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Gelo sui frutteti, il conto del clima non può pagarlo solo chi coltiva

Gelate sempre più frequenti: Coldiretti lancia l’allarme sui prezzi e sulle conseguenze

Gelo sui frutteti, il conto del clima non può pagarlo solo chi coltiva

Gelo sui frutteti, il conto del clima non può pagarlo solo chi coltiva

Le notti serene che seguono il vento freddo da Nord Est stanno riportando il gelo su gran parte del territorio piemontese. Siamo però ormai in primavera e gli alberi da frutto sono già in piena fioritura. È proprio questa combinazione – fiori aperti e temperature sotto zero – a preoccupare sempre di più i frutticoltori, stretti tra gli effetti del cambiamento climatico e un mercato che, denunciano, non riconosce il valore del loro lavoro.

Il fenomeno non è nuovo, ma negli ultimi anni si sta ripetendo con una frequenza sempre maggiore. Le piante, ingannate dal caldo precoce delle prime settimane di marzo, anticipano il ciclo vegetativo. Poi, all’improvviso, tornano correnti fredde da Nord e da Est, riportando condizioni tipicamente invernali. Il risultato è devastante: la fioritura rallenta, i frutti diminuiscono e, nei casi peggiori, si verifica la cosiddetta “cascola”, ovvero la caduta dei fiori a causa del gelo. Quando accade in modo massiccio, il raccolto è compromesso ancor prima di iniziare.

«Le gelate primaverili ci sono sempre state – osserva il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici – ma da qualche anno sono diventate sempre più frequenti e distruttive». Una trasformazione che costringe le aziende agricole a correre ai ripari con investimenti sempre più importanti. Non solo le tradizionali reti antigrandine, ma anche sistemi di irrigazione avanzati per contrastare la siccità e, soprattutto, tecnologie antigelo.

«Molti frutticoltori hanno installato le cosiddette “doccette” – spiega Mecca Cici – che spruzzano acqua sopra i filari e le chiome. Il velo d’acqua ghiaccia, ma proprio quel ghiaccio crea una barriera che protegge fiori e gemme dal gelo». Una soluzione efficace, ma tutt’altro che economica.

Ed è qui che si apre il nodo più critico. Per sopravvivere, le aziende devono investire, ma i margini si assottigliano sempre di più. «All’indebitamento per affrontare il cambiamento climatico si aggiungono i rincari dei costi di produzione – sottolinea il presidente di Coldiretti Torino – con aumenti fino al 30% per gasolio agricolo e fertilizzanti. E temiamo ulteriori rialzi anche per i fitofarmaci».

Il problema, però, non è solo nei costi. È soprattutto nei prezzi riconosciuti ai produttori, spesso inferiori alle spese sostenute. Una distorsione lungo la filiera che penalizza proprio chi produce. «I nostri frutticoltori percepiscono cifre al di sotto dei costi di produzione. Non possiamo più permettere che la catena del valore della frutta non riconosca una giusta remunerazione a chi lavora nei campi», denuncia Mecca Cici.

Il paradosso è evidente: i consumatori continuano a pagare prezzi elevati, ma quei soldi non arrivano agli agricoltori. Nel mezzo, una filiera che, secondo Coldiretti, va riequilibrata. Perché il rischio è concreto: senza un cambio di rotta, a pagare il prezzo del cambiamento climatico non saranno solo le aziende agricole, ma l’intero sistema alimentare.

E allora il messaggio è chiaro e diretto: non basta chiedere agli agricoltori di adattarsi. Serve riconoscere il valore del loro lavoro. Perché, mentre nei campi si combatte contro gelo, siccità e grandine, la vera sfida si gioca anche sul terreno – meno visibile ma decisivo – dei prezzi e della sostenibilità economica.

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