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24 Aprile 2026 - 21:07
C’è un momento, raro ma prezioso, in cui il passato smette di essere un racconto distante e torna a farsi presenza viva, capace di interrogare il nostro tempo. È ciò che è accaduto mercoledì 22 aprile nel salone conferenze dell’Unitre, dove la comunità si è ritrovata per un appuntamento carico di significato: un incontro di memoria e partecipazione dedicato a Danilo Vittone, docente appassionato e instancabile divulgatore, che per anni ha saputo trasmettere, con rigore e sensibilità, il valore profondo della Resistenza.
Non si è trattato di una semplice commemorazione, ma di un gesto collettivo, quasi necessario. Perché ci sono storie che non possono essere consegnate al silenzio del tempo. Continuano a respirare, a chiedere ascolto, ogni volta che qualcuno decide di riportarle alla luce. Da questa consapevolezza nasce “Vitae: racconti e ricordi”, progetto del gruppo “Facciamo Memoria”, che si propone di custodire e rilanciare voci capaci ancora oggi di parlare al presente.
Ad aprire l’incontro è stata la regista Gabriella Garda, affiancata dalle interpreti dello spettacolo, in un dialogo introduttivo che ha subito restituito il senso profondo dell’iniziativa: non una rappresentazione, ma una testimonianza. Sul palco Cristina Bernard e Sandra Boggio, accompagnate dai musicisti Fulvio Biesta e Luca Bertot, con la voce intensa di Catia Sale. A completare il lavoro, le riprese video curate da Andy Verga, confluite in un audiovisivo prodotto dalla Città di Cuorgnè.
Il cuore della narrazione ha riportato il pubblico al 1944, attraverso le vicende di tre donne: Cecilia Genisio, Elena Recanati Foa e Clotilde Roda Boggio, conosciuta come “Mamma Tilde”. Tre esistenze diverse, tre percorsi lontani tra loro, uniti però da una stessa, incrollabile forza morale. Non figure mitizzate, non eroine costruite dalla retorica, ma persone comuni che, in un tempo segnato dalla violenza e dall’incertezza, hanno scelto di agire, assumendosi rischi concreti per difendere la vita degli altri.
Tra queste storie, quella di Mamma Tilde emerge con una potenza disarmante nella sua semplicità: accogliere in casa un neonato ebreo, proteggerlo come un figlio, sottrarlo al destino della deportazione. Un gesto silenzioso, lontano dai riflettori, e proprio per questo ancora più grande. Accanto a lei, il coraggio operativo di Cecilia Genisio, staffetta partigiana, capace di muoversi tra pericoli quotidiani, e la straordinaria resistenza di Elena Recanati Foa, madre segnata dall’orrore del lager, ma capace di sopravvivere e ritrovare il proprio figlio.
A rendere l’esperienza ancora più intensa è stata una scelta precisa: affidare l’interpretazione ai familiari delle protagoniste. Non attori professionisti, ma testimoni diretti, custodi di una memoria tramandata dentro le mura domestiche prima ancora che nei libri di storia. Una scelta che ha restituito autenticità e profondità a ogni parola, trasformando il racconto in qualcosa di vivo, tangibile. E al tempo stesso ha sollevato una riflessione inevitabile: quando la memoria passa di mano, quando attraversa le generazioni, diventa ancora più fragile e preziosa, richiedendo attenzione, responsabilità, cura.
“Vitae” non cerca l’effetto scenico, non insegue la perfezione formale. Punta piuttosto all’essenziale: la verità delle storie, la loro forza umana, la capacità di parlare senza mediazioni. Ed è proprio questa scelta a renderlo così vicino al pubblico, così necessario in un’epoca in cui il rischio dell’oblio è sempre dietro l’angolo.
Perché ricordare non è mai un gesto neutro. È una presa di posizione. Significa scegliere, ogni giorno, da che parte stare. La storia non è un archivio polveroso, ma una materia viva che continua a interrogarci, a chiedere risposte, a indicare direzioni.
La memoria, allora, diventa qualcosa di più di un semplice ricordo: è un filo che attraversa le generazioni, che lega passato e presente. Se lo lasciamo spezzare, perdiamo orientamento. Se invece lo custodiamo, diventa guida, coscienza, responsabilità. E forse è proprio questo il suo significato più profondo: non dirci soltanto chi siamo stati, ma aiutarci, ancora oggi, a scegliere chi vogliamo essere.

foto di Osvaldo Marchetti
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