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01 Aprile 2026 - 18:29
Sergio Bartoli, Carlo Calenda e Maurizio Marrone
Ci sono dichiarazioni e dichiarazioni e poi c’è Carlo Calenda, con il suo stile da fustigatore morale. Questa volta ne ha lanciata uno bella pesante.
“Gravità assoluta”, “vergogna”, “intervenire subito”. Il leader di Azione non ha usato il fioretto ma direttamente la clava contro la nomina di Maurizio Marrone a vicepresidente della Regione Piemonte dopo le dimissioni di Elena Chiorino.
Accuse nette, pesanti, senza appello: filo-putinismo, viaggi in Donbass, consolati fantasma. Un atto d’accusa che non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche.

"Chiedo formalmente ad Antonio Tajani e ad Alberto Cirio di non accettare questa vergogna e di intervenire subito".
Tutto legittimo, per carità. Anzi, perfettamente in linea con il Calenda-pensiero: atlantismo granitico, zero ambiguità, tolleranza sotto zero verso qualsiasi ombra che guardi a Est.
Il problema è che la politica, quella vera, non si fa solo a Roma. Si fa anche – e soprattutto – nei territori. E lì le cose si complicano.
Perché in Piemonte, dentro quella stessa maggioranza che Calenda invita a “non accettare questa vergogna”, siede anche un consigliere regionale che si richiama ad Azione:è Sergio Bartoli.
Ed è qui che la clava di Calenda rimbalza, tornando indietro con precisione chirurgica.
Delle due l’una, come si diceva una volta quando la politica aveva ancora il gusto della coerenza (o almeno la fingeva meglio): o Bartoli prende sul serio il suo segretario nazionale e ne trae le conseguenze, oppure siamo di fronte all’ennesima versione all’italiana del “fate come dico, non come faccio”.
Perché se davvero siamo davanti a una “gravità assoluta”, se davvero si tratta di una “vergogna” istituzionale, allora stare seduti in quella maggioranza diventa oggettivamente incompatibile. Non è una sfumatura, è una questione binaria.
O si resta, e allora quelle parole diventano semplice teatro politico buono per i titoli.
Oppure si agisce. Tradotto: Sergio Bartoli ha due strade. La prima è la più lineare – e la più rara: chiedere un dietro front al governatore Alberto Cirio. La seconda è la più politica – e la più onesta: passare all’opposizione.
Una terza via, quella del “resto dove sono ma faccio finta di niente”, è molto italiana ma poco credibile. Soprattutto dopo che il tuo leader nazionale ha appena alzato il volume al massimo.
Insomma: Calenda ha acceso un faro. Ora qualcuno, in Piemonte, deve decidere se restarci sotto o spegnerlo.
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