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50 sfumature di Marrone. Alberto Cirio perde "Azione". Bartoli che fa?

Quando Carlo Calenda parla, non lascia spazio a sfumature. Non costruisce ponti: li misura, li pesa e, se non gli piacciono, li fa saltare. È il suo marchio di fabbrica. E anche questa volta non ha fatto eccezione.

Azione

Calenda e Ruffino

Azione in tilt a Torino. E si comincia da lui, dal consigliere regionale Sergio Bartoli. Ci dice di essere in attesa di indicazioni dal partito, ma a nessuno sfugge che se dovesse — solo se fosse obbligato... — scegliere tra Alberto Cirio e Carlo Calenda, c'è da giurarci virerebbe per il primo… Anche il suo mentore, il deputato Daniela Ruffino, pare sia in attesa di ricevere indicazioni dal partito, ma se dovesse scegliere tra Carlo Calenda, Sergio Bartoli e Alberto Cirio, c'è da spergiurare, non avrebbe dubbi nel dire “obbedisco” a Calenda.

E poi c'è Calenda che, come si sa, dice tante cose, le dice tutti i giorni, difficilmente le smentisce e difficilmente direbbe domani una cosa diversa da quella detta oggi. Forse tra un mese. Forse mai. Forse di fronte a una candidatura a sindaco di Roma… Chissà...

Insomma la politica non è astrologia ma scienza esatta e si fa anche così, con le parole…

E infatti sono proprio le parole, oggi, a ingarbugliare tutto. Perché quando Carlo Calenda parla, non lascia spazio a sfumature o a cinquanta sfumature di Marrone. Non costruisce ponti: li misura, li pesa e, se non gli piacciono, li fa saltare. È il suo marchio di fabbrica. E anche questa volta non ha fatto eccezione.

Calenda

Di vero c'è che Bartoli in mattinata e in un primo momento, "aveva cercato di smarcarsi" - scrive Repubblica - "e aveva preso le distanze dal post diffuso dalla giovanile del suo partito". Una roba del tipo "so' ragazzi!".

“Si tratta di una posizione autonoma, che non rappresenta in alcun modo la linea ufficiale di Azione a livello regionale né tantomeno la mia...” s'era lanciato...

Insomma era su un binario morto....

La verità è che la vicenda “Marrone” — la nomina a vicepresidente della Regione Piemonte dopo le dimissioni di Elena Chiorino — è terreno perfetto per il Calenda pensiero: netto, muscolare, senza margini di trattativa. “Vergogna”, “gravità assoluta”, “intervenire subito”. Non un invito, ma un ultimatum politico rivolto direttamente a Antonio Tajani e Alberto Cirio.

Tutto coerente, tutto lineare. A Roma.

Poi però c’è Torino. E lì la linea si piega.

Perché dentro quella stessa architettura politica che Calenda invita a demolire, siede Sergio Bartoli. Non un osservatore esterno, non un commentatore: un consigliere regionale che quella maggioranza la vive, la vota, la sostiene. E che, fino a prova contraria, non ha ancora preso le distanze. 

E allora il corto circuito è inevitabile.

Delle due l'una: se le parole di Calenda sono pietra, Bartoli non può trattarle come sabbia. Se quella nomina è davvero una “vergogna” a Roma, non può diventare improvvisamente tollerabile a Torino. 

Insomma si è aperta una crepa e dentro quella crepa si infilano tutte le ambiguità della politica italiana.

Bartoli aspetta indicazioni. Ma le indicazioni, in realtà, sono già arrivate — forti, chiarissime, pubbliche. Il problema è capire se valgono davvero per tutti .

E non è solo Bartoli a trovarsi stretto in questo passaggio. Anche Daniela Ruffino, che di Bartoli è riferimento politico e figura di peso in Azione, si muove con cautela. Aspetta, osserva, misura. 

E’ una situazione che definire pesante è dire poco perché introduce un elemento che la politica di oggi spesso evita di nominare: la disciplina di partito.

E allora il nodo diventa politico, prima ancora che personale.

O Azione è un partito che detta una linea e la fa rispettare — anche nei territori — oppure è un contenitore  dove ciascuno interpreta il copione a modo suo. Nel primo caso, Bartoli è chiamato a una scelta chiara, salvo ad un certo punto dire che lui la tessera l’ha presa dopo essere stato eletto come indipendente nella lista del Governatore, quindi “ciao ciao”. Nel secondo, Calenda rischia di trasformarsi nell’ennesimo leader che alza la voce ma non conta un cazzo.

Non è una questione di coerenza astratta. È una questione di credibilità concreta.

L’elettore  capisce benissimo la differenza tra una battaglia politica e una dichiarazione d’effetto. E quando vede che le due cose non coincidono, smette di credere a entrambe.

E così la “clava” di Calenda, lanciata con precisione contro Marrone e la maggioranza piemontese, finirebbe per tornare indietro. Non per smentire le accuse, ma per mettere alla prova chi quelle accuse dovrebbe tradurle in atti.

La politica dopotutto - e lo abbiamo già detto - è scienza. Molto più scienza di quanto si voglia far credere.

O si sta dentro una maggioranza. O si esce. O si condividono certe scelte. O le si combatte.

Il resto è narrativa. 

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