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24 Aprile 2026 - 23:36
Tra petroliere fermate, sequestri incrociati e mercati energetici sotto pressione, il braccio di ferro nello stretto più importante del mondo sta entrando in una fase in cui non basta più contare le navi: bisogna misurare resistenza, liquidità e nervi politici.
C’è un’immagine che racconta meglio di molte dichiarazioni ufficiali la gravità della crisi: nello stretto da cui, in tempi normali, passa quasi un quinto del petrolio mondiale, in alcune 24 ore recenti sono transitate appena tre navi. Non è soltanto una strozzatura marittima. È un test di resistenza economica, strategica e politica che coinvolge Iran, Stati Uniti, monarchie del Golfo, acquirenti asiatici e, in filigrana, l’intero equilibrio energetico globale.
In questo contesto, Donald Trump ha alzato il tono sostenendo che Teheran stia perdendo 500 milioni di dollari al giorno a causa del blocco navale statunitense dei porti iraniani. La cifra, rilanciata dallo stesso presidente americano, ha un’evidente funzione politica: mostrare che la pressione funziona. Ma il quadro reale è più complesso. Il blocco avviato dagli Stati Uniti il 13 aprile 2026 alle 14:00 GMT sta certamente comprimendo la capacità iraniana di esportare, assicurare e movimentare merci via mare; tuttavia non ha ancora azzerato i flussi né spezzato i margini di adattamento costruiti da Teheran negli anni delle sanzioni.
Il meccanismo dello scontro è ormai chiaro. Washington ha imposto un blocco dei porti iraniani e ha cominciato a intercettare, sequestrare o deviare navi legate al commercio energetico di Teheran. Negli ultimi giorni il Pentagono ha diffuso immagini di operazioni contro petroliere considerate collegate al contrabbando di greggio iraniano, mentre l’U.S. Department of the Treasury ha annunciato nuove sanzioni contro una raffineria indipendente cinese e circa 40 società di navigazione e unità della cosiddetta shadow fleet, la flotta ombra che da anni consente all’Iran di aggirare le restrizioni.
La risposta iraniana è stata speculare ma non simmetrica. Teheran ha chiuso lo stretto alle navi straniere, ha consentito il passaggio solo in modo selettivo e ha mostrato di poter ancora sequestrare imbarcazioni nonostante la superiorità navale americana. Secondo Reuters e Associated Press, le forze iraniane hanno preso il controllo di più navi nello stretto e continuano a usare mezzi relativamente leggeri per rendere instabile un corridoio vitale per il commercio mondiale. È questo il punto essenziale: l’Iran non ha bisogno di dominare il mare aperto, gli basta rendere il costo del transito abbastanza alto da trasformare ogni passaggio in una decisione politica ed economica.
Per capire quanto l’Iran possa reggere, bisogna partire dalla struttura della sua economia estera. Una quota decisiva delle sue entrate in valuta dipende dall’export di petrolio, condensati, prodotti petrolchimici e da altri traffici marittimi. Secondo i dati citati da Al Jazeera sulla base di Kpler, l’Iran ha esportato in marzo circa 1,84 milioni di barili al giorno e in aprile, fino alla pubblicazione dell’articolo, circa 1,71 milioni. Lo stesso articolo stima che circa l’80 per cento dell’export petrolifero iraniano passi attraverso Hormuz. Se questo canale si restringe, il colpo è immediato: meno carichi, più costi logistici, più sconti sul greggio, più rischio assicurativo.
Eppure proprio qui emerge il paradosso della crisi. Nelle settimane precedenti al blocco statunitense, l’Iran aveva beneficiato di prezzi energetici molto elevati a causa della stessa instabilità nello stretto. Con quotazioni del greggio iraniano sopra i 90 dollari al barile e in vari momenti oltre i 100 dollari, Teheran ha potuto monetizzare volumi già instradati o galleggianti in mare a prezzi superiori rispetto alla fase prebellica. In altre parole, il blocco colpisce, ma colpisce un sistema che ha avuto il tempo di accumulare una certa rendita di emergenza.

La cifra di 500 milioni di dollari al giorno evocata da Trump va dunque letta con prudenza. È plausibile che il danno potenziale lordo per l’economia iraniana sia enorme se si sommano mancati introiti energetici, logistica bloccata, costi finanziari e distorsioni sul commercio estero. Ma trasformare questo numero in una misura esatta e quotidiana della perdita effettiva è un’altra cosa. Le esportazioni residue, il petrolio già in transito, i triangoli commerciali asiatici e i sistemi di pagamento opachi rendono il bilancio più sfumato di quanto suggerisca la comunicazione politica della Casa Bianca.
La vera domanda non è se il blocco faccia male. Fa male. La domanda è per quanto tempo l’Iran possa continuare a incassare nonostante il blocco. Ed è qui che entrano in scena le scorte flottanti. Secondo analisti citati da Al Jazeera, l’Iran avrebbe tra circa 160 e 183 milioni di barili di greggio “sull’acqua”, cioè a bordo di petroliere sparse tra Golfo Persico, Golfo di Oman, Mar Arabico, Oceano Indiano, Stretto di Malacca e aree più vicine alla Cina. Finché questo petrolio trova acquirenti, trasferimenti ship-to-ship, triangolazioni o semplicemente resta in attesa di consegna, genera o preserva flussi finanziari.
Non è un dettaglio tecnico: è il cuscinetto che consente a Teheran di non crollare subito. Una parte dei ricavi futuri, infatti, non dipende da nuove partenze dai terminal iraniani, ma da carichi già usciti prima che il blocco entrasse pienamente in vigore. Alcuni analisti interpellati da Al Jazeera ritengono che questo margine possa garantire entrate ancora per mesi, perfino fino ad agosto, seppure in un quadro di crescente attrito con la marina americana e di incertezza sulla reale estensione geografica dell’enforcement Usa.
Naturalmente il cuscinetto non è infinito. Se le nuove esportazioni rallentano e i terminal non riescono a svuotarsi, l’Iran deve stoccare più greggio a terra o su navi impiegate come depositi galleggianti. Al Jazeera cita una capacità di raffinazione interna di circa 2,6 milioni di barili al giorno e una disponibilità di stoccaggio a terra capace di coprire grosso modo 20 giorni di produzione corrente. Ma se il blocco si irrigidisce, questo margine può esaurirsi abbastanza in fretta, costringendo a tagli graduali della produzione. È il tipo di pressione che non si vede in tempo reale sulle mappe militari ma che, nel giro di settimane, diventa decisiva nei bilanci pubblici, nei sussidi e nella tenuta sociale.
Già il fatto che l’Iran, secondo società di monitoraggio marittimo riportate da Al Jazeera, abbia rimesso in servizio vecchie petroliere per usarle come stoccaggio è un segnale eloquente: non siamo solo davanti a una battaglia di interdizione, ma a una gara su chi riesce più a lungo a tenere immobilizzato il greggio dell’altro senza pagarne il prezzo politico interno.
L’importanza dello stretto non ha bisogno di enfasi: i dati bastano da soli. La U.S. Energy Information Administration ricorda che attraverso Hormuz transita circa il 20 per cento dell’offerta globale di petrolio e una quota analoga del commercio mondiale di GNL, soprattutto dal Qatar verso i mercati asiatici. Nella sua più recente previsione, la stessa EIA ha spiegato che la chiusura di fatto di Hormuz e le interruzioni produttive collegate sono tra i fattori principali dietro l’impennata delle quotazioni energetiche, con il Brent salito in media a 103 dollari a marzo e punte vicine a 128 dollari all’inizio di aprile.
Questo significa che la crisi non punisce solo l’Iran. Colpisce anche i grandi esportatori del Golfo, mette sotto stress importatori asiatici, modifica le rotte, aumenta i premi assicurativi, spinge parte del traffico verso corridoi più costosi e allunga i tempi di consegna. Persino gli Stati Uniti, oggi più protetti grazie alla loro produzione interna e all’export di LNG, non sono immuni: l’EIA prevede benzina e diesel più cari e mercati globali più nervosi finché il transito non tornerà almeno vicino alla normalità.
Un capitolo decisivo è quello asiatico, e in particolare cinese. La mossa del Tesoro Usa contro la raffineria Hengli Petrochemical (Dalian) Refinery Co., Ltd. è significativa perché punta direttamente su uno dei principali sbocchi del greggio iraniano. Washington sostiene che le raffinerie indipendenti cinesi, i cosiddetti teapots, acquistino la maggior parte del petrolio iraniano e costituiscano una fonte di entrate vitale per il regime. Colpire loro, insieme alle società di navigazione e alle unità della flotta ombra, significa provare a stringere il cappio non solo sul lato marittimo ma anche su quello commerciale e finanziario.
Il problema, dal punto di vista americano, è che questa strategia richiede continuità, coordinamento internazionale e una notevole capacità di enforcement lontano dal Golfo. Se l’obiettivo è impedire che il greggio iraniano raggiunga Cina e altri acquirenti asiatici, non basta presidiare l’imboccatura di Hormuz: bisogna inseguire le navi, monitorare i trasferimenti, scoraggiare intermediari, imporre costi reputazionali e commerciali a una galassia di operatori opachi. È un’operazione molto più lunga e grigia di una semplice dimostrazione di forza navale.
I dati disponibili suggeriscono che il blocco sia pesante ma non impermeabile. Reuters ha documentato che il traffico resta in larga misura paralizzato, ma non completamente azzerato. S&P Global ha rilevato che già tra 14 e 15 aprile almeno tre petroliere sono riuscite a transitare usando un corridoio alternativo vicino alla costa iraniana, coordinandosi con le autorità di Teheran. In altre parole, l’Iran mantiene una capacità di selezionare chi passa, quando passa e a quali condizioni. È un potere meno appariscente di un grande scontro navale, ma geopoliticamente forse più redditizio.
A questo si aggiunge un altro elemento: l’Iran ha trasformato la sicurezza dello stretto in una merce politica. Dirigenti iraniani hanno lasciato intendere che non ci sarà “sicurezza gratuita” per chi punta a strangolare le esportazioni di Teheran. Lo stretto, nella visione iraniana, non è più un bene comune da garantire a tutti mentre il paese viene contemporaneamente sottoposto a blocco, sanzioni e intercettazioni. È una logica coercitiva, certo, ma coerente con l’idea di usare Hormuz come leva negoziale e non solo come teatro di scontro.
Qui il punto diventa politico. L’Iran dispone di una lunga esperienza nell’assorbire sanzioni, contrabbandare petrolio, redistribuire scarsità e presentare la pressione esterna come prova di resistenza nazionale. Questo non significa che sia invulnerabile: l’economia iraniana è fragile, la popolazione paga costi elevati, il bilancio statale dipende da entrate energetiche cruciali e ogni interruzione prolungata aumenta il rischio di tensioni interne. Ma vuol dire che la soglia del dolore di Teheran potrebbe essere più alta di quanto immaginano i fautori di una soluzione rapida.
Anche gli Stati Uniti, del resto, hanno i loro limiti. Mantenere un blocco credibile richiede risorse, continuità politica e una giustificazione pubblica che regga nel tempo. Più la crisi dura, più crescono i costi indiretti: prezzi energetici più alti, frizioni con partner asiatici, tensioni con i produttori del Golfo e rischio di incidenti militari. La storia del Golfo insegna che la superiorità navale non equivale automaticamente al controllo politico dello stretto. L’Associated Press lo sottolinea con un richiamo esplicito alla “tanker war” degli anni Ottanta: anche allora, bastavano mezzi relativamente limitati per seminare instabilità in un passaggio strettissimo ma decisivo.
Per ora, la conclusione più onesta è questa: l’Iran non sembra vicino a un collasso immediato, ma il costo del confronto sta crescendo; gli Stati Uniti hanno dimostrato di poter alzare drasticamente il prezzo della sopravvivenza economica iraniana, ma non quello di poter chiudere ogni falla in tempi brevi. Tra le due narrazioni — l’Iran in ginocchio secondo Trump, l’America incapace di piegare Teheran secondo la propaganda iraniana — la realtà è un terreno intermedio, molto più instabile e molto più pericoloso.
Se il blocco proseguirà, il fattore decisivo non sarà una singola petroliera sequestrata né un singolo post presidenziale. Saranno la velocità con cui si satureranno gli stoccaggi iraniani, la disponibilità asiatica a continuare ad assorbire greggio sanzionato, la capacità americana di mantenere l’enforcement su lunghe distanze e, soprattutto, il prezzo che il resto del mondo sarà disposto a pagare perché il braccio di ferro continui. In fondo, il vero significato di Hormuz è proprio questo: quando si chiude, nessuno resta davvero spettatore.
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