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02 Aprile 2026 - 23:09
Carlo Calenda
Secondo giorno di tensione dentro Azione a Torino. E la notizia, oggi, è soprattutto una: Carlo Calenda non parla. Dicono i suoi che parli solo in "chat", per tutti gli altri è entrato in modalità “Pasqua”.
Succede dopo le parole durissime sulla nomina di Maurizio Marrone a vicepresidente della Regione Piemonte al posto di Elena Chiorino. Dal leader nazionale non arriva un beh che sia una. Inutilmente, per tutta la giornata, abbiamo provato a contattarlo. Niente. Non c’è stato nulla da fare.
Un tentativo lo ha fatto anche Matteo Richetti, numero due del partito e anima più a sinistra. Senza successo, anche lui.
Tant'è! Morale della giornata in Azione: la gestione è rimasta nelle mani della segreteria regionale. Dove, però, la linea non c’è.

A parlare è la deputata Daniela Ruffino. Prova a raffreddare il clima. "E' un post scritto da un ragazzo..." precisa..
E poi sulle dichiarazioni al vetriolo del suo leader...
“Marrone ha fatto una dichiarazione, da tempo dice di essere pro Ucraina. Cirio è andato più volte in Ucraina con Lo Russo. Parliamo di persone che stanno dentro un percorso chiaro… magari c’è stato un momento”.
Insomma l'impressione è che Ruffino non voglia smentire Calenda, ma neanche seguirlo fino in fondo alla disperata ricerca di un chiarimento politico che non c'è ancora stato e chissà mai se arriverà.
“Penso che Calenda si sia parlato con Alberto Cirio. E poi ci sono le dichiarazioni di Marrone”.
Che sono queste….
«Mi riconosco appieno nella linea del governo Meloni che ha sempre condannato qualsiasi aggressione militare a una Nazione sovrana senza eccezioni, a partire da quella russa all’Ucraina e tutte quelle seguite, indicando nell’articolo 5 del trattato Nato la base per un negoziato di pace duraturo…».
Parole che tutto fanno salvo che salvare il salvabile…
Sia come sia, Ruffino un punto fermo ce l’ha: “Quando Calenda ci dirà cosa fare lo faremo. La disciplina di partito è importantissima...Al momento, indicazioni non ce ne sono...".
Inutile chiederle come sia possibile che un segretario regionale di fronte a tutto questo non abbia preso il telefono in mano per un chiarimento immediato. Ruffino, a quanto pare non ne ha sentito e non ne sente il bisogno... E' la politica 5.0, trullallero... Trullallà
Sarà. La sintesi giusta è del senatore Enrico Borghi (Italia Viva): “I politici agiscono”. E invita Calenda alla coerenza: “Se la nomina è così grave, Azione dovrebbe uscire dalla maggioranza in Piemonte…”.
Ed è proprio qui il nodo.
Perché mentre a Roma la linea è netta, a Torino non sembra così chiara. Appare sfumata, da chiarire, da comprendere, da addolcire, da consumarsi lenta. Quindi? Nessuna rottura, nessuna presa di distanza, nessuna decisione.
Il partito resta fermo lì dov'è. Impalato come uno stoccafisso con Sergio Bartoli in maggioranza “silente”. In attesa anche lui.
E a questo punto la domanda è semplice: le parole di Calenda valgono anche in Piemonte, oppure no?
Ancora gli rimbombano nella testa quelle parole: “La nomina di un filo-putiniano, con una pessima storia di viaggi in Donbass e apertura di finti consolati, a vicepresidente della Regione Piemonte è di una gravità assoluta. Chiedo formalmente ad Antonio Tajani e ad Alberto Cirio di non accettare questa vergogna e di intervenire subito”.
Delle due l’una: o Bartoli le prende sul serio e ne trae le conseguenze, andando all’opposizione, oppure resta lì dov’è, da indipendente. Tanto, prima o poi, non è nemmeno detto che Calenda non passi dall’altra parte. Magari con il biglietto di sola andata con una candidatura in tasca a sindaco di Roma pagato dal centrodestra...
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