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12 Aprile 2026 - 22:14
Sei anni senza Francesco Luchino: ecco chi era il pittore autodidatta di San Mauro Torinese
Non ha mai inseguito mode né appartenenze. La pittura, per Francesco Luchino, è stata un lavoro lento, quasi ostinato, portato avanti per decenni senza bisogno di legittimazioni esterne. Nato a San Mauro Torinese nel 1938 e scomparso nel 2020, ha costruito il proprio percorso lontano dai circuiti più visibili, mantenendo una posizione più riservata che oggi, a distanza di anni, appare come una delle chiavi per rileggere davvero la sua opera.
In questi giorni, proprio San Mauro torna a confrontarsi con il suo lavoro. La mostra “Una vita di forme e colori”, allestita nella Sala “Ilaria Alpi” del Palazzo Civico e visitabile fino a mercoledì 15 aprile, riporta al centro un artista che ha vissuto e lavorato sempre nella "città delle fragole". Non è solo una retrospettiva, ma un passaggio pubblico che permette di rimettere insieme un percorso lungo, spesso osservato per frammenti.
Autodidatta, Luchino ha affiancato per tutta la vita l’attività di decoratore alla pittura. Una condizione che non è mai stata un limite, ma piuttosto un elemento strutturale del suo linguaggio. Il rapporto con la materia, con il colore e con la superficie nasce anche da lì, da un lavoro concreto e quotidiano. È forse questo che tiene insieme le sue opere: una pittura che non si allontana mai del tutto dalla realtà, ma che allo stesso tempo non si limita a rappresentarla.

Francesco Luchino
Definirlo pittore figurativo è corretto solo in parte. Le sue immagini partono da elementi concreti – paesaggi, case, scorci urbani – ma vengono sottoposte a un processo di trasformazione che ne modifica struttura ed equilibrio. I volumi si semplificano, gli spazi si scompongono e si ricompongono, le prospettive si piegano a una logica interna. È una pittura costruita, più che descritta.
Il colore è il suo vero punto di snodo. Non interviene come elemento decorativo, ma come strumento di organizzazione dello spazio: definiscono i piani, creano tensioni, stabiliscono relazioni. Alcuni critici hanno parlato di una costruzione quasi architettonica dell’immagine, ed è una chiave che funziona: nei quadri di Luchino il colore regge l’impianto, più ancora del disegno.
Nei paesaggi, questa costruzione produce un effetto di sospensione. Non c’è naturalismo pieno, ma nemmeno astrazione totale. Piuttosto una zona intermedia, in cui la realtà resta leggibile ma viene trattenuta, filtrata. È qui che emerge quella dimensione più quieta, a tratti poetica, che attraversa molte delle sue opere.
Diverso il discorso per gli spazi urbani. In questi lavori il tono cambia. Le periferie, le vetrine illuminate, i marciapiedi attraversati da figure anonime introducono una tensione più evidente. Non c’è enfasi, ma una certa freddezza nel modo in cui il quotidiano viene restituito. È come se la stessa struttura pittorica che nei paesaggi costruisce equilibrio, qui servisse a mettere distanza. A rendere visibile un disagio che resta implicito, mai dichiarato.
Questa oscillazione tra realtà e costruzione, tra osservazione e invenzione, è probabilmente il tratto più riconoscibile del suo lavoro. L'architetto Vittorio Bottino parlava di una ricerca capace di tenere insieme “realtà e fantasia” attraverso un principio di costruttività. Giorgio Borio, collezionista e critico, sottolineava invece l’“individualità particolarmente evidente” del suo linguaggio. Due letture diverse, ma compatibili: entrambe mettono al centro una pittura che non si limita a registrare, ma rielabora.
Nel corso degli anni, Luchino ha esposto in numerose mostre, ottenendo consensi e riconoscimenti e attirando l’attenzione di critici anche importanti. Eppure la sua traiettoria non ha mai fatto il salto verso una notorietà più ampia. Non per mancanza di qualità, quanto per una collocazione precisa: quella di un artista che ha lavorato soprattutto in relazione a un contesto, senza cercare una dimensione esterna.
È anche per questo che oggi il suo lavoro richiede uno sguardo diverso. Non quello che cerca la scoperta o la rivalutazione, ma quello che prova a ricostruire un percorso nel suo insieme. Le opere, viste una accanto all’altra, mostrano una coerenza evidente.
La mostra in corso nella sala Ilaria Alpi del municipio va proprio in questa direzione. Non aggiunge elementi nuovi, ma permette di rimettere a fuoco ciò che già c’era. Di osservare da vicino una pittura che non punta sull’immediatezza, ma su un equilibrio costruito nel tempo. E di capire come, anche in una dimensione apparentemente marginale, si possano sviluppare linguaggi solidi, capaci di durare oltre la biografia di chi li ha prodotti.


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