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Italia, la svolta che spiazza Washington e conquista Teheran. IL gelo con Israele riscrive in un giorno gli equilibri diplomatici

Da una lettera riservata al ministro israeliano a un’ondata di elogi dai canali ufficiali iraniani: dietro il caso del memorandum c’è molto più di una polemica social, e racconta dove sta andando davvero la politica estera di Roma.

Italia, la svolta che spiazza Washington e conquista Teheran: così il gelo con Israele ha riscritto in un giorno gli equilibri diplomatici

Da una lettera riservata al ministro israeliano a un’ondata di elogi dai canali ufficiali iraniani: dietro il caso del memorandum c’è molto più di una polemica social, e racconta dove sta andando davvero la politica estera di Roma.

Nel giro di poche ore, l’Italia è passata dall’essere additata come un alleato esitante da Donald Trump a venire celebrata, con toni quasi sorprendentemente concilianti, dai circuiti istituzionali e mediatici della Repubblica islamica dell’Iran. Il cortocircuito si è consumato il 14 aprile 2026, in una giornata che ha condensato tre livelli diversi della crisi mediorientale: la decisione del governo di Giorgia Meloni di fermare il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare con Israele, la reazione polemica di Trump contro Roma e, infine, la risposta di segno opposto arrivata da Teheran, dove l’Italia è stata improvvisamente descritta come un Paese capace di prendere posizione contro la “bellicosità” israeliana.

È un passaggio politico che va ben oltre la cronaca di una giornata tesa. Perché la sospensione del rinnovo automatico dell’intesa con Israele non è un dettaglio tecnico, ma un gesto dal forte valore simbolico e diplomatico. E perché l’entusiasmo mostrato dai profili vicini all’establishment iraniano non nasce da una simpatia improvvisa per Roma, bensì dal fatto che la mossa italiana viene letta a Teheran come una crepa nel fronte occidentale che, fino a poche settimane fa, appariva molto più compatto.

MOJTABA KHAMENEI IMAM E GUIDA SUPREMA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN

 MOJTABA KHAMENEI IMAM E GUIDA SUPREMA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN

Per capire la portata della decisione bisogna tornare all’origine dell’accordo. Il memorandum tra i governi di Italia e Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa fu firmato a Parigi il 16 giugno 2003 e ratificato con la legge n. 94 del 17 maggio 2005. Si trattava di una cornice giuridica per la collaborazione tra i due Paesi su più fronti: scambio di materiali militari, cooperazione industriale, ricerca tecnologica, addestramento e consultazioni nel settore della difesa.

Secondo quanto ricostruito, l’accordo era entrato in vigore il 13 aprile 2016 e prevedeva un meccanismo di rinnovo ogni cinque anni. Proprio in queste ore sarebbe scattato un nuovo rinnovo automatico, se il governo italiano non fosse intervenuto per sospenderlo. La premier Meloni, a margine del Vinitaly di Verona, ha spiegato che la scelta è stata presa “in considerazione della situazione attuale”, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha formalizzato il passaggio con una lettera indirizzata al suo omologo israeliano Israel Katz.

Non è un dettaglio secondario. Per mesi, infatti, l’esecutivo aveva difeso l’utilità del memorandum come strumento di dialogo, anche quando dalle opposizioni arrivavano pressioni per interrompere la cooperazione militare con Israele alla luce della guerra a Gaza, dell’allargamento del conflitto regionale e delle accuse di violazioni del diritto internazionale. La scelta compiuta adesso certifica dunque uno spostamento: non una rottura totale dei rapporti, ma la presa d’atto che quel livello di cooperazione strutturata non è più politicamente sostenibile nelle condizioni attuali.

Un segnale politico a Netanyahu, non la fine dei rapporti

Va detto con chiarezza: la sospensione del rinnovo automatico del memorandum non equivale a una cesura diplomatica piena con Tel Aviv. È, piuttosto, un segnale politico diretto al governo di Benjamin Netanyahu. Lo stesso ministero degli Esteri israeliano, nel commentare la decisione italiana, ha minimizzato sostenendo che il memorandum “non ha mai avuto un contenuto concreto”. Ma proprio questa minimizzazione rivela il nervo scoperto: se l’intesa fosse stata irrilevante, non avrebbe avuto bisogno di essere difesa pubblicamente.

In realtà, il valore dell’accordo era soprattutto quello di fissare una cornice stabile per una cooperazione militare sviluppata negli anni su dossier tecnologici, industriali e di addestramento. La sua sospensione automatica non cancella all’istante ogni rapporto, ma rende più difficile continuare a trattare quella relazione come un dato acquisito e neutro. Da ora in poi, ogni eventuale collaborazione futura rischia di essere esposta a un controllo politico molto più severo, dentro e fuori il Parlamento.

Il contesto conta più del testo. Nelle ultime settimane il governo italiano aveva già irrigidito i toni nei confronti di Israele, in particolare dopo gli attacchi al contingente italiano di Unifil in Libano e dopo altri episodi giudicati inaccettabili da Roma. La stessa Meloni, in Parlamento, aveva preso le distanze sia dalla prosecuzione delle operazioni israeliane in Libano sia dall’escalation seguita agli attacchi contro l’Iran, insistendo sulla necessità di un cessate il fuoco e della riapertura piena dello stretto di Hormuz, cruciale per la sicurezza energetica e commerciale europea.

Il fattore Trump e la frattura nel campo occidentale

A rendere ancora più evidente la portata della scelta italiana è stata la reazione di Donald Trump, che in un’intervista telefonica al Corriere della Sera, ripresa anche dai live internazionali, ha attaccato duramente Meloni accusandola di non voler aiutare gli Stati Uniti e la Nato nel confronto con Teheran. Secondo quanto riportato, il presidente americano ha dichiarato di essere “scioccato” dalla premier italiana e ha persino sostenuto che l’Iran “farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti” se ne avesse la possibilità.

Queste parole hanno avuto un duplice effetto. Sul piano politico, hanno mostrato quanto la scelta di Roma venga letta a Washington come un atto di insubordinazione almeno parziale rispetto alla linea più aggressiva della Casa Bianca. Sul piano comunicativo, hanno offerto a Teheran l’occasione perfetta per ribaltare la narrazione: presentare l’Italia non più come semplice membro disciplinato del campo occidentale, ma come interlocutore europeo capace di sottrarsi alla logica della guerra permanente.

Qui sta il nodo più interessante. Meloni continua a rivendicare l’ancoraggio dell’Italia all’asse europeo e occidentale, ma prova a ritagliarsi margini autonomi quando valuta che gli interessi italiani — dalla sicurezza del contingente in Libano alla libertà di navigazione a Hormuz, fino alla tenuta economica — siano messi in pericolo dall’escalation. In altre parole, la presidente del Consiglio non sta uscendo dal campo occidentale: sta tentando di ridefinire il punto oltre il quale l’allineamento smette di coincidere con l’interesse nazionale.

La pioggia di elogi da Teheran

È in questo quadro che si inserisce la reazione iraniana. Il primo messaggio simbolicamente più forte è arrivato dall’ambasciata iraniana in Thailandia, che su X ha replicato alle parole di Trump con un tono volutamente disarmante: “Perché mai dovremmo colpire l’Italia? Amiamo gli italiani, il calcio, il cibo e amiamo Roma, Rimini, Pisa, Milano, Venezia, Sardegna, Firenze, Napoli, Genova, Torino, Sicilia e tutto ciò che c’è nel mezzo”. Una risposta che mescola ironia, propaganda e diplomazia pubblica: smentire la retorica americana, rassicurare l’opinione pubblica italiana e, insieme, accreditare l’idea di un Iran non ostile verso il popolo italiano.

Poco dopo è intervenuto anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha inserito l’Italia tra i sei Paesi — insieme a Spagna, Cina, Russia, Turchia ed Egitto — lodati per le posizioni assunte contro quella che ha definito la “bellicosità” e i “crimini” del “regime sionista”. La formula è quella tipica del linguaggio politico iraniano, ma il dato rilevante è un altro: in un momento in cui Teheran concentra la propria offensiva narrativa contro Washington e Netanyahu, Roma viene estratta dal mucchio e trattata come eccezione.

Naturalmente non bisogna confondere l’applauso con una convergenza politica reale. L’elogio iraniano non certifica un avvicinamento strategico tra Italia e Iran. È semmai il tentativo, da parte di Teheran, di valorizzare ogni divisione percepita dentro il fronte occidentale e di usare l’Italia come esempio utile nella battaglia comunicativa in corso. Ma proprio per questo la vicenda è significativa: la politica estera italiana, anche senza cambiare campo, ha prodotto un effetto internazionale visibile e immediato.

Quanto pesa davvero la cooperazione militare con Israele

Sul piano materiale, la sospensione del memorandum arriva dentro una relazione bilaterale che non è fatta soltanto di diplomazia, ma anche di interessi industriali e militari. SIPRI, nel suo aggiornamento pubblicato a marzo 2026, segnala che nel periodo 2021-2025 solo tre Paesi hanno fornito grandi sistemi d’arma a Israele: gli Stati Uniti con il 68%, la Germania con il 31% e l’Italia con l’1,3%. La quota italiana è modesta rispetto ai due principali fornitori, ma basta a ricordare che il rapporto non era affatto puramente simbolico.

Lo stesso rapporto SIPRI indica inoltre che Israele è diventato il settimo esportatore mondiale di armi nel quinquennio 2021-2025, con una crescita significativa del suo peso relativo. È un elemento importante per capire perché, negli anni, la cooperazione con Tel Aviv sia stata considerata preziosa da molte cancellerie e da parte degli apparati militari occidentali: non solo per ragioni geopolitiche, ma anche per l’accesso a tecnologie e sistemi avanzati. Ed è proprio questo che rende la decisione italiana politicamente più rilevante: interrompere un automatismo con un partner militare di primo piano non è un gesto a costo zero.

La mossa di Meloni tra pressione interna e calcolo internazionale

C’è poi un livello tutto italiano della vicenda. La sospensione del rinnovo arriva dopo mesi di pressioni delle opposizioni, di mobilitazione pubblica sul dossier Gaza e di crescente disagio dentro una parte dell’opinione pubblica rispetto alla linea del governo verso Israele. Fino a poco fa, Palazzo Chigi aveva resistito, sostenendo che mantenere in vita il memorandum servisse anche a non chiudere i canali diplomatici. Ora, però, l’accumularsi dei fronti — Gaza, Libano, Iran, Unifil, Hormuz — ha cambiato il bilancio tra costi e benefici.

In questo senso la mossa di Meloni ha una doppia funzione. All’esterno, serve a far capire a Netanyahu e agli alleati americani che l’Italia non intende farsi trascinare automaticamente lungo ogni gradino dell’escalation. All’interno, permette alla premier di correggere almeno in parte l’immagine di un governo percepito da molti come troppo indulgente verso Israele. Non è una conversione ideologica; è, più probabilmente, un aggiustamento di linea imposto dalla realtà strategica e dalla pressione politica.

Un test per la credibilità internazionale di Roma

Resta ora da capire se questa scelta resterà un episodio o inaugurerà una postura più coerente. Perché fermare il rinnovo automatico di un memorandum è una decisione importante, ma non basta da sola a ridefinire una politica estera. Molto dipenderà dalle prossime mosse su almeno tre dossier: il rapporto con Israele nei consessi europei, la posizione italiana sulla guerra regionale e la capacità di Roma di tradurre la richiesta di de-escalation in iniziative diplomatiche credibili.

Per il momento, il dato più netto è questo: in una sola giornata l’Italia ha irritato Washington, inviato un segnale a Tel Aviv e raccolto i complimenti, interessati ma politicamente eloquenti, di Teheran. Non accade spesso che una scelta italiana produca un effetto così immediato e leggibile nello spazio geopolitico che va dalla Casa Bianca ai social delle ambasciate iraniane. È il segno che il memorandum non era una formalità e che la sua sospensione, al contrario, è stata letta da tutti per ciò che realmente è: un atto politico. E, in questa fase, anche un test sulla capacità dell’Italia di restare occidentale senza rinunciare a essere se stessa.

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