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A Bamenda il Papa rompe il silenzio sulla guerra dimenticata: Leone XIV tra la folla, la paura e la sfida della pace

Nel cuore del Camerun anglofono, dove spari, sequestri e sfollamenti hanno scandito quasi un decennio di crisi, la visita di Leone XIV ha trasformato per qualche ora una città assediata dalla violenza in una capitale morale dell’Africa centrale

A Bamenda il Papa rompe il silenzio sulla guerra dimenticata: Leone XIV tra la folla, la paura e la sfida della pace

Nel cuore del Camerun anglofono, dove spari, sequestri e sfollamenti hanno scandito quasi un decennio di crisi, la visita di Leone XIV ha trasformato per qualche ora una città assediata dalla violenza in una capitale morale dell’Africa centrale

Per alcune ore, a Bamenda, il rumore che da anni domina la vita quotidiana non è stato quello degli spari o delle fughe improvvise, ma quello di una folla compatta, festante, quasi incredula. Migliaia di persone si sono riversate lungo la strada tra l’aeroporto e la città, capoluogo del Northwest Region, per vedere passare Leone XIV. Dentro e fuori la cattedrale di San Giuseppe, canti, applausi e una tensione emotiva palpabile hanno accompagnato il gesto più politico e più pastorale della tappa camerunese del pontefice: una preghiera per la pace nel cuore di una delle crisi più trascurate del continente.

La scena aveva il peso dei simboli e quello, molto più duro, della cronaca. Perché Bamenda non è soltanto una città di circa 500.000 abitanti nell’ovest del Camerun: è uno degli epicentri della crisi anglofona, il conflitto che oppone, tra il Northwest e il Southwest, gruppi separatisti armati e forze governative. Una guerra a bassa visibilità internazionale ma ad altissimo costo umano, esplosa dopo le proteste del 2016 e degenerata in insurrezione armata dal 2017, con oltre 6.000 morti e più di 600.000 sfollati secondo stime riprese da più fonti internazionali.

La città che per un giorno si è sentita guardata

L’arrivo del Papa, nel secondo giorno della sua visita in Camerun all’interno del viaggio africano dal 13 al 23 aprile 2026, ha avuto un significato che va oltre il protocollo. In una regione dove intere comunità vivono da anni tra coprifuoco informali, blocchi imposti da milizie, rapimenti a scopo di estorsione e una presenza militare invasiva, il semplice fatto di potersi radunare in massa senza temere un attacco è apparso a molti come un evento eccezionale. Non a caso, in vista della visita, fazioni separatiste hanno annunciato una pausa di tre giorni nelle ostilità per consentire il “safe travel” del pontefice.

Questo dato, da solo, misura il paradosso di Bamenda: una città in cui la normalità è sospesa da anni, ma che conserva ancora la capacità di reagire quando si apre uno spazio credibile per la parola pubblica, per il rito, per la mediazione. Il Vaticano ha voluto che proprio qui si tenesse il Meeting for Peace della tappa camerunese, segnalando che la priorità non era soltanto ecclesiale, ma anche civile e regionale. Nel programma ufficiale del viaggio, il passaggio da Yaoundé a Bamenda era infatti costruito come il momento più esposto e, proprio per questo, più eloquente della presenza papale nel Paese.

Le parole più dure: “pochi tiranni”, “padroni della guerra”

Nel suo intervento, Leone XIV non si è limitato a una formula di circostanza sulla riconciliazione. Ha usato parole nette contro chi alimenta guerre, sfruttamento e manipolazione della religione. Secondo il resoconto di Vatican News, il Papa ha denunciato coloro che usano “il nome di Dio” per interessi militari, economici o politici, e ha insistito sul fatto che “basta un momento per distruggere”, mentre spesso “una vita intera non basta per ricostruire”. Ha poi pronunciato la frase destinata a segnare questa giornata: il mondo, ha detto, è “devastato da pochi tiranni” ma continua a reggersi grazie a “una moltitudine di fratelli e sorelle solidali”. Un passaggio che Le Monde e Associated Press hanno registrato come il cuore politico del suo messaggio da Bamenda.

Non era soltanto una condanna astratta della guerra. Il Papa ha collegato esplicitamente la violenza alla predazione delle risorse: chi depreda la terra, ha osservato, reinveste spesso i profitti in armi, alimentando una spirale di destabilizzazione e morte. In un Paese ricco di risorse e segnato da profonde disuguaglianze territoriali, la frase suona come una critica insieme morale e materiale: non c’è pace dove la sicurezza è amministrata senza giustizia, e non c’è giustizia dove le ricchezze non producono diritti, servizi, scuole e cure.

Un conflitto nato dalla lingua, degenerato nella secessione armata

Per capire perché la visita di Leone XIV abbia avuto un impatto così forte, bisogna tornare all’origine della crisi. Il Camerun contemporaneo è il risultato di una storia coloniale divisa tra amministrazione francese e britannica. Oggi il Paese conta otto regioni a maggioranza francofona e due a maggioranza anglofona; gli anglofoni rappresentano circa il 20% della popolazione. Le tensioni sono esplose nel 2016, quando avvocati, insegnanti e studenti protestarono contro quella che percepivano come un’imposizione crescente del francese nei tribunali e nelle scuole delle regioni anglofone. La repressione delle manifestazioni da parte delle forze di sicurezza accelerò la radicalizzazione, fino alla proclamazione secessionista e alla ribellione armata del 2017.

Da allora, il conflitto si è frammentato. Da un lato lo Stato ha continuato a privilegiare una risposta in larga parte militare; dall’altro il fronte separatista si è moltiplicato in gruppi diversi, spesso rivali, con leadership in parte all’estero e capacità variabili di controllo sul territorio. Associated Press ricorda che alcuni leader separatisti operano fuori dal Paese e che le indagini internazionali hanno toccato reti di finanziamento in Stati Uniti, Norvegia e Belgio. Questa dispersione della catena di comando ha reso ancora più difficile una trattativa stabile.

Le risposte di Yaoundé e i limiti del “dialogo nazionale”

Il governo di Yaoundé ha tentato negli anni alcune mosse di contenimento politico. Il dialogo nazionale del 2019 portò al riconoscimento di uno status speciale per le regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest, oltre a proposte in materia di governance, giustizia e istruzione. Ma molte di queste misure, secondo analisti e osservatori, sono rimaste solo parzialmente attuate. International Crisis Group ha sottolineato ancora nel 2024 che il conflitto restava senza soluzione e che i civili continuavano a pagare il prezzo più alto, mentre AP evidenzia come il governo continui in larga misura a leggere la crisi come un problema di sicurezza più che come una questione politica irrisolta.

In questo quadro pesa anche la lunga permanenza al potere del presidente Paul Biya, al governo da oltre 40 anni e indicato da AP come il leader più anziano del mondo, con 93 anni. Già al suo arrivo a Yaoundé, il 15 aprile 2026, Leone XIV aveva chiesto istituzioni giuste e credibili, insistendo sul fatto che la pace non può essere uno slogan ma deve tradursi in uno stile di governo e in una responsabilità concreta verso tutti, incluse le minoranze. Il passaggio da Yaoundé a Bamenda ha così dato continuità a un discorso già impostato: senza legalità, ascolto e fiducia istituzionale, anche la pacificazione resta fragile.

La pace come rete interreligiosa, non come gesto simbolico

Uno degli elementi più interessanti emersi a Bamenda riguarda la tenuta del tessuto interreligioso. Nel corso dell’incontro in cattedrale hanno portato la loro testimonianza, tra gli altri, il capo tradizionale di Mankon, l’ex moderatore della Presbyterian Church, l’imam della moschea centrale di Buea, una religiosa cattolica e una famiglia di sfollati interni. Il Papa ha messo in rilievo proprio questo dato: nonostante la violenza, la crisi non è degenerata in una guerra religiosa. Al contrario, leader cristiani e musulmani hanno dato vita a un Movement for Peace che prova a mediare tra le parti e ad assistere i traumatizzati del conflitto.

È un punto cruciale. In molte guerre contemporanee la religione viene usata come moltiplicatore identitario della violenza; a Bamenda, invece, il pontefice ha indicato una traiettoria opposta: la fede come infrastruttura di prossimità, cura, ascolto e contenimento del conflitto. Quando ha detto “guai a chi manipola la religione”, Leone XIV non parlava soltanto ai signori della guerra lontani, ma anche a tutti quei poteri che, in Africa e altrove, tentano di piegare appartenenze spirituali e comunitarie a interessi di parte.

La crisi dimenticata e il peso umanitario

Che cosa resta, però, quando la folla si disperde e le telecamere ripartono? Resta un territorio sfinito. Human Rights Watch continua a registrare abusi contro i civili nelle regioni anglofone, inclusi sequestri, violenze e gravi limitazioni all’accesso ai servizi. UNHCR segnala che il Camerun nel suo complesso ospita oltre 1,5 milioni di persone forzatamente sfollate, tra cui più di 1 milione di sfollati interni, in un contesto nazionale già aggravato anche dall’insicurezza nell’Estremo Nord e dall’arrivo di rifugiati da Repubblica Centrafricana e Nigeria. Questo significa che la crisi anglofona non è un’emergenza isolata, ma una ferita dentro una vulnerabilità umanitaria più ampia.

La nozione di “crisi dimenticata”, evocata da diverse organizzazioni e ripresa da fonti umanitarie e mediatiche, non è retorica. Lo si vede nei numeri degli sfollati, ma anche nel collasso intermittente della vita ordinaria: scuole chiuse o irraggiungibili, mercati deserti nei giorni di lockdown, trasporti insicuri, famiglie che vivono nell’incertezza costante. La visita del Papa non cambia, da sola, questa struttura della paura. Però restituisce visibilità internazionale a un conflitto che raramente occupa il centro dell’agenda globale.

Perché questa visita conta davvero

La domanda, alla fine, è se una visita pastorale possa incidere su una guerra che la politica non ha saputo fermare. La risposta più onesta è prudente: non esistono segnali, oggi, di una svolta immediata. Le cause profonde della crisi — marginalizzazione percepita, centralizzazione del potere, sfiducia reciproca, militarizzazione, frammentazione del fronte separatista — restano tutte sul tavolo. Ma proprio per questo il passaggio di Leone XIV a Bamenda conta. Conta perché ha riconosciuto pubblicamente la sofferenza di una periferia trascurata. Conta perché ha parlato di pace senza addolcirne il prezzo. Conta perché ha dato legittimità a chi, nelle chiese, nelle moschee, nelle famiglie e nella società civile, continua a tenere in piedi il tessuto minimo della convivenza.

Nel linguaggio del Papa, Bamenda è diventata per un giorno “la città posta sul monte”, visibile a tutti. Ma la vera sfida comincia dopo la visibilità. Se la tregua di tre giorni resterà un episodio, il viaggio avrà lasciato soprattutto immagini e parole. Se invece il richiamo alla pace riuscirà a riaprire anche solo un corridoio politico, ecclesiale e civile tra le parti, allora questa giornata potrà essere ricordata come qualcosa di più di una visita storica: l’istante in cui una guerra periferica è stata costretta, almeno per un momento, a uscire dall’ombra.

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