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Sanità
09 Aprile 2026 - 21:13
Gli infermieri alzano la voce: "Non siamo disponibili a lavorare gratis. Il tempo del dialogo è finito"
Più servizi, meno personale, risorse dimezzate. È una fotografia impietosa quella scattata dalle organizzazioni sindacali della sanità piemontese dopo l’incontro di questa mattina in Regione. Il verdetto, questa volta, non lascia spazio a interpretazioni: senza interventi immediati, la mobilitazione è inevitabile.
Le sigle CISL FP (A. Bertaina), Nursind (F. Coppolella), Fials (D. Baldinu) e Nursing Up (C. Delli Carri) alzano il livello dello scontro e parlano apertamente di una situazione ormai fuori controllo.
"Non si tratta più di criticità isolate, ma di un sistema che rischia di non reggere. L’aumento dei servizi – trainato anche dagli investimenti del PNRR – non è stato accompagnato da un rafforzamento degli organici. Al contrario, i numeri raccontano una realtà opposta: meno personale, più carichi di lavoro, meno risorse economiche..."
Il dato più allarmante riguarda gli infermieri. Secondo quanto emerso nel confronto, negli ultimi 4 mesi si registrano circa cento unità in meno a livello regionale. Un calo che si inserisce in un trend già negativo e che diventa ancora più preoccupante se rapportato alle necessità attuali: per sostenere l’apertura delle nuove strutture territoriali servirebbero oltre mille infermieri e almeno 500 altri operatori sanitari. Numeri che oggi appaiono lontanissimi dalla realtà.
Nel frattempo, cresce il personale dirigenziale mentre diminuisce quello direttamente impegnato nell’assistenza. Un disequilibrio che i sindacati definiscono insostenibile e che si traduce, ogni giorno, in reparti sotto pressione, turni scoperti e standard assistenziali sempre più difficili da garantire. La conseguenza è evidente: aumenta il rischio per la sicurezza delle cure e si allontana quel rapporto equilibrato tra infermieri e pazienti che dovrebbe rappresentare la base di ogni sistema sanitario efficiente.
A rendere il quadro ancora più critico è la scelta della Regione di ridurre le risorse destinate alle prestazioni aggiuntive, ovvero quelle ore extra che negli ultimi anni hanno permesso di tenere in piedi i servizi nonostante le carenze strutturali.
Una decisione che arriva nel momento peggiore, alla vigilia dell’estate, quando la programmazione delle ferie rischia di mettere ulteriormente in crisi gli organici. Per i sindacati si tratta di una misura incomprensibile: “Se i dati mostrano una carenza crescente, le risorse andrebbero aumentate, non dimezzate”.
Il messaggio che arriva dagli operatori è netto e segna un cambio di passo rispetto al passato: “Nessun professionista è più disposto a lavorare gratuitamente oltre l’orario contrattuale”. Una presa di posizione che fotografa un malessere diffuso e una stanchezza accumulata negli anni, spesso nel silenzio. Il senso di responsabilità, ribadiscono, non può più essere scaricato sempre sugli stessi.
Il nodo centrale resta la riorganizzazione della sanità territoriale. Le Case e gli Ospedali di Comunità previsti dal PNRR stanno nascendo, ma senza nuove assunzioni. Il risultato, denunciano le sigle, è un continuo spostamento di personale da una struttura all’altra, in un sistema già numericamente insufficiente.
“È matematicamente impossibile aprire nuovi servizi garantendo gli standard previsti con meno personale e meno risorse”, attaccano, parlando apertamente di una strategia che rischia di compromettere sia i nuovi servizi sia quelli già esistenti.
Non è solo una questione organizzativa, ma anche politica. I sindacati sottolineano come da tempo vengano sollevati gli stessi problemi senza ottenere risposte concrete. La gestione delle risorse professionali viene definita inadeguata, così come l’utilizzo delle competenze, spesso non valorizzate o impiegate in modo improprio. Tutto questo contribuisce ad alimentare un clima di crescente tensione.

L'assessore regionale Federico Riboldi
Di fronte a questo scenario, la risposta dell’assessore regionale alla Sanità, Federico Riboldi, appare improntata alla cautela. Da un lato riconosce la complessità della fase, parlando di una crisi che coinvolge non solo il Piemonte ma l’intero sistema sanitario a livello nazionale ed europeo. Dall’altro prova a rassicurare, indicando alcune linee di intervento: il ritorno al Ministero già nel mese di aprile per affrontare il tema delle prestazioni aggiuntive, l’avvio da maggio di un tavolo di confronto strutturato con le aziende sanitarie e i sindacati, e un rafforzamento delle politiche di reclutamento attraverso borse di studio e orientamento per attrarre nuovi infermieri.
Ma si tratta, almeno per ora, di impegni che guardano al medio-lungo periodo. E proprio su questo punto si concentra la critica delle organizzazioni sindacali: il sistema è già oggi in affanno e non può permettersi di aspettare. Le promesse di confronto e gli interventi futuri rischiano di arrivare troppo tardi rispetto a una situazione che viene definita “drammatica” e destinata a peggiorare nei prossimi mesi.
Le previsioni, infatti, non lasciano spazio all’ottimismo: a fronte di poche centinaia di nuovi ingressi ogni anno, si stima un’uscita di migliaia di professionisti dal servizio pubblico. Un’emorragia che, senza interventi strutturali, rischia di svuotare definitivamente il sistema.
In questo contesto, l’annuncio dello stato di mobilitazione non appare come una scelta ideologica, ma come una conseguenza inevitabile. I sindacati parlano di “tempo del dialogo sterile finito” e chiedono risposte immediate, concrete, misurabili. In caso contrario, sono pronti a mettere in campo tutte le forme di protesta consentite.
Sul tavolo non c’è solo una vertenza sindacale, ma il futuro stesso della sanità pubblica piemontese. Da una parte una Regione che invita alla collaborazione e propone percorsi di confronto, dall’altra operatori che chiedono fatti e non più parole. In mezzo, un sistema che continua a reggersi sulla dedizione quotidiana di chi lavora negli ospedali e nei servizi territoriali, sempre più spesso oltre i propri limiti.
Ed è proprio questo il punto più delicato: quando la tenuta di un servizio essenziale dipende dal sacrificio costante dei lavoratori, il rischio di rottura non è più una possibilità, ma una certezza che si avvicina.
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