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Spagna nel mirino. E' fuori dalla Nato?

Dietro l’ipotesi di una “sospensione” di Madrid si intravede molto più di una frizione diplomatica: il nuovo conflitto con l’Iran sta aprendo una faglia profonda nei rapporti tra Washington e gli alleati europei.

Il prezzo della fedeltà: l’email del Pentagono che scuote la Nato e mette la Spagna nel mirino

MARK RUTTE

Per capire la portata politica di questa vicenda conviene partire da un paradosso. La Spagna è da decenni uno dei pilastri silenziosi della presenza militare americana nel Mediterraneo e verso l’Africa: ospita basi cruciali, garantisce infrastrutture strategiche, è parte integrante dell’architettura atlantica. Eppure oggi, secondo quanto riferito da Reuters e ripreso da più testate internazionali, proprio Madrid compare in un’email interna del Pentagono tra i Paesi da colpire per il sostegno ritenuto insufficiente alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Tra le opzioni evocate figurerebbe persino la “sospensione” della Spagna dalla Nato. Un’ipotesi che, al di là della sua praticabilità giuridica, dice molto del clima che si respira a Washington.

Il punto non è soltanto la notizia, già di per sé dirompente. Il punto è ciò che rivela: la guerra con l’Iran non sta solo incendiando il Medio Oriente, ma sta anche rimodellando i rapporti di forza dentro l’alleanza occidentale. L’email citata da Reuters, secondo le ricostruzioni disponibili, prende di mira gli alleati considerati “difficili”, cioè quei governi europei che hanno limitato o negato accesso, uso delle basi e diritti di sorvolo per operazioni offensive americane. In questo quadro, la Spagna sarebbe finita sotto osservazione per il rifiuto di consentire l’uso del proprio territorio e del proprio spazio aereo per attacchi contro l’Iran. Non è un dettaglio tecnico: è il cuore politico della contesa.

Il premier spagnolo Pedro Sánchez, interpellato sulla vicenda, ha scelto una linea insieme prudente e ferma. Ha detto di non lavorare “sulle email”, ma sui documenti ufficiali e sulle posizioni formalmente assunte dal governo degli Stati Uniti. E ha ribadito che la posizione di Madrid resta quella di una “assoluta collaborazione” con gli alleati, ma sempre “nel quadro della legalità internazionale”. È una formula che non va letta come diplomazia di circostanza. Dentro quelle parole c’è il tentativo di segnare un confine politico e giuridico: la Spagna non contesta la relazione atlantica, contesta l’idea che l’alleanza implichi un automatismo di adesione a qualsiasi scelta militare americana.

Sanchez

Un’ipotesi esplosiva, ma giuridicamente fragilissima

Qui però bisogna distinguere con precisione tra forza simbolica della minaccia e sua reale fattibilità. Fonti dell’alleanza atlantica ricordano che il trattato istitutivo della Nato non contiene disposizioni sulla sospensione o sull’espulsione di un Paese membro. Il testo ufficiale del Trattato Nord Atlantico, infatti, disciplina l’ingresso di nuovi membri all’Articolo 10 e la possibilità di recesso volontario all’Articolo 13, ma non prevede un meccanismo formale per “sospendere” un alleato. In altri termini: l’idea evocata nell’email avrebbe un peso politico enorme, ma sul piano strettamente giuridico poggerebbe su basi assai incerte. Più che a una cacciata dalla Nato, si potrebbe pensare — se davvero a Washington si ragiona in questi termini — a una marginalizzazione politica, all’esclusione da incarichi prestigiosi, a restrizioni nelle sedi operative o nei processi decisionali più sensibili.

Questo aspetto è decisivo per non trasformare un’indiscrezione clamorosa in un equivoco. La stessa ricostruzione circolata nelle ultime ore segnala che una delle opzioni prese in considerazione sarebbe proprio quella di sospendere i Paesi “difficili” da posizioni importanti o di prestigio all’interno dell’alleanza. Sarebbe comunque uno strappo senza precedenti, ma diverso da una vera estromissione. In sostanza, il messaggio che il Pentagono avrebbe voluto mettere sul tavolo appare meno giuridico che politico: far capire agli europei che, nella visione dell’attuale amministrazione americana, la fedeltà atlantica va misurata anche nella disponibilità concreta a sostenere le operazioni militari statunitensi.

Perché la Spagna conta così tanto

Se l’ipotesi colpisce, è anche perché la Spagna non è un alleato periferico. Le installazioni di Rota e Morón sono da anni nodi essenziali della proiezione americana nel fianco sud della Nato, nel Mediterraneo e verso il continente africano. Un accordo bilaterale consolidato ha reso stabile la presenza statunitense nel Paese, e il Dipartimento della Difesa americano ricordava già nel 2015 che gli Stati Uniti schieravano in Spagna quasi 4.000 uomini tra la base navale di Rota e la base aerea di Morón. Ancora prima, il governo spagnolo aveva sottolineato il valore strategico di Rota anche per il sistema di difesa antimissile dell’alleanza. Tradotto: non si tratta di un partner marginale che improvvisamente si sottrae, ma di un alleato chiave che, proprio in virtù del suo peso, quando pone limiti costringe Washington a prendere atto che la compattezza occidentale non è più scontata.

La tensione, inoltre, si inserisce in un contesto già segnato dal contenzioso sulle spese per la difesa. Nel giugno 2025, il governo di Pedro Sánchez ha annunciato un’intesa con la Nato che consente alla Spagna di attestarsi al 2,1% del Pil per la difesa, respingendo l’ipotesi di salire al 5% avanzata nei mesi precedenti nel dibattito atlantico. Sánchez ha rivendicato quella scelta come compatibile con gli impegni dell’alleanza e con il modello sociale spagnolo. Ma, letta da Washington, la combinazione tra prudenza militare sul dossier iraniano e resistenza all’aumento della spesa può aver alimentato l’immagine di una Spagna meno allineata di quanto gli Stati Uniti si aspettassero.

Non c’è solo Madrid: la frattura riguarda l’Europa

Ridurre tutto a un duello tra Washington e Madrid sarebbe però un errore. Le informazioni disponibili indicano che anche altri alleati hanno imposto condizioni o limiti all’uso del proprio territorio. Il Regno Unito avrebbe inizialmente respinto una richiesta americana per consentire attacchi contro l’Iran da due basi britanniche, salvo poi autorizzare missioni difensive volte a proteggere i residenti della regione, compresi i cittadini britannici, nel contesto della risposta iraniana. Secondo varie ricostruzioni, anche Francia e Italia avrebbero adottato un approccio restrittivo, segnalando che l’Europa non si è mossa come un blocco pronto a seguire automaticamente la linea americana.

È qui che l’email del Pentagono acquista un significato più ampio. Non fotografa solo la rabbia verso un singolo governo, ma una crescente irritazione verso quella che, nelle formule attribuite ai circoli americani, sarebbe una sorta di “diritto acquisito” europeo: la pretesa di restare sotto ombrello strategico americano senza condividere fino in fondo i costi politici, militari e operativi delle crisi. Questa lettura, naturalmente, è americana e interessata. Ma è la chiave per capire perché in poche righe si arrivi a evocare scenari tanto estremi. L’obiettivo, più che attuare subito misure formalmente sostenibili, sembra essere quello di lanciare un avvertimento: l’era della solidarietà atlantica senza condizioni potrebbe essere finita.

Il passaggio sulle Falkland: una pressione indiretta su Londra

Tra i punti più sorprendenti dell’email, secondo quanto riferito, c’è anche la possibilità di rivedere la posizione americana sulla rivendicazione britannica delle Falkland, o Malvinas. È un passaggio che merita attenzione, perché segnala un uso apertamente geopolitico di un dossier storico sensibile per il Regno Unito. Le isole sono amministrate da Londra, ma restano rivendicate dall’Argentina; le Nazioni Unite le includono nella lista dei territori non autonomi e continuano a richiamare Argentina e Regno Unito alla ripresa dei negoziati sulla sovranità. Dal canto suo, il governo britannico insiste sul principio di autodeterminazione degli isolani e ribadisce che non vi saranno negoziati sulla sovranità senza il loro consenso.

Che cosa significa allora evocare le Falkland in un’email sulle rappresaglie contro alleati poco collaborativi? Significa, anzitutto, allargare il linguaggio della pressione. Non solo basi e sorvoli, ma anche la disponibilità americana a toccare simboli identitari e diplomatici di partner storici. È una forma di deterrenza interna all’alleanza: se non sostenete la linea di Washington nel Golfo e nel confronto con Teheran, allora perfino dossier che credevate consolidati possono diventare negoziabili. Per Londra, al di là dell’effettiva probabilità che ciò si traduca in politica ufficiale, il semplice fatto che l’idea venga evocata è già un segnale inquietante.

La risposta spagnola: calma pubblica, preoccupazione reale

Sul piano pubblico, Pedro Sánchez ha cercato di evitare l’escalation verbale. È una scelta comprensibile. Entrare in polemica aperta con gli Stati Uniti mentre circolano indiscrezioni di questo tipo significherebbe amplificare la crisi. Ma dietro la compostezza istituzionale è difficile immaginare che a Madrid la vicenda venga liquidata come puro rumore mediatico. Anche perché il Pentagono, secondo le ricostruzioni rese note, non avrebbe smentito nel merito l’accuratezza del racconto. Anzi, una portavoce ha sostenuto che gli alleati della Nato “non c’erano” quando servivano e che il Pentagono avrebbe assicurato al presidente opzioni credibili per far sì che gli alleati non restino una “tigre di carta”. È un linguaggio insolito nei rapporti intra-atlantici, tanto più se rivolto a un partner storico come la Spagna.

Per Sánchez, del resto, c’è un equilibrio delicatissimo da preservare. Da un lato deve difendere la legalità internazionale, una linea che parla al suo elettorato e a una parte consistente dell’opinione pubblica spagnola ed europea. Dall’altro non può permettersi una rottura strategica con gli Stati Uniti, soprattutto perché le relazioni bilaterali in materia di difesa sono profonde, radicate e materialmente indispensabili per entrambe le parti. È qui che il caso diventa interessante: la Spagna prova a dire no su un punto concreto, ma lo fa dall’interno dell’alleanza, non fuori. E proprio questa postura — dissenso senza disallineamento generale — sembra oggi la più difficile da tollerare per una parte dell’establishment americano.

Più che una crisi procedurale, una crisi di fiducia

In fondo, la notizia dell’email del Pentagono non apre tanto una crisi procedurale quanto una crisi di fiducia. Il meccanismo della Nato è nato per organizzare la difesa collettiva, non per imporre un’obbedienza automatica a spedizioni o campagne militari decise da uno dei suoi membri. Il Trattato Nord Atlantico continua a fondarsi su obblighi e consultazioni, ma lascia agli Stati margini politici rilevanti su come tradurre in pratica la solidarietà alleata. Se Washington interpreta ogni limite europeo come una slealtà, e se gli europei interpretano ogni richiesta americana come un tentativo di trascinarli in guerre non condivise, allora il problema va ben oltre la Spagna. Tocca la natura stessa del vincolo atlantico nel 2026.

Per questo il caso di Madrid va letto come un test. Un test per capire se l’alleanza sarà ancora capace di assorbire differenze politiche sostanziali senza trasformarle in punizioni esemplari. Un test anche per gli europei, chiamati a misurare quanto siano disposti a rivendicare autonomia strategica quando il costo non è teorico ma immediato, e arriva sotto forma di pressioni americane su basi, incarichi, prestigio e dossier collaterali. E un test, infine, per gli stessi Stati Uniti: colpire simbolicamente un alleato può produrre disciplina nel breve periodo, ma rischia di erodere la credibilità politica dell’intera alleanza nel medio termine.

Se c’è una lezione che emerge da questa vicenda, è che le grandi alleanze raramente si spezzano in pubblico con un annuncio solenne. Più spesso si incrinano così: con una mail interna, una fuga di notizie, una minaccia forse impraticabile ma altamente rivelatrice. In quel momento conta meno se la Spagna possa davvero essere “sospesa” dalla Nato — oggi, alla luce del trattato, appare un’ipotesi debolissima — e conta di più il fatto che qualcuno, ai vertici del Pentagono, abbia ritenuto sensato metterla per iscritto. È lì che si misura la temperatura del rapporto transatlantico. Ed è una temperatura, al momento, decisamente alta.

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