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Sanità
16 Aprile 2026 - 16:14
Sanità piemontese: più scrivanie che infermieri... Si sente "puzza"
In Piemonte mancano 383 infermieri. Non è un dettaglio, è il titolo. E anche il problema.
Perché mentre la Regione continua a rivendicare con orgoglio le oltre 2000 assunzioni fatte dal giugno 2023, nei reparti la sensazione è un’altra: quella di una coperta sempre più corta, tirata da una parte e inevitabilmente scoperta dall’altra.
I sindacati – Cisl Fp, Nursind, Fials e Nursing Up – per ora abbassano i toni. Accolgono la convocazione urgente (giunta dal Canada dove si trova in viaggio/vacanza istituzionale) dell’assessore regionale alla sanità Federico Riboldi e sospendono la mobilitazione. Ma è una tregua armata: se dall’incontro di lunedì non usciranno risposte concrete, la protesta è pronta a trasferirsi sotto il palazzo della Regione. E questa volta con camici e professionisti in carne e ossa, non solo con i comunicati.
Le ragioni, dicono, sono sempre le stesse. E proprio per questo diventano ogni giorno più difficili da ignorare.
Mancano infermieri, prima di tutto. Mancano fondi per pagare le prestazioni oltre l’orario, quelle che oggi tengono in piedi interi servizi e coprono turni che altrimenti resterebbero scoperti. Si continua a riorganizzare la sanità territoriale – case e ospedali di comunità – ma senza le risorse professionali necessarie a farla funzionare davvero. E nel frattempo restano vaghi, quando non assenti, standard e modelli organizzativi che dovrebbero dare una direzione chiara al sistema.
Poi arrivano i numeri. E lì l’ironia diventa inevitabile.
Il piano prevedeva 700 infermieri. Ne sono stati assunti 317. Mancano 383 persone, cioè più della metà. Ma non è solo una questione di quantità: è anche di distribuzione. Perché la maggior parte di queste assunzioni si concentra tra l’Asl Città di Torino e il Mauriziano, grazie a operazioni di reinternalizzazione che fanno statistica ma non cambiano la sostanza. Il personale reale non aumenta e il carico di lavoro resta esattamente dov’era.
Sugli infermieri pediatrici, poi, si entra in una dimensione quasi surreale: previsti 37, assunti 3.
Nel frattempo, però, altri settori sembrano vivere una stagione decisamente più felice. I medici superano gli obiettivi (523 contro 420), i dirigenti sanitari raddoppiano abbondantemente (129 contro 55), quelli amministrativi quintuplicano (25 contro 5), e gli amministrativi in generale passano da 140 a 270 unità. Gli OSS, infine, salgono da 300 a 500. Insomma, il problema non è assumere. È assumere chi serve davvero.
E così prende forma uno squilibrio che i sindacati definiscono “profondo”. Una sanità con più dirigenti e meno infermieri è una macchina che sulla carta funziona benissimo, ma nella pratica fatica anche solo a partire.
Negli ultimi tre anni, denunciano, di nuove risorse infermieristiche praticamente non se ne sono viste. E negli ultimi quattro mesi il quadro ha iniziato a peggiorare, esattamente come previsto. I dati sono lì: da settembre 2025 a gennaio 2026 gli infermieri in servizio sono scesi da 21.630 a 21.530. Cento in meno. Nello stesso periodo, le nuove assunzioni sono passate da 417 a 317, con un crollo del 24%.
E non si tratta di un episodio isolato. Quasi tutte le aziende sanitarie registrano il segno meno rispetto alle rilevazioni precedenti. In molti casi peggiora il mancato turn over, con buchi di organico che arrivano a superare le 100 unità. Tradotto: meno personale, più pressione, servizi sempre più in affanno.
Come se non bastasse, c’è anche un altro effetto collaterale di cui si parla poco ma pesa molto: il “drenaggio” di personale. Per aprire case e ospedali di comunità, si spostano risorse dagli ospedali e dai servizi già esistenti. Il risultato è un sistema che non cresce, si sposta. E nel farlo lascia scoperti altri pezzi.
A quel punto la questione smette di essere tecnica e diventa strutturale. Perché senza infermieri – lo dicono chiaramente i sindacati – il sistema rischia il collasso funzionale. Sono loro il “collante” della sanità: gestione quotidiana, monitoraggio, integrazione delle cure. Senza questo collante, tutto il resto – medici, dirigenti, organizzazione – rischia di trasformarsi in un grande buco nero operativo.
E mentre i reparti fanno i conti con questa realtà, l’osservatorio regionale sulle assunzioni continua a osservare.
Ma, fanno notare i sindacati, così com’è gestito non ha più senso. Perché osservare senza intervenire equivale a certificare i problemi senza mai risolverli.
Adesso tutto si gioca lunedì.
Sul tavolo non ci sono solo numeri, ma richieste precise. Servono risorse economiche immediate per garantire i turni aggiuntivi e la continuità assistenziale. Perché senza soldi, anche la buona volontà si ferma. E in un sistema già sotto pressione, non è esattamente un dettaglio.
Poi c’è il medio periodo: definire standard assistenziali, costruire modelli organizzativi credibili, utilizzare meglio le competenze dei professionisti e, soprattutto, rendere il sistema sanitario attrattivo.
Insomma: il tempo delle attese è finito.
E il messaggio che arriva dai sindacati è fin troppo chiaro: se lunedì non arriveranno risposte all’altezza, la sanità piemontese smetterà di aspettare. E inizierà a farsi sentire. Sul serio.

In Piemonte si continua a raccontare la favola delle assunzioni: “ne abbiamo fatte 2000”. Epperò mentre gli infermieri – quelli veri, quelli che tengono in piedi i turni – non si trovano o non si assumono, gli amministrativi crescono come funghi. Dirigenti che si moltiplicano, uffici che si allargano, scrivanie che spuntano con una velocità che nei reparti se la sognano.
E a questo punto la domanda non è più educata. È brutale: ma a cosa serve tutta questa burocrazia, se poi mancano le persone che curano?
La risposta ufficiale, ovviamente, non arriva. Ma quella che si respira nei corridoi è molto più chiara.
Si chiama sistema.
E dentro questo sistema c’è di tutto: logiche che nulla hanno a che vedere con i bisogni reali, priorità ribaltate, scelte che sembrano fatte più per riempire caselle che per risolvere problemi.
Perché è difficile non pensar male quando vedi che: gli infermieri previsti non arrivano, quelli pediatrici praticamente spariscono, i reparti lavorano al limite e nel frattempo gli amministrativi aumentano senza fatica
Non è un caso isolato. È uno schema.
E allora sì, la parola che nessuno vuole pronunciare in pubblico inizia a farsi strada: raccomandazioni.
Magari non sempre, magari non ovunque. Ma il sospetto è lì, pesante.
E non finisce qui, perché nel frattempo si apre un altro paradosso: si progettano case di comunità, si inaugurano strutture, si parla di medicina territoriale… ma senza personale. E quindi cosa si fa? Si spostano gli operatori da una parte all’altra, svuotando servizi per riempirne altri. Un gioco delle tre carte che non crea nulla, redistribuisce solo il problema.
E intanto l’“osservatorio” osserva. Osserva i numeri che peggiorano. Osserva i buchi di organico. Osserva tutto.
Intervenire, però, sembra un optional.
E allora sì, la sensazione è quella giusta: c’è puzza.
Puzza di posti costruiti senza una reale necessità. Puzza di priorità sbagliate. Puzza di un sistema che continua a guardare altrove mentre il problema è sotto gli occhi di tutti.
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