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25 aprile a Vanchiglia. Memoria e tensioni davanti ad Askatasuna. Una targa per Ambrogio Furlan

Dal ricordo dei partigiani alle tensioni davanti all’ex Askatasuna, una giornata che tiene insieme memoria, quartiere e conflitto

25 aprile a Vanchiglia. Memoria e tensioni davanti ad Askatasuna. Una targa per Ambrogio Furlan

25 aprile a Vanchiglia. Memoria e tensioni davanti ad Askatasuna. Una targa per Ambrogio Furlan

La memoria della Liberazione si appoggia ai muri di Vanchiglia, si intreccia alle voci e ai passi di chi attraversa il quartiere in una mattina che ha il tono delle cose condivise. In via Balbo, sul muro del cortile al civico 9, una nuova lapide si aggiunge alle altre: Ambrogio Furlan, “partigiano del presente”, morto a 27 anni. Il suo nome resta accanto a quelli di chi la guerra l’aveva vissuta e superata, creando una continuità silenziosa tra epoche diverse. Intorno, il quartiere si muove: fazzoletti rossi al collo, famiglie, bambini. Non è solo una manifestazione, ma una presenza diffusa.

Dietro lo striscione “Nella memoria l’esempio, nella lotta la pratica. Vanchiglia partigiana” si raccolgono circa mille persone. Il corteo parte sulle note di “Bella ciao”, mentre dal camion che apre la marcia emergono parole che riportano subito al presente. Il riferimento allo sgombero dell’ex Askatasuna è immediato, quasi inevitabile. «Askatasuna vuol dire libertà» compare su un cartello, e al microfono Ludovica Moro parla di militarizzazione, di un quartiere da difendere e da vivere. Le sue parole si mescolano agli slogan che ritornano, insistenti, come un ritornello che accompagna tutta la giornata.

Accanto a questa voce, si inserisce quella del comitato Vanchiglia Insieme, che prova a rallentare il ritmo, a riportarlo su un piano più raccolto. Alcuni bambini leggono brani tratti da “Lo zaino del partigiano” di Tatjana Giorcelli e Pino Pace. Parlano di scelte difficili, di paura, di coraggio. È un momento breve, ma sufficiente a cambiare l’atmosfera, a far emergere una dimensione più intima dentro il movimento del corteo.

Poi si riparte, e il quartiere diventa una mappa della memoria. Le soste davanti alle lapidi segnano il percorso: in via Napione e all’incrocio con via Fontanesi si ricordano Salvatore Di Gaetano e Diego Martinetti; in via Tarino emergono i nomi del sergente Dante Breme e dello studente Enrico Marsili. Le parole di Ortensia Romano riportano al diario di Ada Gobetti, a quel 25 aprile del 1945 vissuto dalle donne partigiane piemontesi. Intorno, il coro si alza e ritorna: «Il 25 aprile non è una ricorrenza, ora e sempre resistenza».

Ma è nel gesto più semplice che la giornata trova il suo punto più profondo. Davanti alla lapide di Vinicio Culeddu, martire del marzo 1945, è una bambina a deporre i fiori. Arianna, sei anni, lo fa con naturalezza, come un’abitudine che non ha bisogno di spiegazioni. Intorno a lei, altri bambini ripetono lo stesso gesto, salendo su piccole scale per raggiungere le targhe. In quel momento il tempo sembra accorciarsi, la memoria diventare concreta, affidata a mani piccole che la tengono viva senza retorica.

Il corteo continua tra canti senza base musicale, scanditi solo dalle mani e dalle voci. Le bandiere accompagnano il percorso: il tricolore, quelle della Palestina, il rosso di Autonomia contropotere, e le insegne di una Torino che si definisce ancora partigiana. È un insieme che racconta una pluralità, ma anche una sovrapposizione continua tra memoria storica e tensioni presenti.

Questa sovrapposizione emerge con più forza quando il corteo arriva davanti all’ex Askatasuna, in corso Regina Margherita. Qui il ritmo cambia. Circa trecento persone si fermano, le voci si alzano, le mani battono contro le grate che delimitano l’edificio presidiato dalle forze dell’ordine. «Questa è casa nostra», gridano. Stefano Millesimo rilancia al microfono, parlando di resistenza e di un luogo che, nonostante tutto, continua a essere percepito come simbolico. I colpi contro le recinzioni, gli slogan, la tensione improvvisa segnano una frattura netta rispetto ai momenti precedenti. È un passaggio breve, ma sufficiente a cambiare il tono della giornata.

Poi, quasi senza soluzione di continuità, il corteo riparte e si lascia alle spalle anche quel momento. In piazza Santa Giulia l’atmosfera torna a distendersi. Il pranzo condiviso riporta il senso della comunità, mentre la musica prende spazio. I bambini salgono sul rimorchio del camion e ballano, trasformando la manifestazione in qualcosa di più leggero, quasi festoso. Sulle note di una canzone dei Sum 41, sono loro a guidare il ritmo, mentre i genitori osservano e raccontano.

«Dobbiamo investire su un futuro antifascista», dice Irene, che ha portato il figlio alla passeggiata. Elisa, mamma di Riccardo, racconta che è stato proprio lui a voler partecipare, incuriosito dai racconti sulla Resistenza. Piccole storie che si inseriscono dentro una giornata più ampia, fatta di livelli diversi che convivono senza mai sovrapporsi del tutto.

Il corteo si chiude tra via Balbo e piazza Santa Giulia, con un concerto e più di cento voci che tornano a cantare “Bella ciao”. Il ritmo cresce, si scalda, diventa collettivo. E resta quella sensazione sospesa che accompagna tutta la giornata: da una parte la memoria, custodita nei nomi, nei fiori, nei gesti dei bambini; dall’altra il presente, con le sue tensioni, le sue rivendicazioni, le sue fratture. In mezzo, Vanchiglia continua a essere un luogo attraversato, dove il 25 aprile non è solo una ricorrenza, ma qualcosa che si rinnova ogni volta, senza mai essere del tutto uguale a sé stesso.

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