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Per pagare l’affitto Fratelli d’Italia chiama Vorwerk Folletto. Dagli aspirapolvere ai materassi...

Affitto raddoppiato, casse vuote e dirigenti evaporati: resta la dimostrazione, tra aspirapolvere e militanti in fuga col portafogli stretto

Più che un circolo, un porta a porta: a Ivrea la politica si paga a colpi di Folletto

Più che un circolo, un porta a porta: a Ivrea la politica si paga a colpi di Folletto

L’ultima arriva dalle rosse torri di Ivrea e fa talmente scassare dalle risate che sembra il trailer di una commedia all’italiana. Di quelle che però nessuno girerebbe, perché “troppo inverosimile”. E invece no. È tutto vero. Sentite questa.

Per pagare l’affitto della nuova sede di corso Nigra, il direttivo del circolo di Fratelli d’Italia guidato da Fabrizio Lotito ha organizzato, giovedì pomeriggio, una riunione con un rappresentante della Vorwerk Folletto. Sì, loro. Quelli dell’aspirapolvere. Quelli che entrano in casa, sorridono, e dopo mezz’ora ti fanno sentire un fallito se non compri.
Politica 2026: dall’analisi del consenso all’analisi della polvere sotto il tappeto.

l'inaugurazione

L'inaugurazione di qualche mese fa...

E attenzione, perché il salto è breve. Oggi le briciole, domani i materassi. Che in fondo è coerente: “Guardate come sostiene bene la schiena mentre il partito crolla”. Dimostrazione pratica, applausi, finanziamento a tasso zero.

Il problema non è nemmeno l’idea — che già basterebbe — ma il contesto. In via Aosta pagavano 150 euro. Centocinquanta. Una cifra quasi offensiva per il mercato immobiliare. Poi hanno deciso di spostarsi in corso Nigra. Risultato: il doppio.
Peccato che nessuno si sia posto la domanda più banale: con che soldi?

Già, perché quando si tratta di contribuire, cala il sipario. Il provinciale Fabrizio Bertot? Muto. La parlamentare Augusta Montaruli? Assente. L'assessore regionale Maurizio Marrone? Invisibile. La consigliera regionale Paola Antonetto? Chi l'ha vista...

Più che una classe dirigente, un esperimento di smaterializzazione. Neanche una moneta da carrello. Il vuoto pneumatico — quello sì, perfettamente in linea con il tema della giornata.

E allora via con le correnti. Perché se non ci sono i soldi, almeno ci sono le colpe.

“Con l’altra corrente sarebbe diverso”, sussurra qualcuno. L’altra corrente, per i non addetti ai lavori, è quella che fa capo al cosnsigliere regionale Roberto Ravello, all'eurodeputato Giovanni Crosetto e a Fabrizio Comba. Una specie di Eldorado dove i dirigenti, invece di scappare, rilanciano con cene in cui non s'è mai chiesto un euro ai militanti..

Una dibattito inutile soprattutto quando la realtà è una riunione con un aspirapolvere.

Nel frattempo, il clima interno evolve. Si dice che qualcuno si sia dimesso dal direttivo. Si dice che molti militanti girino alla larga. Non per dissenso ideologico — che sarebbe già qualcosa — ma per una forma più concreta e moderna di paura: quella di essere intercettati all’ingresso e accompagnati, con garbo, verso il tavolo delle offerte. “Solo per oggi, solo per voi”.

E così, mentre la politica discute di visioni, strategie e futuro, a Ivrea si sperimenta un modello nuovo: la militanza a rate. O con finanziamento. Con dimostrazione inclusa, naturalmente. Perché alla fine il messaggio è chiaro: prima o poi qualcuno dovrà pur aspirare qualcosa...

Serve davvero una sede?

La vera domanda non è come pagare l’affitto. È perché pagarlo.

Nel 2026 una sede di partito è un po’ come il telefono fisso: ce l’hanno ancora tutti, ma nessuno sa bene a cosa serva. Sta lì, occupa spazio, ogni tanto squilla — e già questo sorprende — ma soprattutto costa. E quando arriva la bolletta, parte il dibattito. 

Un tempo la sede era il cuore pulsante. Qualcuno entrava. Qualcuno chiedeva. Qualcuno bussava. Oggi non più. La politica si fa altrove: nei cellulari, nei messaggi vocali, nei post scritti male e pensati peggio. Le decisioni viaggiano leggere, senza bisogno di muri, sedie, serrande.

E allora si crea il paradosso: si mantiene in vita un luogo che nessuno abita davvero. Si paga — anzi, si dovrebbe pagare — per tenere aperto uno spazio che serve soprattutto a dimostrare che si esiste ancora. Una specie di prova ontologica: “abbiamo una sede, quindi siamo un partito”. Peccato che poi dentro non ci sia nessuno disposto a mettere mano al portafogli, che è l’unico gesto davvero concreto rimasto.

E allora sì, forse il punto è proprio questo: non è che mancano i soldi. Manca il motivo per spenderli.

E quando manca quello resterai sempre lì a discutere se vale la pena tenere aperta una porta che, in fondo, nessuno ha più voglia di varcare.

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