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20 Aprile 2026 - 17:39
Rumen Radev
Alle 15.00 del 20 aprile 2026, quando la Commissione elettorale centrale bulgara ha certificato il conteggio del 100% dei verbali, il dato che si è imposto su tutti gli altri non era soltanto la vittoria di Rumen Radev. Era la sua scala. 1.444.924 voti, pari al 44,594%, in un sistema parlamentare da anni incapace di produrre stabilità, significano molto più di un successo elettorale: significano la fine di una lunga eccezione bulgara, quella dell’ingovernabilità come normalità. E significano, almeno in termini politici, la demolizione del vecchio equilibrio costruito attorno a Boyko Borissov e al suo partito GERB-UDF.
Per capire la portata del risultato bisogna ricordare che la Bulgaria arrivava a questo voto dopo otto elezioni parlamentari in cinque anni, una sequenza quasi senza precedenti nell’Unione europea. In questo tempo il Paese ha conosciuto governi fragili, esecutivi tecnici, coalizioni innaturali, proteste di piazza e un logoramento costante della fiducia pubblica. Il voto del 19 aprile 2026 non è stato quindi una consultazione ordinaria: è stato vissuto da molti elettori come un referendum sulla capacità dello Stato di tornare a funzionare.
Il risultato consegna alla coalizione Progressive Bulgaria di Radev una posizione dominante nel nuovo Parlamento da 240 seggi. Sulla base dei dati ufficiali e del meccanismo di riparto, la formazione dell’ex presidente si colloca attorno alla soglia della maggioranza assoluta, cioè oltre i 120 seggi, con diverse ricostruzioni che la stimano in area 131-132. Anche qui il punto non è soltanto aritmetico: per la prima volta dopo anni, in Bulgaria prende forma la possibilità concreta di un governo politicamente coeso, non ostaggio di trattative infinite fra forze reciprocamente incompatibili.
La vera notizia politica, in controluce, è la sconfitta della stagione di Boyko Borissov. Il suo GERB-UDF si è fermato al 13,387%, poco sopra la coalizione riformista Continue the Change – Democratic Bulgaria, al 12,618%. Non è soltanto un arretramento elettorale: è la certificazione di una perdita di centralità storica. Per oltre un decennio Borissov ha rappresentato, nel bene e nel male, il baricentro della politica bulgara. Anche quando non governava direttamente, il sistema continuava a orbitare attorno a lui. Oggi quel perno appare spezzato.

Boyko Borissov
Il logoramento era cominciato da tempo. Già dal 2021, dopo grandi proteste alimentate dall’indignazione per corruzione, opacità del potere e malfunzionamento della giustizia, la Bulgaria era entrata in una crisi politica strutturale. Il ritorno di governi vicini a GERB non ha rimarginato quella frattura. Al contrario, le tensioni si sono riaccese anche nel 2025, con nuove mobilitazioni contro il governo e contro quella che una parte crescente dell’opinione pubblica percepiva come una continuità fra potere politico, influenze oligarchiche e impunità. Il voto a Radev è stato anche questo: una domanda di rottura, forse confusa, ma chiarissima nella sua intensità.
Non sorprende, allora, che la campagna di Radev abbia puntato su parole semplici e molto efficaci nel contesto bulgaro: lotta all’influenza oligarchica, recupero dello stato di diritto, trasparenza, difesa dei ceti più fragili, promessa di uno Stato meno predatorio. È su questo terreno che l’ex presidente ha costruito il suo vantaggio: non come leader ideologico, ma come figura capace di intercettare il disgusto verso l’élite tradizionale senza presentarsi come un estremista.
A renderlo competitivo è stata anche la sua biografia. Rumen Radev, 62 anni, ex comandante dell’Aeronautica militare bulgara, formatosi anche negli Stati Uniti all’Air War College, ha coltivato a lungo un profilo di uomo delle istituzioni, distante dai partiti ma non estraneo al conflitto politico. Da presidente, tra il 2017 e il 2026, ha saputo costruire l’immagine di un arbitro severo verso il sistema, capace di parlare sia agli elettori delusi dal centrodestra sia a quelli scettici verso il riformismo liberale urbano.
È una figura difficile da incasellare nelle categorie occidentali più sbrigative. Non è un leader apertamente anti-UE, e anzi ha ribadito dopo il voto che la Bulgaria continuerà sul proprio “percorso europeo”. Ma non è neppure un europeista ortodosso nel senso brussellese del termine. La sua postura è quella di chi intende contrattare il rapporto con l’Europa, non subirlo; di chi vuole restare dentro il quadro euro-atlantico, ma con maggiore autonomia retorica e politica. In questo senso, la sua vittoria viene osservata con attenzione non solo a Sofia, ma in tutte le capitali europee interessate alla tenuta del fronte orientale dell’Unione.
Il punto più delicato resta il rapporto con la Russia. Durante la guerra in Ucraina, Radev si è distinto per la sua opposizione all’invio di aiuti militari e per la convinzione che l’Europa dovesse lasciare più spazio al negoziato. Dopo la vittoria ha insistito su una formula destinata a fare discutere: una “Europa forte”, ha detto, ha bisogno di “pensiero critico” e “pragmatismo”. In precedenza aveva sostenuto che l’Europa fosse diventata “ostaggio” della propria ambizione a esercitare una leadership morale in un mondo che ragiona invece secondo rapporti di forza.
Questa linea non equivale automaticamente a un riallineamento bulgaro con Mosca, ma segnala una possibile revisione del tono e delle priorità. La Bulgaria resta membro di NATO e Unione europea, ed è difficile immaginare una svolta strategica radicale. Tuttavia, l’ascesa di Radev porta nel cuore dell’Unione una leadership che considera insufficiente la grammatica puramente valoriale con cui l’Europa ha affrontato il conflitto russo-ucraino. Per i suoi sostenitori è realismo; per i critici, il rischio è che si apra un varco politico utile al Cremlino.
La preoccupazione europea non nasce dal nulla. Negli ultimi mesi la Bulgaria aveva chiesto persino assistenza all’apparato diplomatico dell’UE per contrastare campagne di influenza e disinformazione attribuite alla Russia. In un Paese storicamente attraversato da legami culturali, religiosi ed energetici con Mosca, l’equilibrio resta delicato. Radev conosce bene questo terreno e lo usa per presentarsi come interprete di una specificità nazionale: quella di uno Stato membro dell’UE che non vuole essere ridotto a semplice esecutore di linee definite altrove.
La vittoria di Radev assume un significato ancora più forte perché arriva in un momento paradossale della storia bulgara. Mentre la politica implodava, il Paese ha comunque compiuto due passi cruciali nell’integrazione europea: l’ingresso pieno in Schengen dal 1° gennaio 2025 e l’adozione dell’euro dal 1° gennaio 2026, diventando il 21° membro dell’area euro. È uno dei grandi paradossi bulgari recenti: avanzare nell’architettura europea proprio mentre le istituzioni nazionali faticavano a produrre governi stabili.
Non a caso l’euro è stato uno dei temi più divisivi della campagna. Radev, quando era ancora presidente, aveva tentato di promuovere un referendum sostenendo che la Bulgaria non fosse pronta. Il tentativo è fallito e la moneta unica è entrata regolarmente in vigore, ma il passaggio non ha cancellato paure diffuse: aumento dei prezzi, perdita di potere d’acquisto, sensazione che l’integrazione economica proceda più velocemente della convergenza sociale. Radev ha intercettato anche questo disagio, pur senza promettere strappi impossibili con l’assetto europeo ormai consolidato.
Il nuovo Parlamento appare molto meno frammentato dei precedenti, ma non privo di tensioni. Oltre a Progressive Bulgaria, superano la soglia del 4% GERB-UDF, Continue the Change – Democratic Bulgaria, il Movimento per i diritti e le libertà con il 7,120%, e Vazrazhdane con il 4,257%. Restano invece sotto la soglia varie formazioni che nelle ultime legislature avevano contribuito alla polverizzazione del quadro politico. Il messaggio degli elettori sembra netto: meno dispersione, meno micro-partiti, più governabilità.
C’è poi un altro dato da non sottovalutare. La Bulgaria aveva registrato nel 2024 un’affluenza scesa a poco più del 38%, sintomo di una sfiducia quasi organica. Questa volta l’impressione generale, confermata dai dati parziali e dalle cronache di giornata, è stata di una partecipazione più alta e di una mobilitazione tornata significativa proprio grazie alla percezione che il voto potesse davvero cambiare qualcosa. In politica, spesso, la legittimazione non nasce solo dalla vittoria, ma dalla sensazione collettiva che quella vittoria conti.
Per Bruxelles, la sfida sarà doppia. Da un lato, la vittoria di Radev può essere letta come una buona notizia: la Bulgaria esce forse dal ciclo della paralisi e può finalmente contare su un esecutivo stabile, condizione essenziale per sbloccare riforme, fondi europei e pianificazione economica. Dall’altro, questa stabilità potrebbe essere guidata da un leader meno allineato di altri alla linea prevalente sull’Ucraina, sulle sanzioni e sul rapporto con la Russia. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è affrettata a congratularsi con lui, segnale di prudenza diplomatica ma anche di consapevolezza del nuovo peso politico di Sofia.
La partita europea riguarda anche i soldi e le riforme. Il ritardo nel consolidamento istituzionale ha già rallentato il pieno accesso ad alcuni strumenti finanziari comunitari, con il rischio di perdere miliardi. Se Radev riuscirà a usare il mandato popolare per rafforzare la capacità amministrativa dello Stato e non soltanto per presidiare il consenso, allora la sua vittoria potrebbe trasformarsi in un fattore di normalizzazione. Se invece prevarrà la tentazione di governare contro “il sistema” senza ricostruire davvero le istituzioni, la Bulgaria potrebbe ritrovarsi stabile solo in superficie.
In fondo, l’elezione bulgara racconta una dinamica ormai familiare in molte democrazie europee: quando la politica tradizionale non riesce più a garantire efficacia, trasparenza e dignità materiale, l’elettorato premia chi appare capace di riunire ordine, protezione sociale e autonomia nazionale. Radev ha vinto perché è riuscito a incarnare insieme tutte e tre queste promesse. Il punto, adesso, sarà capire se riuscirà a trasformarle in governo.
Per la Bulgaria, il passaggio è storico. Per l’Europa, è un test politico serio. Nel Paese più povero dell’UE, appena entrato nell’eurozona e pienamente in Schengen, si è affermato un leader che non contesta l’Europa in quanto tale, ma ne sfida il linguaggio, i riflessi ideologici e una parte delle certezze costruite dall’inizio della guerra in Ucraina. Non è ancora una frattura. Ma è già qualcosa di più di una sfumatura.
Quel che è certo è che il voto bulgaro non parla solo di Bulgaria. Parla della fatica dell’Europa nel tenere insieme integrazione, sicurezza, costo sociale della transizione e sovranità democratica. E parla del fatto che, quando un sistema politico consuma troppo a lungo la pazienza dei cittadini, il ritorno della decisione può arrivare all’improvviso, con la forza di una valanga. Domenica 19 aprile 2026, a Sofia, quella valanga ha avuto un nome preciso: Rumen Radev.
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