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23 Aprile 2026 - 11:30
Guarita dopo 5 anni di sofferenza: la svolta con la terapia “del futuro” che riaccende la vita di Antonietta
Per cinque anni la sua vita si era fermata. Non del tutto, ma abbastanza da cambiare ogni gesto quotidiano, ogni abitudine, ogni prospettiva. Antonietta, classe 1956, era sempre stata il punto fermo della famiglia: nonna instancabile, presenza costante tra cucina e affetti, capace di tenere insieme generazioni diverse con la semplicità dei gesti quotidiani. Poi la malattia, il ricovero in rianimazione, il coma. E infine quella ferita, piccola ma devastante, che non voleva guarire.
Una lesione da pressione al tallone, legata al diabete, diventata nel tempo una compagna ingombrante e dolorosa. Una ferita cronica che le impediva di muoversi liberamente, di camminare senza dolore, di vivere appieno il suo ruolo familiare. Per anni, ogni tentativo di cura sembrava destinato a fallire.
Oggi, però, quella storia ha preso una direzione diversa. In meno di due mesi, Antonietta è tornata a camminare, a cucinare, a vivere. Un cambiamento radicale reso possibile dall’incontro con Francesca Pasquali, vulnologa dell’Asl di Alessandria, e da una tecnologia che rappresenta una delle frontiere più avanzate nella cura delle ferite croniche: la medicazione multimodale a base di ossido nitrico.
Il principio alla base di questa terapia è tanto semplice quanto innovativo. L’ossido nitrico è una molecola già presente nell’organismo umano, ma il suo utilizzo in ambito clinico apre scenari nuovi. Non si tratta di una semplice copertura della ferita, ma di un sistema attivo che interagisce con il tessuto lesionato. Agisce come battericida naturale, anche contro microrganismi resistenti agli antibiotici, senza danneggiare le cellule sane.
Ma non solo. Questa tecnologia stimola la circolazione sanguigna, favorisce l’apporto di ossigeno e nutrienti e attiva i fibroblasti, le cellule responsabili della rigenerazione dei tessuti. In pratica, aiuta il corpo a fare ciò che da solo non riusciva più a fare: guarire.
Nel caso di Antonietta, il risultato è stato evidente. Dopo anni di stallo, la ferita si è progressivamente ridotta fino a scomparire. Un percorso rapido, quasi sorprendente, che ha restituito alla donna una quotidianità perduta. Tornare a stare in piedi senza dolore, muoversi in casa, cucinare per i nipoti: gesti semplici, ma carichi di significato.
Non si tratta di un caso isolato. La dottoressa Pasquali ha già applicato questa terapia su una dozzina di pazienti, tutti con lesioni complesse, ottenendo risultati significativi nel giro di poche settimane. Ferite che per anni non avevano mostrato segni di miglioramento hanno iniziato a chiudersi, restituendo autonomia e qualità della vita.

Il valore di questa esperienza ha superato i confini locali. Il lavoro svolto ad Alessandria è stato selezionato per essere presentato all’EWMA, uno dei più importanti congressi internazionali dedicati alla gestione delle ferite. Un riconoscimento che testimonia l’interesse della comunità scientifica verso un approccio capace di coniugare efficacia clinica e sostenibilità.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda infatti la possibilità di ridurre l’uso di antibiotici. In un contesto in cui l’antibiotico-resistenza rappresenta una delle principali emergenze sanitarie, soluzioni alternative diventano fondamentali. L’ossido nitrico permette di intervenire sulle infezioni in modo mirato, limitando il ricorso ai farmaci tradizionali e contribuendo a contenere un fenomeno che, secondo le stime, provoca centinaia di decessi ogni mese.
Ma accanto al dato scientifico c’è quello umano. Perché dietro ogni ferita cronica c’è una storia fatta di limitazioni, rinunce e spesso isolamento. Pazienti costretti a ridurre drasticamente la propria autonomia, caregiver coinvolti in un’assistenza continua e faticosa. In questo senso, la guarigione non è solo un risultato clinico, ma un ritorno alla vita.
Lo sottolineano anche i vertici dell’Asl di Alessandria, che vedono in questa esperienza un esempio concreto di sanità centrata sulla persona. Non solo tecnologia, ma attenzione alla qualità della vita, alla dignità del paziente, alla possibilità di restituire normalità.
La storia di Antonietta diventa così simbolica. Non tanto per la straordinarietà del caso, quanto per ciò che rappresenta: la dimostrazione che anche situazioni considerate senza soluzione possono trovare una risposta. Che l’innovazione, quando è accompagnata da competenze e sensibilità, può fare la differenza.
A livello regionale, il caso si inserisce in un percorso più ampio di valorizzazione della ricerca e delle nuove tecnologie in ambito sanitario. L’obiettivo è rendere queste soluzioni sempre più accessibili, integrandole nei percorsi di cura e diffondendo buone pratiche.
Per Antonietta, intanto, il traguardo è personale e immediato. Dopo cinque anni di limitazioni, si prepara a festeggiare il suo compleanno con un regalo che va oltre ogni aspettativa: la libertà di muoversi, di vivere la propria casa, di tornare a essere quella nonna presente e attiva che era sempre stata.Una storia che parla di medicina, ma anche di resilienza. E che ricorda come, anche nelle pieghe più difficili della malattia, possa esserci spazio per una svolta.
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