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Economia
24 Aprile 2026 - 19:14
Sei mesi in meno, cento famiglie in bilico: la crisi Primotecs accelera
C’è un rumore che ad Avigliana rischia di spegnersi per sempre. Non è solo quello delle presse, dei forni, dell’acciaio che prende forma sotto tonnellate di forza. È il suono di una storia industriale che per decenni ha dato identità a un territorio. Oggi, davanti ai cancelli della Primotecs, quel rumore si è trasformato in attesa, rabbia, paura.
Lo stabilimento di via Martin Luther King è uno dei simboli della metalmeccanica della Val di Susa. Una fabbrica nata dentro la grande filiera dell’automotive, cresciuta tra trasformazioni industriali e passaggi di proprietà, capace di mantenere nel tempo un patrimonio di competenze legato alla forgiatura dell’acciaio e alla produzione di componenti per motori e trasmissioni. Un lavoro invisibile agli occhi dei più, ma essenziale per l’intero sistema produttivo.
Oggi tutto questo è in bilico.
Negli ultimi anni la crisi si è fatta sempre più evidente: calo delle commesse, riduzione dei volumi, fatturato in forte contrazione. La transizione dell’automotive verso l’elettrico ha accelerato un processo già in atto, mettendo sotto pressione le aziende della componentistica tradizionale. Primotecs, che un tempo contava circa duecento dipendenti, si è ritrovata progressivamente indebolita, fino ad arrivare all’annuncio più temuto: la possibile chiusura del sito entro il 2026, con circa 150-160 posti di lavoro a rischio.
Una crisi industriale che diventa crisi sociale.
Poi, il 24 aprile, arriva la decisione che cambia tutto. La Cassa Integrazione Straordinaria per area di crisi complessa, inizialmente prevista fino al 31 dicembre 2026, viene ridotta al 30 giugno. Sei mesi cancellati. Sei mesi che per 158 lavoratori non sono un dettaglio, ma una linea di confine.
“Quello che si è consumato al Mimit non è solo un dietrofront tecnico, ma un vero e proprio tradimento politico”, attacca Gianna Pentenero. La capogruppo del Partito Democratico in Consiglio Regionale parla apertamente di impegni disattesi e di un arretramento che rischia di compromettere definitivamente il futuro del sito. “Ridurre oggi la copertura significa togliere ossigeno alla ricerca di potenziali acquirenti e condannare lo stabilimento a una chiusura preventiva”.
Parole che trovano eco anche nel Movimento 5 Stelle. “I lavoratori si sentono traditi e hanno ragione da vendere”, dichiarano Chiara Appendino, Antonino Iaria, Elisa Pirro, Sarah Disabato e Alberto Unia. Il punto è la rottura di un patto: un anno di ammortizzatori promesso, poi ridotto improvvisamente. “Sei mesi che fanno la differenza tra avere un orizzonte e trovarsi in mezzo a una strada”.
Ma mentre la polemica politica si accende, il quadro si fa ancora più pesante.
A sottolinearlo è anche Laura Pompeo, consigliera regionale del Partito Democratico, che parla di una situazione “ulteriormente deteriorata”. La riduzione degli ammortizzatori, spiega, non è solo un taglio temporale: è un’accelerazione della crisi. “Si restringono drasticamente i tempi per individuare soluzioni industriali credibili”.
Pompeo richiama la necessità di un cambio di passo immediato. “Non è più accettabile continuare a rincorrere le crisi senza una strategia complessiva. Serve una regia pubblica chiara”, afferma, chiedendo l’apertura urgente di un tavolo di crisi che coinvolga istituzioni, azienda e parti sociali. L’obiettivo è uno solo: salvaguardare occupazione e continuità produttiva.
Non è una posizione nuova. Già da gennaio, con interrogazioni in Consiglio regionale, Pompeo aveva sollecitato un intervento coordinato su Primotecs, definita una realtà storica della metalmeccanica piemontese. Ma nei mesi successivi, denuncia, non sono arrivate soluzioni concrete. Al contrario, la situazione si è aggravata.
“Difendere Primotecs significa difendere il lavoro di tante famiglie e il futuro industriale del territorio”, insiste. E promette di continuare a portare la vicenda nelle sedi istituzionali, affinché non resti confinata a una crisi locale destinata a spegnersi nel silenzio.
Intanto, però, il tempo scorre.
Ed è proprio il tempo il vero nodo di questa vicenda. Senza ammortizzatori fino a fine anno, spiegano lavoratori e sindacati, diventa quasi impossibile attrarre investitori o costruire un percorso di reindustrializzazione. La finestra si restringe, le possibilità si assottigliano.
“Accorciare così i tempi significa sabotare qualsiasi possibilità di trovare un acquirente”, accusano dal M5S. Una lettura condivisa anche da altri osservatori: senza copertura sociale, il rischio è che la chiusura diventi l’unico esito possibile.
Nel frattempo, ad Avigliana cresce la mobilitazione. I lavoratori annunciano lo stop alla produzione, organizzano presidi, chiedono risposte. Non è solo una vertenza sindacale: è una comunità che si sente messa all’angolo.
E sullo sfondo resta la questione industriale. Il gruppo Mutares, proprietario dell’azienda, è al centro delle critiche per strategie considerate insufficienti a garantire un vero rilancio. La sensazione diffusa è che il destino dello stabilimento sia già segnato, e che la riduzione della cassa integrazione ne anticipi semplicemente gli effetti.
Primotecs diventa così il simbolo di una transizione difficile, in cui interi pezzi di industria rischiano di essere lasciati indietro. Ma ad Avigliana questa non è una teoria: è la realtà quotidiana di 158 lavoratori e delle loro famiglie.
Il 30 giugno non è più solo una data. È un limite.
Davanti ai cancelli, tra striscioni e assemblee, una frase ritorna più di altre: “Non stiamo difendendo solo un posto di lavoro, stiamo difendendo il nostro futuro”.
E in quel silenzio che ha sostituito il rumore delle presse, questa frase suona come un ultimo appello.
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