta il dispiegamento di reparti nordcoreani, parlando di un’azione avvenuta su ordine diretto di Kim Jong-un.
Da allora, il processo di “normalizzazione” è stato rapido. Nel giugno 2025 le immagini diffuse dai media di Stato mostrarono Kim davanti a bare avvolte dalla bandiera nazionale, in un raro tributo pubblico ai militari morti in quella campagna. Nel febbraio 2026, Pyongyang ha compiuto un ulteriore passo, inaugurando un nuovo quartiere residenziale destinato alle famiglie dei soldati caduti in quelle che il regime definisce “operazioni militari all’estero”. La sequenza è chiara: prima il riconoscimento implicito del sacrificio, poi l’assistenza materiale ai familiari, infine la monumentalizzazione del conflitto attraverso museo e memoriale.
Sulla consistenza del contributo nordcoreano e sulle perdite subite non esistono dati ufficiali condivisi da tutte le parti in causa. Proprio per questo è necessario distinguere con prudenza. RaiNews, citando stime dell’intelligence sudcoreana e fonti occidentali, riferisce di un invio compreso fra 14.000 e 15.000 soldati, con oltre 6.000 tra morti e feriti. Associated Press, richiamando valutazioni dell’intelligence di Seul, parla di circa 15.000 militari inviati e di circa 2.000 morti. Altre valutazioni riportate da Yonhap a febbraio 2026 indicano invece circa 6.000 tra uccisi e feriti, dunque una cifra riferita alle perdite complessive e non ai soli caduti.
La divergenza dei numeri non cancella il dato politico essenziale: il coinvolgimento nordcoreano non è più episodico né marginale, e il suo costo umano è abbastanza elevato da richiedere una gestione pubblica da parte del regime. In altre parole, il memoriale di Pyongyang non nasce per un pugno di casi isolati; nasce perché la guerra combattuta in supporto alla Russia ha prodotto un tributo di sangue tale da dover essere tradotto in mito, assistenza e ricompensa simbolica.
Per un osservatore europeo, colpisce il rovesciamento narrativo. In molti sistemi autoritari, i caduti in operazioni esterne vengono occultati o minimizzati per evitare incrinature nel consenso. Kim Jong-un, invece, sembra avere scelto una strada diversa: incorporare quei morti nella liturgia patriottica per trasformare la partecipazione alla guerra in Ucraina in prova di lealtà, disciplina e sacrificio nazionale. Il memoriale, in questo senso, non è solo un segno di vicinanza alla Russia; è uno strumento di pedagogia politica per il pubblico interno nordcoreano.
Il quartiere costruito per le famiglie dei militari caduti conferma questa logica. Le immagini diffuse a febbraio 2026 mostravano Kim visitare le nuove abitazioni e promettere riconoscenza ai “martiri” che hanno sacrificato tutto per la patria. Un gesto che va letto su due piani: da un lato, l’assicurazione alle famiglie che il regime non dimentica; dall’altro, il messaggio ai potenziali futuri combattenti, ai loro comandanti e all’intera popolazione, secondo cui il servizio reso all’alleato russo è perfettamente compatibile con il culto nazionale nordcoreano.
La regione di Kursk è diventata, nella narrativa congiunta di Mosca e Pyongyang, il luogo simbolico in cui l’alleanza si è fatta concreta. Le fonti ufficiali nordcoreane e russe presentano il coinvolgimento dei soldati di Pyongyang come parte dell’operazione per respingere l’incursione ucraina del 2024. È su questo teatro che il regime costruisce ora la propria retorica del “dovere internazionalista”, pur senza usare necessariamente questo lessico in modo classico. La guerra in Ucraina, per il discorso pubblico nordcoreano, smette di essere un conflitto altrui e diventa un banco di prova della nuova relazione strategica con il Cremlino.
Si tratta di una torsione importante. Fino a pochi anni fa, il sostegno nordcoreano a Mosca era percepito soprattutto attraverso forniture militari, scambi diplomatici e convergenza anti-occidentale. Oggi prende la forma più radicale possibile: uomini inviati a combattere, feriti, morti, onorati in patria. La costruzione del memoriale serve anche a fissare questa novità nella memoria ufficiale del regime.
Per capire perché Kim possa parlare con tale nettezza di sostegno alla Russia, bisogna tornare al 19 giugno 2024, quando Vladimir Putin e Kim Jong-un firmarono a Pyongyang un accordo di partenariato strategico che include una clausola di assistenza reciproca in caso di aggressione. AP lo descrisse allora come il patto più significativo fra i due Paesi dalla fine della Guerra fredda. Non è un dettaglio giuridico astratto: è il telaio politico che ha reso possibile, e poi giustificabile, la cooperazione militare successiva.
Da quel momento in poi, ogni gesto reciproco ha assunto un valore superiore alla semplice convenienza tattica. Mosca ottiene manodopera militare, munizioni, profondità diplomatica e la prova che non è isolata. Pyongyang ricava legittimazione esterna, cooperazione militare, prestigio interno e probabilmente ritorni materiali e tecnologici che restano in parte opachi. Il memoriale inaugurato in questi giorni non va dunque letto come un episodio isolato, ma come il frutto visibile di un patto firmato quasi due anni fa e progressivamente riempito di contenuti operativi.
La presenza di Andrei Belousov a Pyongyang conferisce alla cerimonia un peso ulteriore. Secondo quanto riportato da DW, che cita dichiarazioni diffuse dal ministero della Difesa russo, Belousov ha affermato che Russia e Corea del Nord hanno concordato di mettere la loro cooperazione militare su basi “stabili” e di “lungo periodo”, con l’obiettivo di firmare già nel 2026 un piano di cooperazione militare per il periodo 2027-2031. Se confermato nei dettagli, questo passaggio suggerisce che la collaborazione non è destinata a esaurirsi con l’emergenza di Kursk, ma punta a strutturarsi come architettura durevole.
È qui che il memoriale diventa più di un luogo di memoria. Diventa un tassello della costruzione di una alleanza militare di lungo corso. I caduti vengono onorati, ma nello stesso gesto si prepara il terreno ai vivi: agli ufficiali, agli apparati, alle industrie della difesa, ai pianificatori strategici. In termini giornalistici, il monumento guarda al passato solo in apparenza; in realtà parla soprattutto del futuro.
Ci sono almeno tre livelli di lettura. Il primo è propagandistico: Kim Jong-un mostra alla popolazione che il sacrificio dei soldati non è stato vano e che il regime sa onorare i suoi morti. Il secondo è diplomatico: davanti a Belousov e agli altri delegati russi, Pyongyang certifica la propria affidabilità come alleato. Il terzo è strategico: nel pieno della guerra in Ucraina, la Corea del Nord manda all’esterno il segnale di una disponibilità che va oltre la retorica e oltre le forniture.
Per i lettori europei, la domanda più utile è forse un’altra: perché questo conta? Conta perché mostra come il conflitto ucraino continui a produrre effetti geopolitici molto al di là del fronte. Conta perché conferma che l’asse tra Mosca e Pyongyang non è più una cooperazione di necessità, ma una relazione che i due regimi vogliono rendere visibile, legittima e persino celebrativa. E conta perché, nel momento in cui un soldato nordcoreano caduto in Kursk riceve un monumento nel centro della capitale, la guerra in Ucraina smette definitivamente di essere soltanto una guerra europea: diventa un campo di ridefinizione degli schieramenti globali.
In fondo, la vera notizia non è soltanto che Kim abbia inaugurato un memoriale. È che abbia scelto di farlo adesso, insieme ai vertici russi, con una regia pubblica tanto solenne. Significa che il regime ritiene ormai più utile mostrare il prezzo pagato che nasconderlo. E quando un potere autoritario smette di occultare i propri caduti e decide di scolpirli nella pietra, quasi sempre sta dicendo al proprio Paese che quel sacrificio non è finito: è appena entrato nella fase successiva.
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