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Capricci, silenzi e cellulari: la sfida dei genitori oggi

Dal convegno alla Biblioteca Archimede di Settimo agli incontri nelle scuole di Leini, la pedagogia dei genitori si afferma sul territorio come modello di alleanza concreta tra scuola, famiglia e comunità

Capricci, silenzi e cellulari: la sfida dei genitori oggi

Quante volte ci siamo interrogati sul delicato equilibrio tra genitori e figli. E, ancora di più, su quel triangolo complesso e spesso fragile che unisce genitori, figli e insegnanti. È lì che si giocano partite decisive: nella gestione dei capricci, nel difficile compito di dare regole, nei silenzi improvvisi dell’adolescenza, nelle porte chiuse, nei cellulari che diventano rifugi e barriere.

Non tutti sono genitori, ma tutti siamo figli. E questo basta a rendere il tema universale. È proprio da questa consapevolezza che nasce un approccio educativo tanto semplice quanto rivoluzionario: la pedagogia dei genitori.

Lunedì 2 marzo, la Biblioteca Archimede di Settimo Torinese ha ospitato il convegno “Genitorialità: una risorsa strategica”, un appuntamento che ha messo attorno allo stesso tavolo genitori, insegnanti, operatori sociali e sanitari, terzo settore ed enti locali.

Un tavolo di coordinamento capace di attivare alleanze concrete tra scuola, enti e famiglia.

L’idea di fondo è chiara: i genitori non sono spettatori del percorso educativo, ma protagonisti competenti, portatori di un sapere unico, costruito nell’esperienza quotidiana con i figli.

Quello di Settimo non è stato un evento isolato. A pochi giorni di distanza, il 12 marzo, l’esperienza si è spostata a Leini, dove l’Istituto Comprensivo ha ospitato un incontro molto particolare e apprezzato, coordinato dai docenti; Cardullo, Magi, Poliseno e Burzio.

Qui il lavoro si è fatto ancora più concreto, entrando nel cuore della scuola e delle classi, con un focus su uno degli strumenti più significativi della metodologia: il libretto “Con i nostri occhi”.

Si tratta di un dispositivo narrativo  in cui i genitori raccontano il proprio figlio nella sua complessità, passioni, fragilità, bisogni, risorse.

È un cambio di prospettiva radicale: l’alunno non è più solo un voto sul diario, una diagnosi o un rendimento scolastico, ma una persona intera, conosciuta attraverso lo sguardo di chi lo vive ogni giorno.

Il progetto non si ferma a un singolo istituto. Coinvolge una rete più ampia che unisce le scuole di Settimo Torinese, Volpiano e Leini, sostenuta dalla Città Metropolitana di Torino attraverso il CE.SE.DI.

L'incontro del 2 marzo a Settimo Torinese 

Al centro c’è la rete “Con i nostri occhi”, un accordo tra istituti scolastici per rendere concreta la pedagogia dei genitori e rafforzare il patto educativo scuola-famiglia.

Non solo scuola, però. La metodologia coinvolge anche servizi sociali, sanitari e associazioni, costruendo una comunità educante allargata.

Fondata dai professori Riziero Zucchi e Augusta Moletto, la pedagogia dei genitori nasce circa trent’anni fa da un’intuizione: i genitori possiedono un sapere educativo che la scuola deve riconoscere e valorizzare”.

E’ proprio la professoressa Moletto a raccontare come tutto sia iniziato da un’intuizione maturata dentro la scuola.

“Abbiamo notato come insegnanti che i genitori potevano avere delle cose importanti da dirci -  spiega.  - Spesso a scuola arrivava la diagnosi, ma non arrivava la conoscenza vera del bambino. E invece ogni bambino è diverso dall’altro, anche a parità di diagnosi: quando si parla di una persona, si parla sempre di una storia unica”.

È da qui che nasce l’idea di raccogliere le narrazioni dei genitori, trasformandole in uno strumento educativo.

“All’inizio — racconta ancora Moletto abbiamo cominciato a raccogliere queste storie, soprattutto negli anni Novanta, anche grazie a progetti europei. Poi le abbiamo pubblicate, e da lì è nata quella che oggi chiamiamo metodologia. Il primo libro è stato proprio una raccolta di queste esperienze”.

Nel tempo, questa pratica si è strutturata, trovando applicazione in diversi contesti: dalla scuola primaria all’università, dai servizi sociali a quelli sanitari. Anche sul territorio della Città Metropolitana di Torino, dove la rete “Con i nostri occhi” coinvolge diversi istituti locali. 

Ma il cuore della metodologia resta semplice: creare spazi in cui i genitori possano raccontarsi e ascoltarsi. I cosiddetti gruppi di narrazione.

"L’obiettivo — spiega Moletto — è valorizzare le competenze educative dei genitori, che spesso non sono nemmeno consapevoli di averle. Nei gruppi si rendono conto delle risorse che mettono in campo ogni giorno. E questo li aiuta a non delegare completamente l’educazione, ma a prendersi la responsabilità, insieme alla scuola”.

Una responsabilità che, però, non pesa quando è condivisa. Anzi, diventa occasione di crescita.

“Non si tratta di dare consigli - precisa Moletto - .Ognuno racconta la propria esperienza, e gli altri ascoltano. Poi ciascuno porta a casa quello che sente utile. È un modo per aprire possibilità, non per imporre soluzioni”.

Ed è proprio nell’ascolto che spesso si producono i cambiamenti più significativi. Non tanto nelle grandi teorie, quanto nei piccoli spostamenti di sguardo.

“Siamo troppo abituati a vedere le cose negative - osserva Moletto -. In questi gruppi invece si lavora molto sulla positività. Non significa ignorare i problemi, ma riconoscere anche ciò che funziona. E questo aiuta davvero a superare le difficoltà”.

Gli effetti si vedono anche nella vita quotidiana. “Una mamma, dopo un incontro, ha detto: 'Quando vado a casa di qua sono più serena, e cambia anche il rapporto con i miei figli e con mio marito'”.

Non mancano i riferimenti alle sfide più attuali, a partire dall’adolescenza e dai suoi silenzi. Un tema emerso più volte anche nei gruppi.

Genitori e figli 

“Il silenzio spesso viene vissuto come un problema - racconta Moletto - .Ma può diventare anche un’occasione. Un papà diceva di aver iniziato a parlare con la figlia proprio partendo da questo, raccontandole di ciò che lui stesso aveva espresso durante questi incontri e da lì si è aperto un dialogo”.

Un approccio che richiede tempo, pazienza, e soprattutto disponibilità a mettersi in gioco. Senza pretendere risposte immediate.

“Davani ad una porta chiusa non bisogna entrare a tutti i costi — aggiunge — ma cercare altre vie. Costruire la comunicazione poco per volta, anche rispettando i tempi dei ragazzi”.

Intanto, il progetto continua a crescere. La rete sul territorio si consolida, nuovi incontri vengono organizzati, e si guarda già al futuro, con l’idea di portare a Settimo un convegno di più ampio respiro.

In un tempo in cui l’educazione sembra spesso frammentata, la pedagogia dei genitori prova a ricucire, a rimettere insieme i pezzi, a restituire senso a una parola che rischia di diventare astratta.

Partendo da una cosa concreta, quotidiana, universale: l’esperienza di essere genitori. E, prima ancora, figli.

Il professor Zucchi 

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