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Case e ospedale di Comunità... Ci stan prendendo in giro?

“Urgentissimo”: la CGIL lancia l’allarme sui ritardi del PNRR per case e ospedali di comunità, tra cronoprogrammi rassicuranti e cantieri che non convincono

Case e ospedale di Comunità...  Ci stan prendendo in giro?

Sullo sfondo l'edificio di corso Nigra a Ivrea

“Urgentissimo”. La parola c’è, nero su bianco, in un comunicato firmato da Giovanni Ambrosio, responsabile CGIL Ivrea e Canavese, e Salvatore De Luca, responsabile CGIL Settimo–Ciriè. E quando un sindacato usa “urgentissimo”, di solito non è per commentare una situazione sotto controllo.

GIANNI AMBROSIO

GIOVANNI AMBROSIO

L’incontro si è tenuto a Chivasso, nella direzione dell’ASL TO4. Sul tavolo, lo stato di avanzamento dei lavori legati al PNRR. Cioè: a che punto sono davvero quelle Case e quegli Ospedali di Comunità che da mesi popolano conferenze stampa, interviste e dichiarazioni rassicuranti dell'assessore regionale alla sanità Federico Riboldi?

La risposta dell’ASL è stata, come da manuale, ordinata, strutturata, tecnicamente impeccabile. Un “quadro delle tempistiche previste”. Che però, a leggere tra le righe del comunicato sindacale, non ha convinto. O meglio: non ha convinto chi quei tempi li misura passando ogni giorno davanti ai cantieri.

Ambrosio e De Luca lo scrivono con una formula elegante ma chirurgica: il quadro “non tranquillizza sicuramente chi quotidianamente transita nei pressi delle strutture”. Tradotto dal sindacalese: basta guardare per capire che qualcosa non torna.

Il simbolo di questa distanza tra racconto e realtà è Ivrea, corso Nigra. Ospedale e Casa di Comunità. Fine lavori prevista a fine giugno. Giugno, appunto. Il mese in cui tutto dovrebbe essere pronto. Il condizionale, però, è già incorporato nella frase: “dovrebbe vedere il termine”. Non vedrà. Dovrebbe vedere. È la grammatica dell’incertezza elevata a cronoprogramma.

Ma il passaggio più interessante – e più scomodo – è un altro. La CGIL parla apertamente di un “disallineamento” rispetto ad altre ASL. Le certificazioni degli enti terzi, quelle indispensabili per rendere operative le strutture, altrove sono fissate al 20 maggio. Qui slittano. Più avanti. Quanto avanti non è chiaro. Ma abbastanza da far suonare l’allarme.

E allora il racconto cambia. Perché non si tratta più solo di qualche ritardo fisiologico, ma di una distanza strutturale. Mentre altrove si certifica, qui si programma. Mentre altrove si avvicina il traguardo, qui lo si sposta.

Nel frattempo, però, il quadro resta “rassicurante”. Così lo definisce la stessa CGIL, con un’ironia involontaria. Rassicurante nei documenti, meno nella realtà. “Mal si sposa con un evidente ritardo generalizzato”, scrivono Ambrosio e De Luca. Ed è forse la frase più onesta di tutta la vicenda: due verità che convivono senza toccarsi.

Da una parte l’ASL che rassicura, dall’altra i sindacati che osservano. E decidono di non limitarsi a prendere atto. “Verificheremo le tempistiche”, scrivono. Che è il modo più educato per dire: non ci fidiamo.

Poi c’è il punto vero, quello che va oltre cantieri e certificazioni. Le Case e gli Ospedali di Comunità devono essere operativi, H24, accessibili. Non inaugurati, non promessi, non raccontati: operativi. Perché se non lo sono, il risultato è già scritto e non ha bisogno di studi: i pronto soccorso continueranno a riempirsi e la “sanità di prossimità” resterà uno slogan.

“La posta in gioco è altissima”, scrivono ancora Ambrosio e De Luca. E per una volta non è retorica. Perché qui non si discute di un’opera pubblica qualsiasi, ma di un pezzo di sistema sanitario che dovrebbe alleggerire tutto il resto. Se non parte, o parte male, il sistema non si riequilibra. Collassa lentamente, come sta già facendo.

Alla fine, questo incontro “urgentissimo” lascia una sensazione molto precisa: non tanto di emergenza, quanto di scollamento. Tra chi racconta e chi verifica. Tra chi programma e chi guarda i lavori. Tra il linguaggio delle tempistiche e quello della realtà.

E in mezzo, come sempre, ci sono i cittadini. Che non leggono i cronoprogrammi, ma vedono se una struttura apre oppure no. E a quel punto, più che le rassicurazioni, contano i fatti. Che – per ora – sembrano arrivare sempre un po’ dopo.

I dubbi sul piano delle opere pubbliche dell'AslTo4 2025/2027

C’è un passaggio obbligato, quando si passa dagli annunci alla realtà: leggere le carte. E nel caso delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità dell’ASL TO4, le carte ufficiali raccontano una storia molto diversa da quella circolata finora sui giornali.

Il documento da cui partire è la deliberazione con cui l’ASL TO4 adotta il Programma triennale delle opere pubbliche 2025–2027. È qui che dovrebbero comparire, con chiarezza, salvo che non ci sfugga qualcosa, tutte le opere previste: nomi, importi, tempi. Ed è qui che emerge il primo dato: il piano prevede un investimento complessivo di 63.656.649 euro nel triennio, a fronte di risorse totali pari a 58.826.876,75 euro, tra fondi PNRR, fondi statali e altre fonti .

Entrando nel dettaglio degli interventi, l’elenco ufficiale (scheda D ed E) è preciso, numerico, puntuale. E proprio per questo diventa ancora più evidente ciò che manca. Tra i lavori programmati compaiono, ad esempio, i lavori di adeguamento normativo del presidio ospedaliero di Ivrea per 2.302.100 euro, la realizzazione dell’ospedale di comunità di Crescentino per 2.901.821 euro, e la realizzazione della Casa di Comunità di Cavagnolo per 3.200.000 euro.

Seguono interventi più tecnici ma altrettanto dettagliati: 590.000 euro per il magazzino farmaceutico di Chivasso, 250.000 euro per l’adeguamento antincendio del poliambulatorio di Settimo, 310.000 euro per l’angiografo a Ciriè, 300.000 euro per adeguamenti a Caluso, 200.000 euro per interventi su Ivrea, 200.000 euro su Strambino, 300.000 euro a Caselle, 200.000 euro per la struttura di via Marconi a Chivasso, 250.000 euro a Volpiano, 328.100 euro per la struttura di via Regio Parco a Settimo .

Poi il programma prosegue con interventi più consistenti nel biennio successivo: 3 milioni di euro per la ristrutturazione del presidio di Chivasso (SPDC), 400.000 euro per l’ampliamento della radiologia, 400.000 euro per coperture a Settimo, 400.000 euro per impianti a Ciriè, 650.000 euro per aree esterne sempre a Ciriè, 2 milioni di euro per il presidio di Lanzo, 5,7 milioni di euro per Castellamonte, 5,928 milioni di euro per ulteriori interventi su Chivasso. A questi si aggiungono ulteriori lavori nel 2026 e 2027: 2,5 milioni di euro a Ciriè, 900.000 euro a Settimo, 4,5 milioni di euro ancora a Chivasso, 1,5 milioni e 2,166 milioni su Ivrea, 6 milioni complessivi per ulteriori adeguamenti antincendio sempre su Ivrea, 4,5 milioni su Lanzo, fino agli interventi finali del 2027, tra cui 500.000 euro, 450.000 euro, 575.000 euro e 3,4 milioni di euro ancora sul presidio di Ivrea .

Numeri chiari, interventi tracciati, cronoprogrammi definiti. E proprio per questo il dato più evidente è un altro: delle numerose Case di Comunità annunciate sul territorio – da Ciriè a Lanzo, da Leinì a Chivasso, da Settimo a Ivrea, fino a Rivarolo, Caluso e Castellamonte – solo una compare esplicitamente nel piano, quella di Cavagnolo. E degli Ospedali di Comunità previsti, solo Crescentino è chiaramente indicato come tale.

Tutto il resto, semplicemente, non c’è. O meglio: non c’è come voce riconoscibile. Ci sono lavori, molti lavori, anche importanti, ma classificati come manutenzioni, adeguamenti, ristrutturazioni. Interventi che potrebbero anche essere funzionali alla nascita delle Case di Comunità, ma che nei documenti ufficiali non vengono mai dichiarati come tali.

È qui che si apre la vera questione. Perché se una Casa di Comunità esiste davvero come progetto, dovrebbe essere individuabile nel principale strumento di programmazione delle opere pubbliche. Se invece è “diluita” dentro una serie di interventi tecnici, diventa impossibile per chiunque – cittadini, amministratori locali, sindaci – capire se e quando verrà realizzata.

Il risultato è uno scarto sempre più evidente tra il racconto pubblico e la pianificazione amministrativa. Da una parte gli annunci: una rete capillare di nuove strutture sanitarie territoriali. Dall’altra le carte: un piano da oltre 63 milioni di euro dove quelle strutture compaiono solo in minima parte, mentre il grosso delle risorse è destinato a manutenzioni, adeguamenti e ristrutturazioni di presidi esistenti.

Non è una questione formale. È una questione di trasparenza. Senza una corrispondenza chiara tra ciò che viene annunciato e ciò che viene programmato, resta una domanda inevitabile: quante delle Case e degli Ospedali di Comunità promessi sono davvero dentro il sistema che dovrebbe realizzarli? E quante, invece, restano ancora oggi più una previsione che un’opera pubblica tracciabile?

C'è una determina...

C'è una determina la n. 600 del 5 settembre 2023. E' uno di quegli atti che, letti distrattamente, sembrano routine amministrativa. Dentro però c’è già tutta la geografia della sanità territoriale promessa dal PNRR, con nomi, indirizzi e cifre. E proprio per questo, letta fino in fondo, lascia più domande che certezze.

Perché da una parte l’atto richiama esplicitamente l’intero piano delle Case di Comunità dell’ASL TO4, con le dieci sedi individuate, senza Crescentino e Cavagnolo aggiunte in seguito. E sono: Ciriè in via Alberetto 10, Lanzo Torinese in Regione Cates, Leinì in zona Madonnina, Chivasso in via Marconi 13, San Mauro in via Speranza 31, Rivarolo Canavese in via Piave 13, Castellamonte in via Nenni 1, Ivrea in corso Nigra, Caluso in via Roma 22 e Settimo Torinese in via Leinì 70 .

Per ciascuna di queste strutture sono già definiti i finanziamenti PNRR, con numeri precisi: Ciriè arriva a 2.690.400 euro, Lanzo a 1.345.968,64, Leinì a 1.345.968,86, Chivasso a 1.724.528,66, San Mauro a 1.698.397,50, Rivarolo a 1.450.312,28, Castellamonte a 1.724.528,66, Ivrea a 1.700.830,92, Caluso a 1.691.350,68 e Settimo a 1.694.225,86 .

È la fotografia completa della sanità che dovrebbe arrivare: una rete diffusa, già finanziata, già localizzata. Tutto sembra pronto.

Poi però si arriva all’oggetto vero della determina. E si scopre che, nel concreto, nel 2023 si è fatto altro. Si sono affidate le indagini geognostiche, geofisiche e georadar sui fabbricati. Non su tutti i siti, ma su cinque in particolare: Chivasso, San Mauro, Ciriè, Settimo e Ivrea.

Gli importi sono dettagliati al centesimo. Per Chivasso, in via Marconi 13, si parte da una stima di 11.500 euro, ribassata del 6% a 10.810 euro, a cui si aggiungono 359 euro di oneri di sicurezza, per un totale di 11.169 euro. Per San Mauro, via Speranza 31, si passa da 12.000 euro a 11.280 euro più 375 euro di sicurezza, totale 11.655 euro. Ciriè, via Alberetto 10, è il caso più piccolo: da 3.500 euro a 3.290 euro più 109 euro, totale 3.399 euro. Settimo, via Leinì 70, scende da 11.000 a 10.340 euro più 344 euro, totale 10.684 euro. Ivrea, corso Nigra 37, da 10.000 a 9.400 euro più 313 euro, totale 9.713 euro .

La somma è altrettanto precisa: 45.120 euro per le prestazioni, 1.500 euro di oneri di sicurezza, 46.620 euro complessivi senza IVA, che diventano 56.876,40 euro finali .

Questa è la realtà operativa della determina: circa sessantamila euro per studiare l'area su cui dovrebbero poggiare opere da milioni. È una fase tecnica, indispensabile, ma anche quella che dovrebbe dire se tutto il resto sta in piedi.

Ed è qui che il documento, pur dettagliatissimo nei numeri, diventa improvvisamente silenzioso. Perché non dice nulla su cosa sia emerso da quelle indagini. Non c’è un esito, non c’è un aggiornamento, non c’è un passaggio che colleghi quei carotaggi ai progetti finanziati.

E allora le domande non sono più tecniche, diventano inevitabilmente politiche.

Che cosa hanno detto quelle indagini su Chivasso, San Mauro, Ciriè, Settimo e Ivrea? Hanno confermato le condizioni previste o hanno evidenziato criticità? E se ci sono state criticità, i quadri economici da oltre un milione e mezzo per ciascuna struttura sono stati rivisti oppure no?

Perché i numeri iniziali sono chiari e impegnativi. Si parla di interventi che vanno da circa 1,3 milioni fino a quasi 2,7 milioni per singola Casa di Comunità. Ma quei numeri nascono prima delle verifiche sul terreno. Dopo, non si sa.

E soprattutto: qualcuno ha mai reso pubblico il passaggio successivo? Esiste un atto che dica che quelle cifre sono ancora sufficienti, oppure che sono state aggiornate? Oppure si sta procedendo dando per scontato che nulla sia cambiato?

Il rischio è tutto qui. Che tra la programmazione e la realizzazione ci sia un vuoto, non nei documenti – che sono pieni – ma nella connessione tra le fasi. Si finanziano le opere, si studiano i terreni, ma non si racconta mai cosa succede nel mezzo.

E intanto, fuori dagli atti, quelle Case di Comunità continuano a essere date per imminenti. Come se la fase più delicata, quella in cui si capisce se il progetto regge davvero, fosse solo un passaggio tecnico senza conseguenze.

In realtà è l’esatto contrario. È il momento in cui si decide tutto. Solo che, almeno nei documenti pubblici, nessuno sembra aver ancora raccontato come è andata a finire.

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