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Hormuz, il ritorno della stretta iraniana: lo Stretto si richiude, tre navi sotto attacco e la sfida di Teheran agli Stati Uniti

Nel tratto di mare da cui passa una quota decisiva dell’energia mondiale, il fragile spiraglio apertosi venerdì si è richiuso in meno di ventiquattr’ore. E ora il braccio di ferro tra Iran e Stati Uniti rischia di trasformare una crisi regionale in uno shock globale.

Hormuz, il ritorno della stretta iraniana: lo Stretto si richiude, tre navi sotto attacco e la sfida di Teheran agli Stati Uniti

Nel tratto di mare da cui passa una quota decisiva dell’energia mondiale, il fragile spiraglio apertosi venerdì si è richiuso in meno di ventiquattr’ore. E ora il braccio di ferro tra Iran e Stati Uniti rischia di trasformare una crisi regionale in uno shock globale.

All’alba, nel collo di bottiglia più sensibile del pianeta, non servono grandi flotte per cambiare il corso dell’economia mondiale: bastano pochi minuti di fuoco, qualche rotta interrotta e il silenzio improvviso dei mercantili che rallentano, virano, aspettano. Lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato tra il Golfo Persico e l’oceano aperto, era tornato a respirare appena ieri; oggi, invece, la tregua appare già un ricordo. Secondo quanto riferito da Associated Press e da altri media internazionali, Teheran ha annunciato una nuova stretta sul transito marittimo, motivandola con il blocco navale statunitense e accompagnando la decisione con azioni ostili contro almeno tre navi.

La mossa iraniana arriva dopo giorni di messaggi contraddittori, aperture parziali e minacce crescenti. Venerdì 17 aprile 2026 il mercato aveva letto come un segnale di distensione la notizia di una riapertura del passaggio: il prezzo del Brent era sceso con forza, fino a chiudere a 90,38 dollari al barile, mentre il greggio americano era arretrato a 82,59 dollari, segno di un sollievo immediato degli operatori davanti all’ipotesi di un ritorno alla normalità. Ma quella normalità, oggi, sembra di nuovo lontana.

stretto hormuz

La nuova chiusura e il messaggio politico dietro la mossa militare

La versione iraniana è netta: la riapertura non può essere né “condizionata” né “limitata” da una presenza militare americana che, agli occhi di Teheran, equivale a una coercizione. AP riferisce che il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano ha definito il blocco americano una violazione del cessate il fuoco e ha sostenuto che non vi sarà alcuna riapertura finché quella pressione non verrà rimossa. Parallelamente, il comando militare congiunto iraniano ha rivendicato il ritorno del controllo sullo Stretto “sotto la gestione rigorosa” delle forze armate.

Nel linguaggio delle crisi internazionali, però, le formule ufficiali contano fino a un certo punto. Quello che pesa davvero è il messaggio strategico: l’Iran vuole dimostrare di non essere disposto a subire un dispositivo navale americano senza reagire, e vuole farlo nel punto dove possiede il massimo potere di interdizione. La dichiarazione attribuita a Ebrahim Azizi, capo della Commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale iraniana, va esattamente in questa direzione: il transito delle navi commerciali, ha scritto, dovrebbe avvenire secondo condizioni fissate da Teheran, inclusi i “pedaggi richiesti” e le rotte indicate dalle autorità iraniane. È un messaggio di sfida rivolto agli Usa, ma anche al resto del mondo: il Golfo non può essere stabilizzato senza fare i conti con la Repubblica islamica.

Non è soltanto retorica. Sabato, sempre secondo AP, motovedette iraniane hanno aperto il fuoco contro una petroliera in transito; altre segnalazioni riferiscono di ulteriori attacchi o danni contro imbarcazioni commerciali nella stessa area. Axios parla di navi colpite nel contesto del ripristino delle restrizioni, mentre il servizio di monitoraggio marittimo UKMTO viene citato da più fonti come riferimento per gli allarmi sulla sicurezza nella zona.

Il nodo del blocco americano

Per capire la portata della nuova escalation bisogna tornare a domenica 12 aprile 2026, quando gli Stati Uniti hanno annunciato l’avvio di un blocco navale dei porti iraniani dopo il fallimento di colloqui di cessate il fuoco in Pakistan. L’amministrazione di Donald Trump ha presentato la misura come uno strumento di pressione per obbligare l’Iran ad aprire completamente e in sicurezza lo Stretto e ad accettare un’intesa più ampia.

Su questo punto, tuttavia, si gioca una partita anche semantica oltre che militare. Un funzionario americano citato dal Washington Post ha precisato che la missione statunitense sarebbe “un blocco dei porti e della costa iraniana, non un blocco dello Stretto di Hormuz”. La distinzione è importante sul piano giuridico e operativo, ma agli occhi di Teheran cambia poco: se le navi dirette o in uscita dai porti iraniani vengono fermate o dissuase, il risultato percepito resta quello di una compressione della sovranità iraniana e di una pressione insostenibile sul suo export energetico.

Da qui nasce il nuovo braccio di ferro. Trump ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti non possono essere ricattati e ha sostenuto che Iran stava tentando di estorcere il mondo attraverso la minaccia su Hormuz. La risposta iraniana, speculare, è che nessun cessate il fuoco può funzionare se una delle parti continua a strangolare economicamente l’altra dal mare. Siamo davanti a due letture opposte della stessa realtà: per Washington, libertà di navigazione; per Teheran, coercizione mascherata.

Perché Hormuz conta più di qualunque altra strettoia

Il punto, per i lettori europei e italiani, è semplice: Hormuz non è una crisi locale. È una valvola del sistema energetico mondiale. Un rapporto del Congressional Research Service statunitense ricorda che nel 2024 attraverso lo Stretto sono passati circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi: pari a circa il 27% del commercio marittimo globale di petrolio e a circa il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi. Lo stesso rapporto sottolinea che vi transita anche circa il 22% del commercio globale di GNL.

Non basta. Alla sua massima strettezza, Hormuz misura appena 22 miglia nautiche; le corsie di navigazione sono sottili, obbligate, vulnerabili. Se una crisi blocca quel passaggio, non si interrompe soltanto il traffico: aumenta il costo delle assicurazioni, si riducono gli equipaggi disposti a transitare, i charter navali cambiano prezzo, le petroliere attendono fuori area o cercano rotte alternative che spesso non esistono o hanno capacità troppo limitata.

Le alternative, infatti, sono modeste rispetto ai volumi in gioco. Il Congressional Research Service stima che le pipeline saudite e degli Emirati Arabi Uniti utilizzabili per bypassare almeno in parte lo Stretto abbiano insieme circa 2,6 milioni di barili al giorno di capacità disponibile: molto meno dei flussi che transitano normalmente da Hormuz. In altre parole, anche aggirando il collo di bottiglia, il sistema globale non riuscirebbe a sostituirne rapidamente i volumi.

I mercati, il petrolio e il conto che può arrivare fino ai distributori

La dimensione energetica è il vero moltiplicatore della crisi. La U.S. Energy Information Administration ha spiegato il 7 aprile 2026 che la chiusura di Hormuz e le interruzioni produttive ad essa collegate sono ormai tra i fattori chiave del suo scenario energetico. L’agenzia stima che, in marzo, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein abbiano dovuto ridurre la produzione complessiva di greggio di 7,5 milioni di barili al giorno, con un possibile aumento a 9,1 milioni in aprile. Nello stesso scenario, il Brent viene indicato con una media prevista di picco nel secondo trimestre attorno a 115 dollari al barile.

Sempre la EIA prevede che il prezzo medio della benzina al dettaglio negli Stati Uniti possa avvicinarsi a 4,30 dollari al gallone in aprile e superare in media 3,70 dollari nel corso del 2026, mentre il diesel resterebbe ancora più sotto pressione. È un’indicazione americana, certo, ma è utile per capire che un blocco stabile di Hormuz non resta confinato ai terminal del Golfo: si trasmette lungo tutta la filiera, dai contratti futures ai costi di trasporto, fino ai prezzi alla pompa e all’inflazione.

Il crollo del Brent di venerdì, dopo l’annuncio della riapertura, e il probabile nuovo aumento della volatilità nelle prossime sedute offrono la misura di quanto il mercato viva questa crisi in tempo reale, quasi a scatti. Ogni dichiarazione di Trump, ogni nota di Teheran, ogni attacco a una singola nave si traduce ormai in una variazione immediata delle aspettative.

La sicurezza marittima: non solo petrolio, ma rischio sistemico

C’è poi il livello forse meno visibile ma non meno decisivo: quello della sicurezza operativa. Il servizio britannico UKMTO aveva già segnalato a inizio marzo una situazione “altamente volatile” nel Golfo, nel Golfo di Oman e nello Stretto di Hormuz, invitando le navi alla massima cautela. Anche la MARAD, l’amministrazione marittima americana, mantiene avvisi attivi sul rischio di boarding illegali, sequestri, attacchi missilistici, droni, mezzi di superficie senza equipaggio e interferenze ai sistemi di navigazione.

Questo significa che il problema non è solo “Stretto aperto” o “Stretto chiuso”. In mezzo esiste una vasta zona grigia: quella di un corridoio formalmente transitabile ma di fatto pericoloso, costoso, intermittente, sottoposto a controlli armati o a regole unilaterali. Ed è precisamente in questa zona grigia che l’Iran sembra voler esercitare il proprio potere negoziale: non sempre con una chiusura totale riconosciuta sul piano internazionale, ma con una capacità concreta di decidere chi passa, quando e a quali condizioni.

L’Europa osserva, l’Asia trattiene il fiato

La crisi non riguarda solo Washington e Teheran. I principali importatori asiatici di greggio e gas dal Golfo — in particolare Cina, India, Giappone e Corea del Sud — sono esposti in misura diretta a qualsiasi restrizione prolungata del traffico. Non a caso Pechino ha invitato alla calma e alla tutela della stabilità del passaggio, definendolo un canale internazionale cruciale per il commercio e l’energia.

Anche l’Europa ha interesse a evitare che il Golfo resti ostaggio di una guerra di nervi. Venerdì, riferisce AP, i leader di Francia e Regno Unito hanno promosso a Parigi un vertice internazionale sulla sicurezza della navigazione nello Stretto. È un segnale politico importante: la consapevolezza che la questione non può più essere trattata come un semplice duello bilaterale tra Usa e Iran, perché l’effetto domino tocca energia, assicurazioni, shipping, inflazione e crescita.

Per l’Italia, Paese industriale esposto ai prezzi dell’energia e dipendente dalla tenuta delle catene logistiche, il punto non è astratto. Ogni fase di instabilità a Hormuz tende a riflettersi sui costi di importazione, sulla fiducia dei mercati e sui listini energetici europei. Non tutto arriva subito in bolletta o alla pompa, ma l’inerzia degli shock energetici è proprio questa: si accumulano prima nei contratti e nelle aspettative, poi entrano nell’economia reale.

Il rischio vero: una crisi che si autoalimenta

Il dato più inquietante è forse la rapidità con cui la situazione si è deteriorata. In meno di 24 ore, il passaggio da un annuncio di riapertura a una nuova stretta mostra quanto sia fragile l’attuale equilibrio. La crisi si autoalimenta: Washington dice di voler garantire la libertà di navigazione; Teheran legge quella postura come una minaccia; reagisce limitando il traffico; gli Usa rafforzano il dispositivo; l’Iran alza ulteriormente il prezzo del confronto. E nel mezzo restano le navi commerciali, gli equipaggi, gli operatori energetici e le economie importatrici.

Se c’è una lezione, in questa nuova chiusura di Hormuz, è che il mare non è mai soltanto uno spazio geografico. È un linguaggio di potenza. Chi controlla i passaggi controlla i tempi della diplomazia e il costo della pressione economica. Oggi l’Iran sta dicendo che nessun assetto regionale può essere imposto ignorando il suo ruolo; gli Stati Uniti replicano che non accetteranno che un corridoio vitale per il commercio globale diventi uno strumento di ricatto. Nel punto in cui queste due linee si incrociano, il mondo intero resta esposto.

Ecco perché il tema non è soltanto se Hormuz sia “chiuso” o “aperto”. Il tema è se esista ancora un quadro minimo di regole condivise capace di impedire che ogni nave in transito diventi un messaggio militare, ogni tanker un test politico, ogni oscillazione del petrolio un anticipo di crisi economica. Finché la risposta resterà incerta, lo Stretto continuerà a essere ciò che è oggi: non solo una via d’acqua, ma il termometro più crudele dell’ordine internazionale.

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