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16 Aprile 2026 - 22:43
Pedro Sánchez
A volte la geopolitica si lascia leggere meglio in un terminale portuale che in un vertice internazionale. Da una parte i discorsi, le condanne, le dichiarazioni solenni sulla necessità di isolare il Cremlino. Dall’altra le navi metaniere, i contratti in vigore, i prezzi che impazziscono e un sistema energetico che, quando il mercato si tende, torna a cercare forniture disponibili dove può. È in questo scarto, quasi brutale, tra linea politica e realtà materiale, che si colloca il caso spagnolo: a marzo la Spagna ha importato dalla Russia 9.807 GWh di gas naturale liquefatto, il 26,1% del totale mensile, con un balzo del 123% rispetto allo stesso mese del 2025. È il volume più alto mai registrato in un solo mese nelle statistiche diffuse da Enagás, il gestore del sistema gasista spagnolo.
Il dato colpisce non solo per la sua dimensione, ma per il momento in cui arriva. La guerra in Ucraina prosegue dal 24 febbraio 2022 e l’Unione europea, proprio a gennaio, ha dato il via libera definitivo a un regolamento che prevede l’uscita graduale dal gas russo, sia via gasdotto sia sotto forma di GNL, con divieto pieno per il liquefatto dall’inizio del 2027. Nel frattempo, però, le importazioni restano legalmente possibili entro il regime transitorio previsto per i contratti esistenti. In altre parole: Bruxelles ha deciso la direzione, ma non ha ancora chiuso il rubinetto.
Nel dettaglio, il bollettino statistico di Enagás mostra che a marzo la Spagna ha importato complessivamente 37.633 GWh di gas. Di questi, 11.938 GWh sono arrivati dagli Stati Uniti e 9.807 GWh dalla Russia; l’Algeria resta cruciale con 10.262 GWh via gasdotto e ulteriori volumi di GNL, ma nel solo mese di marzo il dato che salta agli occhi è l’avanzata russa fino alla quota del 26,1%. Nel primo trimestre del 2026, gli Stati Uniti restano il primo fornitore con 37.809 GWh e il 36,6% del totale, davanti all’Algeria con il 29,6%; la Russia si colloca terza con 18.763 GWh e il 18,1%.

Questo significa che la narrativa di una dipendenza lineare da un solo paese non regge. Il quadro è più complesso: la Spagna ha una struttura di approvvigionamento relativamente diversificata e dispone di una robusta infrastruttura di rigassificazione, il che le consente di modulare con una certa elasticità gli acquisti via nave. Ma proprio questa flessibilità, che in teoria dovrebbe rafforzare l’autonomia energetica, permette anche di assorbire più facilmente carichi russi quando il mercato li rende convenienti o strategicamente utili. È il lato meno ideologico dell’energia: si predica con il lessico della politica, si compra con la logica dei prezzi e della sicurezza delle forniture.
La spiegazione più immediata è legata alla tensione internazionale esplosa in Medio Oriente e agli effetti sul mercato del gas. El País segnala che, dopo l’escalation seguita agli attacchi tra Stati Uniti, Israele e Iran, il prezzo del gas è risalito rapidamente: dal livello di circa 30 euro per MWh si è arrivati a superare i 60 euro/MWh, per poi riportarsi intorno ai 42 euro/MWh sul mercato di riferimento TTF. In una fase di forte volatilità, gli operatori hanno aumentato gli acquisti disponibili e competitivi, compresi quelli russi.
Qui conviene fare una precisazione importante. Non risulta, dai dati consultati, che il governo di Pedro Sánchez abbia “comprato” direttamente gas russo come farebbe uno Stato centralizzato. In Spagna, come nel resto dell’UE, le importazioni sono effettuate da operatori energetici in un mercato liberalizzato, dentro un quadro regolatorio nazionale ed europeo. Politicamente, tuttavia, la responsabilità resta tutta in capo all’esecutivo, perché è il governo a definire l’indirizzo generale di politica estera ed energetica e a decidere se spingere, frenare o accompagnare una rapida dismissione delle forniture russe. Per questo il caso è imbarazzante per Madrid anche se la catena commerciale non passa da un acquisto statale diretto.
C’è poi un secondo elemento, meno spettacolare ma decisivo: gran parte del gas russo che arriva in Spagna è legato a contratti di lungo periodo, in particolare con Yamal LNG, consorzio guidato dalla russa Novatek e partecipato anche da capitali non russi. Questo aiuta a capire perché, nonostante la pressione politica europea, il flusso non si sia azzerato. La nuova normativa europea vieta progressivamente le importazioni, ma prevede una transizione proprio per non produrre uno shock improvviso su prezzi e sicurezza energetica. I contratti esistenti, dunque, non spariscono dall’oggi al domani.
Il punto politicamente sensibile è che la transizione, per definizione, lascia margini di manovra. E i margini vengono usati. La stessa normativa approvata dal Consiglio dell’Unione europea stabilisce che il divieto inizierà ad applicarsi sei settimane dopo l’entrata in vigore del regolamento, con una fase graduale; il bando completo sul GNL scatterà dall’inizio del 2027, mentre quello sul gas via tubo arriverà nell’autunno dello stesso anno. Fino ad allora, gli Stati membri devono predisporre piani di diversificazione e le imprese sono tenute a notificare i contratti rimanenti con la Russia.
È qui che il caso spagnolo assume un valore più ampio. Pedro Sánchez si è ritagliato negli ultimi anni un profilo internazionale molto esposto, spesso costruito su un linguaggio fortemente valoriale: diritto internazionale, multilateralismo, critica delle violazioni umanitarie, difesa di una postura europea autonoma. È una linea che gli ha dato visibilità e, in parte, centralità nel dibattito continentale. Ma l’energia è un banco di prova severo: riduce la retorica a numeri, tonnellate, chilowattora, scadenze contrattuali. E i numeri, stavolta, raccontano che la Spagna ha aumentato in modo eccezionale l’ingresso di gas russo proprio mentre l’UE si prepara a uscirne.
Non si tratta necessariamente di ipocrisia nel senso più semplice del termine. Sarebbe troppo facile, e forse troppo comodo, fermarsi alla denuncia morale. Più correttamente, il record di marzo segnala un conflitto tra livelli diversi della decisione politica: l’orizzonte strategico europeo punta a liberarsi dalla dipendenza da Mosca; l’orizzonte operativo dei mercati, invece, continua a privilegiare il carico disponibile, il prezzo sostenibile, il contratto attivabile, la flessibilità logistica. Finché questi due tempi non coincidono, i governi continueranno a parlare una lingua e i terminali energetici un’altra.
C’è un’ulteriore contraddizione che attraversa non solo la Spagna, ma l’intera Europa. Mentre il continente prova a ridurre il peso del gas russo, cresce la dipendenza dal GNL statunitense. Secondo i dati riportati da Reuters sulla base delle analisi di Kpler, a gennaio gli Stati Uniti hanno coperto il 60% delle importazioni di GNL dell’Unione europea, mentre circa il 19% proveniva ancora dalla Russia. Lo stesso commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, ha avvertito sul rischio di “sostituire una dipendenza con un’altra”.
Per la Spagna, questo significa trovarsi nel mezzo di una doppia pressione. Da un lato deve assecondare la traiettoria europea di uscita dal gas russo; dall’altro vuole evitare di ritrovarsi troppo esposta a un unico altro fornitore, per quanto alleato, come gli Stati Uniti. Il risultato è una politica di diversificazione che, nei momenti di tensione sui mercati, può produrre anche esiti politicamente scomodi: più volumi americani nel trimestre, ma un picco russo nel mese; meno dipendenza strutturale, ma più opportunismo tattico.
Il caso spagnolo mette a nudo un problema che riguarda l’intera architettura europea: finché il gas russo resta acquistabile, ci sarà sempre qualcuno pronto a comprarlo se le condizioni di mercato lo rendono vantaggioso. Per questo la scelta dell’UE di procedere per tappe è comprensibile dal punto di vista della stabilità, ma comporta un costo politico evidente: durante la transizione, la credibilità del messaggio europeo resta esposta a continue smentite nei fatti.
Bruxelles, del resto, riconosce apertamente che il problema non è ancora chiuso. Il Consiglio dell’Unione europea ricorda che nel 2025 il gas russo rappresentava ancora circa il 13% delle importazioni dell’UE, per un valore superiore a 15 miliardi di euro l’anno. Una cifra che restituisce il vero nodo della questione: nonostante tre anni di guerra, il denaro europeo continua a raggiungere in misura significativa il sistema energetico russo.
Il record di 9.807 GWh non basta, da solo, a descrivere una nuova dipendenza spagnola dalla Russia. Nel trimestre, come si è visto, il primo posto resta agli Stati Uniti, e l’Algeria continua a essere una colonna dell’equilibrio energetico iberico. Però quel dato dice qualcosa di molto preciso: in condizioni di tensione internazionale e prezzi instabili, il principio della convenienza immediata prevale ancora sulla coerenza geopolitica. Non è una particolarità spagnola; è una regola frequente dei mercati energetici. Ma proprio per questo il caso di Madrid pesa di più, perché riguarda uno dei governi che più hanno investito sulla dimensione morale della politica estera.
In fondo, il punto non è stabilire se la Spagna abbia tradito o meno una linea di principio. Il punto è che il dossier energetico continua a dimostrare quanto sia difficile trasformare una scelta geopolitica in una rottura materiale rapida, ordinata e non troppo costosa. Finché il sistema europeo avrà bisogno di tempo per sostituire contratti, rotte, volumi e infrastrutture, il gas russo continuerà a riapparire nei conti mensili, magari sotto forma di eccezione, di rimbalzo congiunturale, di “anomalia” legata ai prezzi. Ma quando le anomalie si presentano con la dimensione di un record storico, smettono di essere dettagli tecnici e diventano un fatto politico pieno.
Per Pedro Sánchez, questo è il cuore del problema. Non tanto l’illegittimità formale dell’operazione, che oggi non c’è, quanto il cortocircuito che essa produce nell’immagine di una Spagna impegnata a impartire lezioni di coerenza internazionale. Il messaggio che esce dai terminali di rigassificazione è molto meno nobile, ma probabilmente più sincero: nell’energia, prima della morale, contano ancora la disponibilità del carico, il prezzo, il rischio e il calendario. E finché il calendario europeo consentirà margini, la politica dovrà convivere con questa verità scomoda.
I mesi che verranno diranno se marzo è stato un picco isolato o il segnale di una tendenza più resistente del previsto. Molto dipenderà dall’andamento della crisi in Medio Oriente, dall’evoluzione dei prezzi internazionali del gas, dall’attuazione concreta delle nuove norme europee e dalla capacità dei governi di accelerare davvero la diversificazione. Entro il 1° marzo 2026, gli Stati membri avrebbero dovuto predisporre i piani nazionali per sostituire il gas russo; adesso la partita si sposta sull’esecuzione. Perché un conto è approvare un regolamento, un altro è far sì che i numeri dei mesi successivi ne confermino la volontà politica.
Se questo non accadrà, il caso spagnolo resterà come un avvertimento per tutta l’Europa: l’autonomia energetica non si misura dalle dichiarazioni, ma dalla capacità di rinunciare davvero alle forniture sgradite anche quando il mercato offre una scorciatoia. Ed è proprio su questo terreno, più che nei comunicati ufficiali, che si giudicherà la tenuta della linea europea verso la Russia.
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