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Libia, l’ombra dell’embargo sull’Italia: cosa contestano gli esperti Onu e perché la vicenda pesa ben oltre un corso militare

Un rapporto riservato al Consiglio di Sicurezza riapre una domanda scomoda sui rapporti fra Roma e Tripoli: dove finisce la cooperazione per la stabilizzazione e dove comincia una possibile violazione delle regole internazionali?

Libia, l’ombra dell’embargo sull’Italia: cosa contestano gli esperti Onu e perché la vicenda pesa ben oltre un corso militare

Un rapporto riservato al Consiglio di Sicurezza riapre una domanda scomoda sui rapporti fra Roma e Tripoli: dove finisce la cooperazione per la stabilizzazione e dove comincia una possibile violazione delle regole internazionali?

A volte la diplomazia si incrina non per un convoglio di armi, ma per un’aula di addestramento. È da lì che parte l’ultima contestazione rivolta all’Italia sulla Libia: non da un carico sequestrato in mare, non da un missile, ma da un corso concluso il 26 dicembre 2024 e destinato a 27 allievi ufficiali legati a Tripoli. Per il panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di vigilare sul regime sanzionatorio libico, quella formazione aveva carattere militare e dunque rientrava nel perimetro vietato dall’embargo imposto dalla risoluzione 1970 del 2011. Per la Farnesina, invece, l’Italia ha agito nel rispetto del quadro Onu, senza fornire armamenti e in coerenza con la roadmap internazionale sulla stabilizzazione del Paese.

È uno scontro di interpretazioni, ma con ricadute molto concrete. Perché in gioco non c’è solo la lettura di una norma: c’è la credibilità della politica estera italiana nel dossier più sensibile del Mediterraneo, quello dove sicurezza, energia, migrazioni e influenza strategica si tengono insieme con un equilibrio sempre precario. E c’è anche un secondo capitolo, meno discusso ma altrettanto delicato: il rapporto Onu segnala circa 40 voli militari italiani in Libia tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, voli per i quali – annotano gli esperti – Roma non avrebbe fornito spiegazioni sulla natura delle missioni.

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Che cosa dice davvero il rapporto Onu

Secondo quanto riportato da ANSA, che ha dato conto del contenuto del rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza, gli esperti affermano che l’Italia “ha svolto una sessione di addestramento militare fornita ad attori armati libici” in violazione del paragrafo 9 della risoluzione 1970/2011. Il panel sostiene di avere accertato che la missione italiana di assistenza bilaterale in Libia ha condotto un corso sulle tecniche di combattimento militare, concluso il 26 dicembre 2024. Nella ricostruzione degli esperti, alle richieste di ulteriori chiarimenti indirizzate all’Italia non sarebbe arrivata risposta in tempo utile; da qui la conclusione: trattandosi di addestramento “di natura militare”, si configurerebbe una violazione dell’embargo.

Il nodo, dunque, non riguarda soltanto la presenza italiana in Libia – presenza nota e formalmente incardinata nella cooperazione bilaterale – ma la qualificazione giuridica di quel tipo di formazione. L’elemento centrale è proprio qui: addestrare forze o personale armato in un Paese sottoposto a embargo può essere considerato, secondo il diritto sanzionatorio Onu, una forma di assistenza tecnica militare, quindi vietata salvo esenzioni o notifiche specifiche. La stessa architettura normativa del sistema sanzionatorio libico lo prevede da anni: già la risoluzione 2009 del 2011 ha introdotto un meccanismo di esenzione per armi, assistenza tecnica e training destinati esclusivamente al supporto delle autorità libiche, purché notificati preventivamente al comitato competente e in assenza di obiezioni.

La risposta italiana: nessuna arma, attività coerente con la roadmap Onu

La replica del governo italiano è arrivata nelle stesse ore. In una nota pubblicata il 21 aprile 2026, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha chiarito che l’Italia “ha risposto alle osservazioni del panel” e che l’attività svolta riguardava e riguarda l’addestramento a beneficio delle Forze Armate libiche, ma senza fornitura di armamenti. La Farnesina sostiene inoltre che l’azione italiana sia stata eseguita “in linea con la roadmap delle Nazioni Unite” e insieme ai principali partner internazionali; aggiunge poi che lo stesso panel ha ringraziato l’Italia per la visita ispettiva svolta a Gioia Tauro nel maggio 2025, indicata come prova della cooperazione italiana con il meccanismo Onu di controllo.

Nella stessa linea si muove la posizione ripresa da ANSA English: secondo il governo, l’Italia non avrebbe violato l’embargo e le attività addestrative rientrerebbero nelle esenzioni previste dal quadro Onu, purché notificate. È una distinzione importante, perché il contenzioso non sembra riguardare l’esistenza dell’addestramento in sé – che Roma ammette – bensì il fatto che quel training fosse o meno coperto da un’esenzione valida e correttamente comunicata.

Il precedente che rende la vicenda ancora più sensibile

La contestazione del 2026 non arriva nel vuoto. Già in un precedente rapporto del panel di esperti sulla Libia, relativo al 2023, le Nazioni Unite avevano acceso un faro su un accordo tecnico firmato a Roma il 20 marzo 2023 tra rappresentanti italiani e libici per la formazione delle forze speciali libiche. In quel documento, il panel scriveva di avere chiesto informazioni a Italia e Libia sul tipo di addestramento previsto, per potersi rassicurare che non rientrasse nella sfera vietata dalla risoluzione 1970. La risposta libica, annotavano gli esperti, non era stata ritenuta sufficiente; quella italiana, al momento della stesura, non risultava ancora pervenuta.

Questo retroterra è decisivo per comprendere il significato politico del nuovo rilievo: il rapporto non fotografa un incidente isolato, ma inserisce la cooperazione militare italo-libica dentro una sequenza di dubbi già emersi in passato. Dubbi che non equivalgono automaticamente a una condanna formale, ma che mostrano come il confine fra capacity building, assistenza alla stabilizzazione e possibile aggiramento delle sanzioni sia diventato, nel caso libico, sempre più sottile.

Che cosa fa davvero la missione italiana in Libia

Per capire il caso bisogna guardare alla struttura italiana sul terreno. La missione bilaterale MIASIT – la Missione di assistenza e supporto in Libia – opera come strumento di cooperazione con le autorità libiche e, secondo la documentazione parlamentare italiana, è orientata anche al supporto addestrativo mediante Mobile Training Team. Un dossier della Camera dei deputati relativo alle missioni internazionali ricorda che la missione è rivolta a promuovere la sicurezza nell’area e a sviluppare attività di formazione e addestramento a favore delle forze di sicurezza locali.

Non solo. Un comunicato del Ministero della Difesa del 14 agosto 2024 descrive con notevole chiarezza il perimetro di queste attività: la MIASIT aveva appena concluso due corsi, denominati “Metodo di combattimento militare (MCM)” e “Recon”, condotti da team italiani; il ministero indicava inoltre che, nel 2024, erano previsti 29 corsi in catalogo e che circa 400 militari libici erano stati addestrati dall’Esercito italiano. Nello stesso testo si fa riferimento a corsi di fanteria, esplorazione tattica, topografia, intelligence da combattimento e altre attività che, al di là del lessico della cooperazione, appartengono chiaramente alla sfera militare.

Questo punto è forse il più politicamente imbarazzante per Roma: l’attività contestata dagli esperti non emerge da fonti clandestine o da rivelazioni d’intelligence, ma anche da comunicazioni ufficiali italiane che negli ultimi mesi hanno rivendicato pubblicamente la profondità della cooperazione addestrativa con le forze libiche. In altre parole, ciò che per l’Italia era parte di una strategia di stabilizzazione e di partnership, per il panel Onu può diventare un indice di violazione se non accompagnato dalle necessarie autorizzazioni o notifiche.

I voli militari: il secondo capitolo, ancora poco chiarito

Accanto al dossier sull’addestramento, il rapporto Onu ne apre un altro, potenzialmente altrettanto delicato. Gli esperti segnalano che l’Italia non avrebbe fornito spiegazioni sulla natura di circa 40 voli militari effettuati in Libia fra la fine del 2024 e l’inizio del 2025. Nella tabella allegata al rapporto, sempre secondo ANSA, i voli italiani risultano partiti da Pisa e diretti soprattutto a Misurata, ma anche a Tripoli e Bengasi. Nel periodo preso in esame, i voli monitorati sarebbero stati 124, effettuati da cinque Paesi: Russia, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e Italia; fra questi, spiegazioni sarebbero mancate da parte di Washington e Roma.

Il panel precisa però un dettaglio che impedisce semplificazioni: l’embargo non si applica automaticamente agli aerei militari o alle navi da guerra introdotti temporaneamente nel territorio libico quando servano a consegnare beni o facilitare attività esentate o comunque non vietate. In altre parole, il problema non è l’esistenza del volo in sé, ma la sua finalità, la sua tracciabilità e la documentazione che lo accompagna. Finché questi elementi restano opachi, il sospetto politico rimane.

Perché la Libia resta il dossier più spinoso per l’Italia

La vicenda esplode in un momento in cui la Libia continua a essere un Paese formalmente unito ma sostanzialmente frammentato. La missione Onu e gli osservatori internazionali descrivono un sistema ancora bloccato dalla concorrenza tra poteri rivali, dalla frammentazione istituzionale e dalla competizione armata, soprattutto nell’ovest del Paese. Nell’aprile 2025, la rappresentante Onu Hanna Tetteh ha avvertito il Consiglio di Sicurezza che la crisi politica persiste, mentre gruppi armati e istituzioni rivali continuano a contendersi territorio e risorse.

In questo contesto, l’Italia prova da anni a muoversi su più piani: dialogo politico, cooperazione economica, presidio energetico, controllo dei flussi migratori, sostegno alla guardia costiera e formazione delle strutture di sicurezza. È una strategia che risponde a interessi nazionali evidenti, ma che si espone anche a una contraddizione strutturale: più la cooperazione diventa operativa, più cresce il rischio di sconfinare in un’area grigia sul piano del diritto internazionale e delle sanzioni. Lo stesso dispositivo europeo di controllo, l’operazione EUNAVFOR MED IRINI, nasce per far rispettare l’embargo Onu, ma tra i suoi compiti secondari include anche attività di capacity building e formazione in favore di istituzioni libiche competenti nel law enforcement e nel search and rescue. A marzo 2026, IRINI dichiarava di avere monitorato 62 voli sospetti nel solo mese e di avere trasmesso, dall’inizio della missione, 88 rapporti speciali al Servizio europeo per l’azione esterna o al panel Onu sulla Libia.

Il punto politico: non basta dire “stabilizzazione”

Qui sta il cuore della questione. Da anni la parola-chiave usata dai governi europei, e da quello italiano in particolare, è stabilizzazione. Ma la stabilizzazione, in Libia, non è una formula neutra. Addestrare ufficiali, rafforzare reparti, migliorare capacità tattiche o operative può essere descritto come sostegno alle istituzioni; può anche essere letto, da chi sorveglia le sanzioni, come un intervento che altera i rapporti di forza interni a un Paese ancora attraversato da milizie, catene di comando ambigue e legittimità contese.

È per questo che la contestazione del panel pesa così tanto: non perché dimostri da sola un disegno occulto italiano, ma perché incrina la narrativa rassicurante di una cooperazione esclusivamente tecnica. Se il corso contestato riguardava davvero tecniche di combattimento, se ha coinvolto 27 allievi ufficiali di Tripoli, e se le notifiche richieste dal sistema Onu non sono state gestite in modo pienamente convincente, allora il problema non è semantico. È giuridico e politico insieme.

Che cosa resta da chiarire

Molto, in realtà. Non è ancora pubblico, almeno nelle forme accessibili finora, l’intero scambio documentale tra l’Italia e il panel di esperti. Non è chiaro se la contestazione riguardi una mancata notifica preventiva, una notifica ritenuta incompleta, oppure una diversa interpretazione del tipo di soggetto beneficiario del training. Non è chiaro, inoltre, quale fosse l’esatta natura operativa dei 40 voli militari segnalati e se fossero collegati ad attività sanitarie, logistiche, di supporto alla missione o ad altro ancora. La prudenza, qui, è obbligatoria.

Ma un dato è già emerso con nettezza: il margine di tolleranza internazionale sulle ambiguità libiche si sta restringendo. E per l’Italia, che della Libia ha fatto uno dei terreni principali della propria proiezione mediterranea, questo significa una cosa sola: d’ora in avanti non basterà rivendicare la bontà politica delle proprie iniziative. Bisognerà dimostrare, in modo trasparente e documentato, che ogni attività – dall’aula di addestramento alla pista di decollo – resta dentro le regole che Roma chiede agli altri di rispettare.

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